Più investimenti, meno bonusLa dote di Letta agli studenti è solo marketing e non serve a niente

Tassare le eredità non è originale, ma suscita perplessità la modalità scelta per impiegare queste risorse. Consegnare soldi ai ragazzi non è utile, occorre piuttosto intervenire in modo energico aiutando le strutture universitarie

di Mche Lee, da Unsplash

Parliamoci chiaro, davanti alla proposta del Pd sulla tassa di successione le rimostranze di chi parla di «classe media tartassata», lasciano il tempo che trovano. In un Paese in cui solo l’1% verrebbe riguardato da un incremento dell’aliquota per i patrimoni sopra i cinque milioni di euro la classe media qui non c’entra nulla.

Non è la proposta in sé, per nulla originale tra l’altro, il problema. Negli ultimi anni nessuno d’altronde si è permesso di proporre aumenti delle tasse, di qualsiasi tipo, che non coinvolgessero una minoranza molto limitata dei contribuenti italiani, quelli che del resto che in media dichiarano solo 21.600 euro di reddito.

La parte più sconcertante della vicenda è invece la destinazione del maggior gettito, due miliardi e 800 milioni nelle speranze degli estensori della proposta. Ovvero un altro bonus.

Una maldestra versione “de sinistra” del «mettiamo i soldi nelle tasche degli italiani» di berlusconiana memoria.

I diecimila euro da dare in mano ai 18enni, come versione potenziata dei 500 euro già regalati ai fratelli maggiori, da usare per istruzione e formazione, lasciano un po’ interdetti.

Si potrebbero capire se fossimo negli USA, in cui il sistema scolastico post-secondario, gli studi universitari, in primis, si basano quasi in toto sui contributi privati. O viceversa se parlassimo di un Paese come quelli del Nord Europa che già spende moltissimo per l’istruzione dei suoi 18enni non lasciando nessuno indietro e si trattasse di consentire una formazione aggiuntiva a chi la desiderasse, altri master, o corsi di lingue.

Ma parliamo dell’Italia, uno dei Paesi che spende per l’educazione terziaria, quella che riguarda i corsi universitari o di formazione post-diploma, meno di quasi tutti gli altri partner europei, il 0,77% del Pil, contro il 0,92% spagnolo, l’1,27% tedesco, l’1,44% inglese, il 2,2% danese. Come al solito solo la Grecia e un altro paio di Paesi, in questo caso Lettonia e Slovacchia, investono meno.

E dire che siamo in generale tra gli Stati con una spesa pubblica sul Pil tra le più alte. C’è tra l’altro un palese sotto-finanziamento di questa parte dell’educazione rispetto a quella primaria.

I 7.182,2 euro spesi per ogni studente oltre a essere decisamente meno degli 11.006,1 (dati del 2018) francesi e dei 14.568,3 tedeschi sono soprattutto solo 1,2 volte in più di quelli destinati agli alunni delle elementari. La ratio è superiore quasi ovunque, diventa di 2 in Francia, Germania e nei Paesi Bassi, arriva a 2,8 in Irlanda.

Dati Eurostat 2018

Tra le cause ma anche probabilmente tra i risultati di tali numeri vi è la percentuale molto bassa di giovani italiani tra i 18 e i 24 anni che studiano o sono in formazione.

Sono il 62,6% delle donne e solo il 52% degli uomini. Contro una media europea rispettivamente del 65,7% e del 58,4%.

In questo caso anche la Grecia fa meglio di noi e più indietro rimangono solo pochi Paesi balcanici e dell’Est e Malta e Cipro.

Ancora peggiore la situazione degli stranieri: solo poco più di un quarto degli uomini tra loro segue un corso di qualche tipo, non necessariamente universitario.

Dati Eurostat 2020

In altri Paesi spesso anche chi a quest’età già lavora studia o viene formato. Da noi solo il 14,1% dei dipendenti e il 21,2% degli autonomi. Ma il dato peggiore, e quello in cui è maggiore il divario con il Nord Europa, riguarda i disoccupati. Meno del 10% di quelli italiani segue un corso, contro i due terzi di quelli svedesi o il 70,6% di quelli olandesi.

Gli inattivi di quest’età in gran parte sono universitari e qui le percentuali di chi studia sono quindi alte, ma per l’Italia comunque più basse che per gli altri Paesi.

Dati Eurostat 2020

E le cose non sono cambiate molto nel corso degli anni. Come spesso succede si tratta di un problema antico.

Dati Eurostat 2020

Allora sarebbero utili i diecimila euro per ogni maggiorenne proposto dal Pd, si potrebbe pensare.

Eppure non sono i contributi privati quelli che mancano al nostro sistema educativo. Contrariamente a quello che forse molti pensano, di tutti i finanziamenti che riceve il settore dell’educazione terziaria quelli provenienti dal privato, soprattutto da parte delle famiglie, sono una componente importante, più di sei miliardi all’anno, non molti meno, soprattutto considerando la diversa popolazione e soprattutto il diverso Pil di quelli che sostengono le famiglie tedesche. Mentre in altri Paesi come in Francia fa quasi tutto il pubblico.

Dati Eurostat 2018

Nel complesso il governo è responsabile solo del 65,6% della spesa per l’educazione terziaria nel nostro Paese, una delle percentuali più basse in Europa, considerando che in Francia si arriva al 97,6%, in Svezia all’82,7%, all’incirca come in Germania, in Austria all’81,2%.

Dati Eurostat 2018

E tra l’altro di questa spesa pubblica, di per sé già piuttosto limitata in termini assoluti e percentuali, una parte non piccola, il 27,9%, viene indirizzata al sistema educativo tramite la modalità dell’aiuto finanziario al singolo studente, via crediti o borse di studio. Solo in Svezia, Danimarca, Regno Unito Irlanda tale percentuale è più alta.

Si capisce così come in realtà la parte realmente deficitaria della strategia italiana di finanziamento dell’istruzione terziaria, che si tratta di università, ITS (Istituti Tecnici Superiori), o corsi di formazione equivalenti, sia proprio quella che riguarda le risorse destinate direttamente al sistema, in termini di stipendi agli insegnanti, di ricerca e sviluppo, di infrastrutture e laboratori.

Anche ammesso e non concesso che un/a 18enne sappia come spendere in modo veramente efficace ed efficiente diecimila euro, nel corso a lui/lei più adatto, nella migliore delle ipotesi rischiamo di dare acqua a un cavallo esausto, il sistema educativo, che più di tanto non può bere, perché troppo magro e denutrito. Considerando anche un sistema privato limitato. Bocconi e Luiss non possono all’improvviso accogliere migliaia di studenti in più, per esempio.

Non è un caso che il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano) non prevede somme date direttamente in mano agli studenti, ma un rafforzamento del sistema educativo nel suo complesso, dalla lotta all’abbandono scolastico a monte, alle medie e alle superiori, al rafforzamento dei legami tra università e aziende, soprattutto per quanto riguarda la ricerca.

A leggere i documenti e le proposte sembrerebbe quasi che Draghi abbia superato a sinistra il Pd, con interventi centrati su investimenti pubblici strutturali mentre il partito di Letta invece vuole stimolare la spesa privata.

In realtà da parte del Partito Democratico non vi è alcuna mossa ideologica, nessun riposizionamento, né verso sinistra, come l’aumento della tassa di successione vorrebbe suggerire, né verso destra, tramite appunto la responsabilizzazione del singolo studente.

Si tratta semplicemente di quell’arte che ha ormai sostituito per tutti la politica, le proposte di legge precedute da studi e approfondimenti, i compromessi. La difficile e affascinante arte del marketing e della narrazione.