Impero pacificoI limiti dell’Unione europea sono anche la sua forza

Nel suo nuovo libro, la giornalista olandese Caroline De Gruyter tratteggia un inedito confronto tra le istituzioni europee e il regno asburgico: «Vienna cercava, e ci riuscì per seicento anni, di dare un tetto a diversi gruppi nazionali e linguistici. In modo diverso anche Bruxelles prova a farlo, tenendo insieme nazioni che si sono fatte la guerra per secoli»

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Caroline De Gruyter lavora come corrispondente per gli Affari europei del giornale olandese NRC Handelsblad. Collabora regolarmente con prestigiosi magazine di politica estera come Foreign Policy e Carnegie Europe. Dopo aver lavorato a Gaza, Gerusalemme, Ginevra, Vienna e Bruxelles (due volte), oggi vive a Oslo. Quest’anno ha pubblicato (in olandese) Non andrà mai meglio: un viaggio per l’Unione europea e l’Impero asburgico, la sua quinta opera. Nel libro tratteggia un inedito confronto tra queste due entità sovranazionali, suggerendo che proprio i limiti dell’Ue potrebbero essere la sua forza, come lo furono per il plurisecolare Impero asburgico.

L’Ue è un impero?
Non nel senso canonico. Solitamente, con “impero” indichiamo grandi superpotenze che possono agire in modi molto violenti e aggressivi per imporre la loro volontà agli altri. In quest’ottica, chiaramente, l’Ue non lo è. Ma guardiamo a ciò che effettivamente fa: l’Ue riesce a proiettare la propria influenza anche molto lontano dai suoi confini. È il più grande mercato al mondo, e questo mercato segue regole molto stringenti. Abbiamo norme che vanno dai diritti umani alla quantità di prodotti chimici che possono essere usati nella produzione di giocattoli affinché non siano nocivi per i bambini. Chiunque nel mondo intenda vendere i propri prodotti o servizi nell’Ue è tenuto a conformarsi a queste regole. Quindi, dal Ruanda alla Colombia passando per l’Indonesia, le aziende producono rispettando le norme Ue. Questa è una caratteristica imperiale. L’Ue è un impero pacifico.

Quali sono le differenze principali tra Impero asburgico e Ue?
Il primo era uno Stato, aveva una politica estera unica e un esercito. La seconda non ha davvero una politica estera, sono gli Stati membri che cercando di trovare un compromesso. E non è dotata di un esercito.

E le somiglianze?
Sono numerose. Vienna cercava, e ci riuscì per seicento anni, di dare un tetto a diversi gruppi nazionali e linguistici. In modo diverso anche Bruxelles prova a farlo, tenendo insieme nazioni che si sono fatte la guerra per secoli. Dà una struttura, stabilisce regole comuni, che valgono sia per i piccoli che per i grandi. Così protegge i primi, che sono sempre le vittime dei capricci dei secondi. Quando Francia e Germania entravano in guerra, per esempio, il Lussemburgo poteva essere certo di venire invaso a stretto giro.

Nel tuo libro scrivi che l’Ue è ossessionata dalla perfezione come lo era la monarchia asburgica. Cosa intendi?
Oggi l’Ue è ossessionata dal fatto che le regole debbano valere per tutti, ed essere da tutti rispettate. Accadeva lo stesso nell’Impero. Un esempio: nell’esercito asburgico soldati e ufficiali avevano il diritto di comunicare nella propria lingua. Presto si capì, tuttavia, che questo diritto rendeva impossibile gestire un esercito multinazionale come quello asburgico. Così, le regole iniziarono a essere parzialmente aggirate: si organizzarono corsi di lingua. Un escamotage che generava un po’ di disagio nelle autorità asburgiche: erano abituate a rispettare le regole, sempre e comunque.

Allo stesso modo oggi, quando i vari capi di Stato dei Paesi membri si incontrano a Bruxelles, riescono sempre ad accordarsi, ma poi disquisiscono sul lessico da utilizzare, perché le stesse parole possono avere significati diversi nelle diverse lingue. Così i leader politici utilizzano deliberatamente significati ambigui, garantendosi un margine di adattabilità. È un modo per adeguarsi a quella imperfezione che è intrinseca alle decisioni collettive: non possono mai soddisfare appieno nessuno dei contraenti.

Dalle opere di autori simbolo della koiné viennese della belle époque, come Joseph Roth, Karl Kraus e Stefan Zweig, traspare immancabile l’idea che l’Impero sia destinato a disgregarsi. Anche oggi di fronte a ogni sfida di un certo peso che l’Ue si trova ad affrontare sui giornali si titola “L’Unione di fronte a una crisi esistenziale”. Perché?
Ho lavorato come corrispondente a Bruxelles per dieci anni in tutto, ero là anche durante la crisi dell’euro e ho assistito a questo fenomeno in prima persona. L’Ue ha dovuto effettivamente affrontare molte gravi crisi negli ultimi quindici anni. Durante ciascuna di esse gli analisti si chiedevano sempre: “l’Ue è a un passo dall’implosione?”. Tutti prevedevano che l’Ue fosse entrata nella fase zenitale. Poi, una settimana dopo, un anno dopo, si constatava stupiti che non solo il blocco era ancora in piedi, ma anche che era emersa ulteriormente rafforzata da questa crisi supposta esiziale.

Come mai?
Perché, dichiarazioni a parte, né i capi di Stato né i cittadini vogliono che l’Ue collassi. Di norma, i leader entrano ai vertici giurando che questa volta non intendono accettare alcun compromesso, ma poi si ritrovano a fissare l’abisso, ponderano quanto è profondo, quindi fanno un passo indietro e ritornano al tavolo dei negoziati. Mi pare che gran parte degli analisti e dei cittadini se ne stupisca ogni volta. Non se lo aspettano. Curiosamente, le crisi di governo negli Stati membri sono raccontate in modo completamente differente. Nei Paesi Bassi, per esempio, al momento non abbiamo un governo, la nostra politica è nel caos, ma avete letto qualcuno domandarsi se i Paesi Bassi stanno per implodere? No. Con l’Ue, invece, è la regola. E non succede mai.

Parlando di governi che adorano praticare il dissenso: leggendo le tue riflessioni, si ha l’impressione che l’Ungheria di ieri, quel regno che dal 1867 godette di uno status pari alla metà austriaca dell’Impero, abbia molto in comune con l’Ungheria di oggi, l’autocrazia orbaniana.
Da europea occidentale con scarsa conoscenza del paese, ho sempre faticato a capire perché Budapest si ponesse in modo così ostile verso l’Ue. Quando sono andata a Vienna, ho incontrato persone e ho studiato la storia, finalmente ho compreso. Ho avuto un’illuminazione. Gli ungheresi si comportavano nello stesso modo anche all’epoca. Dopo l’Ausgleich del 1867, quando l’Impero asburgico divenne “Impero austro-ungarico”, Budapest iniziò a godere di parecchi privilegi. Tra essi, il diritto di veto su varie materie, per esempio il bilancio, una prerogativa che i rappresentanti ungheresi esercitavano spesso e volentieri. Proprio questo è uno dei motivi per cui, quando l’Impero dichiarò guerra alla Serbia, l’esercito era poco attrezzato. Per Vienna la guerra fu un disastro dal primo giorno. Negli anni precedenti le altre potenze si erano armate fino ai denti e l’imperatore Francesco Giuseppe ne era consapevole. Aveva provato a stare al passo, ma Budapest aveva continuato a mettergli i bastoni tra le ruote bloccano la modernizzazione delle forze armate, sebbene ciò danneggiasse anche l’Ungheria.

A Vienna ho avuto la possibilità di intervistare l’ambasciatrice dell’Ungheria e lei mi ha spiegato che gli ungheresi tendono a sentirsi sempre vittime di qualcuno. Gli Asburgo vennero per salvarli dall’Impero ottomano ma poi si fermarono. Dopo la Seconda guerra mondiale fu il turno dell’Unione sovietica, e dal 2004 ad oggi è l’Ue a incarnare l’occupante straniero. “Tutti ci vogliono dire come comportarci, ma noi non lo possiamo sopportare. Siamo fatto così”, mi ha detto l’ambasciatrice. Nota per il futuro: gli ungheresi si lamentavano costantemente ma furono gli ultimi a lasciare l’Impero asburgico. Le condizioni erano estremamente favorevoli per loro.

Nei Balcani, a Sarajevo nel 1914, iniziò il lento processo di collasso dell’Impero asburgico. Più di cent’anni dopo, sembra che anche l’Ue sia tormentata dai Balcani occidentali. Nonostante sia l’attore più importante sul piano delle relazioni commerciali e degli investimenti, non riesce a integrarli, subisce la concorrenza di potenze rivali, assiste inerme al deterioramento degli standard democratici. C’è un parallelismo anche qui?
Credo che per tanto tempo l’Ue non abbia compreso i Balcani. In Europa occidentale solo oggi sta emergendo questa sensibilità. Per esempio, io sono olandese e nel mio paese abbiamo più una proiezione transatlantica, siamo più orientati verso ovest che verso est. Quando deve affrontare questioni molto complesse, l’Ue tende a scomporle in questioni più piccole, in modo da depoliticizzarle e affrontarle con un piglio tecnico. Una modalità molto utile per risolvere i problemi, ma che comporta alcuni svantaggi. Uno dei quali è che Bruxelles non sa pensare in termini geopolitici: è abituata ad agire in modo legalistico, rispettando le norme condivise. Così non riesce a cogliere del tutto ciò che accade nei Balcani che, oggi come ieri, vengono destabilizzati da potenze che pensano e si muovono in modo geopolitico, come Russia, Turchia, Cina.

L’Ue, invece, si limita a inviare liste di richieste ai propri partner balcanici, verificando ciclicamente se soddisfano o meno i criteri prestabiliti. Dovremmo iniziare a pensare anche noi in termini geopolitici. I Balcani occidentali sono troppo vicini, quando emergono conflitti in questo quadrante, riverberano anche da noi.