Il mio corpo che cambiaGli animali stanno mutando forma per sopravvivere al cambiamento climatico

Becchi e zampe più grandi, orecchie più estese, code più lunghe. Diverse varietà di animali a sangue caldo si stanno adattando per affrontare la sfida ambientale e scongiurare l‘estinzione, ma le conseguenze ecologiche di questi cambiamenti restano un‘incognita per il futuro

evoluzione elefante
Pixabay

I mutanti sono tra noi. Proprio come profetizzato nei fumetti dei supereroi Marvel, a causa degli effetti del cambiamento climatico molte specie animali a sangue caldo in diverse parti del mondo stanno sviluppando cambiamenti fisiologici e mutazioni a velocità insolita per la scienza.

Diversamente da quanto avviene nell‘universo narrativo della scuola del professor X, però, per gli animali mutaforma non si tratta di un‘evoluzione che genera superpoteri, bensì di un adattamento disperato per sopravvivere all‘aumento repentino delle temperature del pianeta. È questo quanto emerge in un recente studio pubblicato su Trends in Ecology and Evolution da un team di ricercatori australiani e canadesi, guidato da Sara Ryding della Deakin University, principale autrice della ricerca.

L‘eccessivo calore in natura è tutt‘altro che un semplice fastidio per le specie selvatiche. Nella maggior parte dei casi, se gli animali non riescono a controllare la loro temperatura corporea possono surriscaldarsi e andare incontro alla morte.

Come fa notare Ryding: «A differenza degli umani, gli animali a sangue caldo in natura non godono del lusso dell‘aria condizionata, quindi devono fare affidamento sul proprio corpo per evitare il surriscaldamento. Rilasciano calore attraverso le loro appendici». Per le piccole creature come i topi, sono le code a svolgere questo lavoro. Per gli uccelli, lo fanno i loro becchi.

Gli elefanti fanno invece affidamento sulle loro enormi orecchie, che agitano periodicamente avanti e indietro, rilasciando il calore in eccesso nell‘aria. E proprio a causa del rapido e progressivo innalzamento delle temperature, le loro appendici potrebbero crescere ulteriormente. «Quindi» – aggiunge Ryding – «in un futuro non così lontano, potremmo ritrovarci davanti un Dumbo in carne ed ossa».

Quest‘anno diversi Paesi hanno registrato le temperature più alte degli ultimi decenni, con luglio che ha raggiunto una temperatura combinata tra terre e superficie degli oceani di tutto il mondo con una media di 0,93 gradi Celsius, divenendo di fatto il mese di luglio più caldo mai osservato dalla nascita dei registri internazionali ad oggi.  Un record che ha superato di poco (con una differenza di soli 0,01 gradi Celsius) quello precedente, registrato sempre a luglio 2016 e confermato anche nel 2019 e nel 2020. Quel che è chiaro agli scienziati alla luce di questi dati, comparati con i risultati dello studio, è che i futuri aumenti della temperatura trasformeranno sempre più animali in mutaforma nei prossimi anni.

Ma i ricercatori avvertono che «questi cambiamenti fisiologici non significano che gli animali stiano affrontando il cambiamento climatico». Anzi, è molto probabile che non tutti i mutaforma e le altre specie riusciranno a tenere il passo con il velocissimo riscaldamento del pianeta. Ad esempio, alcuni cambiamenti possono interferire con la capacità delle creature di procurarsi il cibo. 

Come nel caso degli uccelli che si nutrono del nettare dei fiori, dove è vitale avere piccoli becchi sottili: «Se sei un colibrì e il tuo becco si sta allargando sempre di più, potrebbe diventare troppo grande per essere usato efficacemente nei fiori dai quali trai nutrimento», evidenziano i ricercatori, sottolineando come questi mutamenti non significano affatto che tutto sta andando bene.

«Non siamo sicuri di quali siano le altre conseguenze ecologiche di questi cambiamenti, o che tutte le specie siano in grado di cambiare e sopravvivere. Il cambiamento climatico che abbiamo creato gli sta mettendo pressione e, mentre alcune specie si adatteranno, altre semplicemente verranno condannate all’estinzione».

Altri esempi di cambiamento negli animali dovuto al calore osservati nello studio sono quelli di diverse specie di pappagalli australiani che dal 1871 ad oggi hanno fatto registrare un aumento del 4-10% nelle dimensioni del loro becco. Una mutazione, secondo lo studio, correlata all’aumento delle temperature estive nel corso degli anni. 

Ma i ricercatori hanno analizzato anche i casi dei topi selvatici (Apodemus sylvaticus) che stanno sviluppando code più lunghe, o dei toporagni mascherati (Sorex cinereus) anch‘essi ora dotati di code e zampe più lunghe, o ancora dei pipistrelli tipici dei climi caldi, che hanno ingrossato le proprie ali.

Un altro concetto a sostegno della tesi dello studio – ben consolidato nell‘ambito biologico e risalente al XIX secolo – è la regola di Bergmann, dove si afferma che per conservare meglio il calore, le creature che vivono in climi più freddi tendono ad essere più grandi e più robuste rispetto a quelle che vivono più vicino all’equatore.

La regola prende il nome da Carl Bergmann, il biologo che descrisse per primo il modello nel 1847. Trent’anni dopo il collega Joel Asaph Allen ampliò ulteriormente il concetto, affermando che gli animali che si sono adattati ai climi freddi hanno arti e appendici corporee più corti per mantenere il calore corporeo e, applicando lo stesso principio termoregolatore all’inverso, dimostrò anche l’esatto contrario (nei climi più caldi le appendici degli animali a sangue caldo diventano più grandi, rispetto alle loro dimensioni corporee).

Il team di Ryding ha anche condotto vari studi sul campo. Uno di questi, svoltosi dal 2003 al 2011, ha misurato il becco dei fringuelli delle Galapagos, scoprendo che si sono ingranditi in risposta ai picchi di temperatura. Altri dati analizzati dai ricercatori si sono concentrati sui conigli europei, che sono stati portati in Australia in aree con condizioni meteorologiche diversificate. Quelli delle aree più calde hanno sviluppato orecchie più lunghe, e per Ryding «è un esempio davvero interessante di come gli animali rispondono alle differenze con il loro ambiente temperato dopo essere stati introdotti altrove».

Un’altra scoperta del team ha riguardato le quaglie giapponesi, che, se allevate in ambienti di laboratorio più caldi delle temperature del loro habitat naturale, hanno dimostrato di poter sviluppare becchi più lunghi, adattandosi ai cambiamenti ambientali in una sola generazione. Stesso discorso per quanto riguarda i topi da laboratorio, a cui sono cresciute code più lunghe.

«In entrambi i casi il tutto è avvenuto in un lasso di tempo molto più breve rispetto agli studi sul campo» – osserva Ryding – «cosa che dimostra quanto rapidamente gli animali possano davvero adattarsi ai loro ambienti».