Campagna integrataRichiedenti asilo tra le vigne del Brunello

Il progetto ICARE è una bella storia di inserimento di giovani immigrati a Montalcino, dove, attraverso il lavoro agricolo tra le viti delle Tenute Silvio Nardi, la formazione si incrocia con la protezione dal caporalato

Chi conosce il vino sa che, nonostante le tante difficoltà degli ultimi mesi, il lavoro in campagna non è mai mancato: i ritmi dettati dalle necessità dei vigneti sono sempre gli stessi, anno dopo anno, pandemia o meno. Le tante lavorazioni che iniziano durante l’inverno con la potatura e che si protraggono durante la primavera e l’estate fino alla vendemmia non conoscono crisi, lo ha imparato chi ha iniziato a lavorare in vigna in questo periodo, in tutto il mondo.

Lo ha capito Yahya Adams, che in queste settimane è impegnato nella rimozione delle foglie in eccesso tra i filari delle Tenute Silvio Nardi, grande e importante realtà di Montalcino, in Toscana. Con lui sono 24 i richiedenti asilo al lavoro in vista della raccolta delle uve destinate alla produzione di quello che tra 5 anni sarà il Brunello di Montalcino 2020. Provengono da Ghana, Togo, Sierra Leone, Guinea-Bissau, Mali, Pakistan e altri Paesi, tutti senza precedenti esperienze nel vino. Hanno trovato lavoro grazie a un’iniziativa promossa dall’Azienda Sanitaria Locale delle province di Arezzo, Grosseto e Siena volta allo sviluppo di competenze specifiche durante il periodo di elaborazione delle rispettive richieste di asilo. Un progetto che si chiama ICARE (Integration & community care for asylum and refugees in emergency) sostenuto da fondi europei.

«È un’iniziativa che rispecchia il DNA della nostra famiglia», spiega la titolare della cantina, Emilia Nardi. «Il lavoro è fondamentale per ognuno di noi e mi è sembrata un’importante opportunità di formazione e inserimento per queste persone». È un percorso che ha richiesto l’impiego di varie competenze, dall’agronomo alla psicologa, dagli esperti di medicina del lavoro a quelli della sicurezza sul luogo di lavoro, fino ai mediatori culturali. «Al centro di tutto c’è la salute dei migranti», sottolinea Lia Simonetti, direttore dei servizi sociali dell’Asl Toscana Sud-Est. «Ed è in questo quadro che rientra la formazione per l’inserimento nel mondo del lavoro. Un finanziamento europeo ha sostenuto il progetto presentato dalla Regione Toscana, abbiamo trovato un’azienda disponibile e una cooperativa che ha saputo mettere insieme le professionalità per attivare un’azione a tutto campo: il risultato è favorire un approccio al mondo del lavoro con tutte le garanzie di formazione e sicurezza».

Yahya ha 21 anni e, come ha raccontato ad Associated Press, ha lasciato il Ghana quando aveva solo 14 anni per cercare lavoro all’estero. Dopo 2 anni in Libia, dove è stato anche in un carcere destinato ai migranti, è riuscito ad arrivare in Italia via mare. Ha raggiunto il Belgio ma poi è tornato nel nostro Paese dove ora è iscritto al programma di lavoro agricolo della Cooperativa Agricola Sociale San Francesco.

Un’organizzazione costituita per avviare attività imprenditoriali, economicamente sostenibili, in grado di offrire opportunità lavorative a persone in disagio economico. In particolare offrire formazione e lavoro ai richiedenti asilo accolti nelle strutture gestite da una cooperativa della provincia di Siena cercando al tempo stesso di tenerli lontani da quel lavoro nero che, soprattutto in agricoltura, può sfociare in situazioni di sfruttamento.

«Il lavoro», afferma il presidente Nicola Peirce, «è il primo passo per favorire un percorso di vera integrazione. Il nostro obiettivo è alzare la qualità della formazione di queste persone in modo che diventino autonome per le aziende, che hanno sempre bisogno di manodopera preparata». Questi lavoratori vengono pagati poco più di 7 euro l’ora per 8 ore al giorno, in linea con il minimo di settore ma più di quanto guadagnerebbero lavorando in maniera irregolare per più ore.

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