Brand CapitaleBonomi immagina per Roma un sindaco con capacità da manager

Il presidente di Confindustria dice che per il futuro del Paese saranno centrali il Giubileo 2025 e il bimillenario della crocifissione di Cristo nel 2033. E chiede un impianto di regole amministrative diverso, come Parigi, Madrid, Londra e Berlino

«È la Capitale del mio paese, io ne sono innamorato». Carlo Bonomi, presidente di Confindustria e per anni presidente degli industriali lombardi, sul Messaggero parla del futuro di Roma in vista delle prossime elezioni comunali. Mentre oggi nella sede nazionale degli industriali di viale dell’Astronomia verrà inaugurato un hub vaccinale a disposizione della collettività.

«Quando ero presidente di Assolombarda, quattro anni fa, quindi in tempi non sospetti, dicevo già che il futuro del Paese si giocava sulla ripresa di Roma. Che è un brand unico al mondo, è l’immagine dell’Italia ovunque», spiega Bonomi. «Quella dei prossimi anni è una partita fondamentale, perché Roma è essenziale per trainare anche il Mezzogiorno. Qui si gioca una partita per il futuro del Paese. Se penso ai due grandi eventi dei prossimi anni, il Giubileo 2025 e il bimillenario della crocifissione di Cristo nel 2033, penso che tutto il mondo starà a guardarci».

Sul futuro sindaco di Roma, dice: «Non voglio fare una descrizione politica. Io credo che il futuro sindaco di Roma debba avere un ruolo, una valenza che vada oltre l’essere un semplice sindaco, seppure di una grande metropoli, un colosso come Roma. Io credo che però la Capitale debba rivedere quello che è il suo impianto di regole amministrative. Tutte le grandi capitali europee hanno un impianto di regole completamente diverso: Parigi, Madrid, Londra, Berlino sono delle città Stato con regolamenti diversi perché hanno esigenze diverse. Quindi ci vuole un sindaco che abbia grande visione, capacità di gestione di una macchina amministrativa complessa, che abbia capacità manageriali, con grande visione sui temi del futuro e delle disuguaglianze. Deve saper interpretare queste dinamiche e dare delle risposte».

E in vista del Giubileo del 2025, «dobbiamo pensare a grandi opere per Roma, dalla tramvia dal Vaticano a Termini al ponte autostradale in cui si blocca il traffico in entrata a Roma arrivando da Fiumicino. Sono opere che vanno cantierizzate subito per il 2025 utilizzando i fondi del Pnrr, perché sono finalizzate alla riuscita di eventi che hanno già dimostrato di produrre Pil non solo per Roma ma per tutta l’Italia». Si tratta, spiega, «di ripensare le città, di ripensare le infrastrutture: i pellegrini non arriveranno solo all’aeroporto di Fiumicino, è impensabile che lo scalo possa gestire da solo un flusso così alto quindi bisogna pensare ad un sistema aeroportuale, in cui deve essere coinvolta anche Civitavecchia, con il porto marittimo. E ci vorrà l’alta velocità per collegare le città d’arte».

Quanto alla sentenza sull’ex Ilva di Taranto, anche in questo caso Bonomi fa un paragone con Roma: «A Taranto come nella Capitale bisogna spezzare la spirale di sfiducia che si è creata negli anni. Il Governatore Visco, proprio ieri, nella sua relazione ha parlato di “fallimenti di Stato”, che non è un passaggio banale detto da un Governatore di Bankitalia. Ora: qual è il perimetro di intervento dello Stato nell’economia? La vicenda Ilva si colloca in questa cornice: non c’è un Paese al mondo che chiuda una fondamentale attività tecnologica o un intero settore produttivo se non attraverso una valutazione di costi e benefici complessivi e che, non facendo questo, la chiuda per via giudiziale. Credo che la politica abbia commesso degli errori, perché se per un decennio non si è trovata una soluzione alla questione dell’Ilva allora bisogna porsi una domanda: l’indotto dell’acciaio a caldo ci serve o no? Io credo che ci serva. È fondamentale per le nostre filiere. Ma la politica dal 2012 non l’ha capito. Ed ecco dove siamo arrivati. Perché dal 2012 la gestione non è più dei privati, ma è pubblica».

E su un’altra cosa Bonomi chiede una maggiore attenzione della politica nazionale: la direttiva europea Sup sulla plastica. «Le linee guida espandono in maniera sproporzionata l’ambito di applicazione della definizione di plastica, inserendo una serie di prodotti tra cui anche quelli di carta definendoli genericamente come plastica», dice. «Si mette in ginocchio un’intera filiera, importantissima per l’industria italiana. Pensi che in quel settore noi rappresentiamo il 35 per cento del mercato europeo. E dalla politica c’è un silenzio assordante. Per la verità gli unici che si sono impegnati molto sono i ministri Di Maio e Giorgetti, ai quali sono riconoscente. Ma in un momento in cui si parla del blocco dei licenziamenti, mentre in Italia nel primo trimestre ci sono stati 130mila occupati in più segno che le imprese sono tornate a investire, dall’altra parte una direttiva europea chiude un comparto intero decidendo di lasciare a casa migliaia di lavoratori italiani. E io non vedo una reazione decisa, forte coesa della politica, dei sindacati, del mondo imprenditoriale. Sembra che siamo solo noi a difendere le nostre imprese del packaging e i loro occupati che sono un’eccellenza mondiale».

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