Gli ultimi noveQuali Paesi Ue non hanno ancora inviato il Recovery Plan (e perché)

Finora la Commissione europea ha ricevuto 18 piani nazionali. In Romania e Finlandia i partiti di governo e opposizione non sono riusciti ancora a trovare un accordo e hanno bisogno di una maggioranza di due terzi del Parlamento per dare il via libera. In Estonia il partito populista Ekre ha presentato 700 emendamenti per fare ostruzionismo

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Aspettando i Recovery Plan. Finora la Commissione europea ha già ricevuto 18 Piani nazionali di Ripresa e Resilienza da parte degli Stati europei (i primi inviati li avevamo raccontati qualche settimana fa). Adesso si aspettano gli altri nove documenti, dal valore totale di 201 miliardi di euro, ma la speranza della Commissione è quella che gli Stati accelerino soprattutto nell’approvazione della legislazione chiamata “decisione sulle risorse proprie”, che aumenterebbe le garanzie a sostegno del debito e permetterebbe alla Commissione di raccogliere più facilmente il denaro sul mercato.

C’è però il rischio che per qualche Stato membro sia necessario attendere più del dovuto, quasi come i protagonisti dell’opera “Aspettando Godot” dell’irlandese Samuel Beckett. È infatti inevitabile che per alcuni l’attesa si prorogherà ancora per qualche settimana, facendo così slittare l’invio del documento alla seconda parte dell’anno, dopo aver dovuto affrontare elezioni impreviste, necessità di trovare la maggioranza dei 2/3 in Parlamento e tattiche ostruzionistiche da parte dell’opposizione. 

Finlandia
Discorsi lunghi otto ore, poesie e favole come quella di Cappuccetto Rosso. In Finlandia sembra quasi essere giunta al termine l’approvazione del Recovery Plan nell’Eduskunta, il Parlamento monocamerale finlandese composto da 200 membri. Protagonista della scena politica è stato il partito populista dei “Veri finlandesi” di Jussi Halla-aho, seconda forza politica alle elezioni del 2019 dietro ai Socialdemocratici, che ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’approvazione del documento.

Un ostracismo euroscettico resto possibile sia dal quorum dei 2/3 necessario per raggiungere l’approvazione che dell’assenza nel dibattito dei partiti di governo dove, oltre ai Socialdemocratici della premier Sanna Marin, ci sono anche il Partito di Centro, la Lega Verde, l’Alleanza di Sinistra e il Partito popolare svedese. E mentre loro tenevano il Parlamento sotto scacco per giorni (con la complicità di uno dei vicepresidenti Juho Eerola, poi sospeso) il Paese ha quasi rischiato la crisi di governo viste le spinte centrifughe dei cinque partiti di governo, divisi sulla spesa pubblica. La ragione dietro questa tattica ostruzionistica dei “Veri finlandesi” è ben riassunta da Heikki Paloheimoprofessore emerito di scienze politiche presso l’Università di Tampere, in un’intervista a Helsingin Sanomat.

«È improbabile che i “Veri finlandesi” ottengano la non approvazione del pacchetto di aiuti, che in fondo era un obiettivo irrealistico: la causa di questa bagarre è legata piuttosto alla volontà di manifestare con forza le proprie posizioni euroscettiche, soprattutto in vista delle elezioni municipali del prossimo 13 giugno». C’è in gioco anche la capitale Helsinki e per questo il partito dei “Veri finlandesi” cerca di rafforzare le proprie posizioni, facendo leva sui dubbi degli altri.

Come dimostra un sondaggio di Business Delegation Eva non tutti i finlandesi sono convinti del piano di recupero formulato dal governo. I più scettici sono i sostenitori di due partiti-cardine nel processo di approvazione: il Partito di Centro, parte della coalizione di governo, e il Partito di Coalizione nazionale, movimento di centro-destra deciso ad appoggiare il piano dei socialdemocratici. Il 43 per cento dei sostenitori del Partito di Coalizione nazionale ritiene che la partecipazione al pacchetto di recupero europeo non fosse nell’interesse della Finlandia. Una percentuale di poco inferiore è stata riscontrata tra i seguaci del Partito di Centro: il 34 per cento di loro non è infatti convinto del piano del governo. Martedì 18 maggio il Parlamento dovrebbe dare il suo via libera.

Irlanda
La prima parte è fatta. Venerdì 14 maggio il Parlamento irlandese ha dato il via libera parlamentare alla legislazione chiamata “Decisione sulle risorse proprie”: un primo passo in attesa del completamento e invio del Recovery Plan. A Bruxelles attendono con molta ansia il documento di Dublino, che varrà 19,7 miliardi di euro, per vedere se tra le pagine del piano c’è il punto più atteso: la lotta all’evasione fiscale. Un punto decisivo per Bruxelles: «È importante rafforzare la lotta all’elusione fiscale ed eliminare le scappatoie che possono portare a situazioni di doppia non tassazione», ha scritto il commissario europeo all’economia Paolo Gentiloni in una risposta scritta all’eurodeputato dello Sinn Féin Chris MacManus.

Come riporta l’Irish Times, la Commissione aveva già segnalato nelle sue raccomandazioni di fine anno per l’Irlanda alcuni comportamenti fiscali delle aziende, come certi pagamenti ai propri azionisti, che evidenziavano il tentativo di utilizzare le norme irlandesi per una pianificazione fiscale aggressiva. «L’Irlanda ha fatto passi da gigante in materia ma non smantelleremo la nostra aliquota al 12,5%: è il solo modo che abbiamo per competere con i Paesi più grandi», ha dichiarato il ministro delle finanze irlandese Pascal Donohoe, presidente anche dell’Ecofin, l’organo che riunisce i ministri delle Finanze dei 27 Statimembri. Su questo punto lo scontro politico tra Bruxelles e Dublino è destinata a continuare.  

Estonia
Come per l’Irlanda anche in Estonia un primo passo è stato compiuto. Giovedì 13 maggio è stata approvata la legislazione europea “Decisione sulle risorse proprie” e presto il governo estone potrebbe presentare il proprio piano da 2,9 miliardi di euro a Bruxelles. Come in Finlandia anche qui l’opposizione ha cercato di fare ostruzionismo, come dimostrano i 700 emendamenti presentati dal partito populista dell’EKRE, passato all’opposizione con il passaggio dal governo di Juri Ratas a quello di Kaja Kallas all’inizio di quest’anno (una crisi lampo durata ventiquattr’ore.

E dire che le dichiarazioni belligeranti di Henn Põlluaas, capogruppo del Partito EKRE al Parlamento estone, il Riigikogu, lasciavano immaginare una battaglia parlamentare più dura. «Vogliamo che l’UE rimanga un’unione di Stati sovrani e che la capacità decisionale rimanga nelle capitali degli Stati membri, motivo per cui abbiamo proposto così tanti emendamenti. Temiamo in particolare che se alcuni Stati membri si dovessero rivelare incapaci di pagare il prestito comune, gli altri dovranno poi saldare». Alla fine però la maggioranza ha avuto la meglio.

Romania
Polemiche ancora in corso in Romania tra maggioranza e opposizione sulla ratifica del Recovery Plan. Come riporta Bloomberg, le forze politiche sono ancora lontane dal raggiungere un necessario consenso sulla ratifica del Piano, visto che è necessaria una maggioranza dei due terzi. A porsi soprattutto d’ostacolo sono i socialdemocratici, che chiedono al Partito Liberale del premier Citu e al governo di consentire i dibattiti in Parlamento, cosa che però non è obbligato e non ha intenzione di fare.

Intanto però il governo si porta avanti e ha già concordato con Bruxelles i primi progetti, destinatari di 8,6 miliardi dei 29,2 che arriveranno dall’Unione. Le PMI (2,2 miliardi di euro), l’istruzione (3,7 miliardi di euro) e la salute (2,5 miliardi di euro) sono i primi temi su cui si investirà mentre su altri cari al governo di Florian Citu, come le infrastrutture e l’irrigazione in agricoltura, l’interlocuzione resta aperta.