L’antiquario e l’unicità della vulvaIl simbolo Lewinsky, il santino Cederna e i bigottismi dei cancellettisti

Poiché nella storia maiuscola le figure femminili sono meno di quelle maschili abbiamo deciso che vadano sacralizzate. I loro pregi sono esaltati, i difetti perdonati. Il cattivo è sempre l’uomo, anche nel caso in cui una giornalista sputtana il presidente

Unsplash

È un ottimo momento per approfittarsene, se sei una donna.

Se sei Carmela (citata ovunque senza cognome, Nora Ephron avrebbe detto: una generazione di cameriere da pub), puoi andare a firmare il contratto da docente di matematica vestita da sposa, e nessuno la troverà una patetica sceneggiata, tutti diranno che sei il simbolo della difficoltà delle precarie.

Se sei Linda Tripp, la serie sul caso Lewinsky di Ryan Murphy, “Impeachment”, ti racconterà come una traumatizzata, cattiva sì ma sempre per colpe altrui, un po’ come quando a vent’anni uscivamo con uno stronzo e non era mai uno stronzo, era sempre uno che aveva avuto un’infanzia infelice.

Se sei Monica Lewinsky, tutti ti asseconderanno quando dici che quello non è il caso Lewinsky, è il caso Clinton, il cattivo è lui, e nessuno ti obietterà che però Clinton ha fatto altre cose, «il caso Clinton» potrebbe riferirsi a diversi avvenimenti, il cognome Lewinsky solo per una cosa è noto. (Questo è il punto in cui vengo accusata di sessismo dalle militanti dei cancelletti).

Se sei Camilla Cederna, i tuoi scritti verranno raccolti liquidando in poche righe introduttive il cocciuto sputtanamento del presidente Leone a tua opera, una nota a pie’ di pagina nella carriera della nostra brillantissima-cronista-da-cui-tutte-abbiamo-imparato, e altri riempimenti automatici che bisogna sospirare quando si parla della Cederna.

Se sei una donna, i cattivi sono sempre gli altri.

Se Matteo Berrettini fosse una donna, per la costanza con cui gli sbagliano nome ovunque, ieri persino sul Twitter ufficiale degli US Open, ci sarebbero cancelletti, sdegni, simbolismi, delle donne neanche ci si preoccupa d’imparare il nome, l’esistenza delle donne viene cancellata a mezzo abolizione di doppia consonante. Invece è uomo e mica si possono rompere troppo i coglioni, si sa che gli americani son scarsi in ortografia.

Se sei una donna c’è una marca d’assorbenti che ti dice che la tua vulva è unica, casomai avessi creduto le facessero in serie come gli assorbenti, e «crediamo che ogni vulva sia speciale e che le differenze debbano essere celebrate. Dai peli pubici alle dimensioni delle labbra, vogliamo che tu ti senta orgogliosa di come sei». Mi sarei aspettata la rivolta di quelle che per mestiere depilano passere, il cui posto di lavoro viene messo in pericolo da questi industriali del «sei bella così come sei», ma non c’è stata, perché abitiamo l’epoca del paradosso in cui chi ti vende espedienti per migliorarti deve farlo dicendoti che sei già al tuo meglio.

In cui il video che accompagna la campagna per l’unicità della vulva ha varie similvulve (arance, fiori, centrini all’uncinetto), e la prima, la conchiglia che canta “Praise you” (chissà Fatboy Slim com’è fiero che lo adoperino per vendere pannolini – cioè, scusate: per celebrare la vulva), la conchiglia è appoggiata su una modella con cosce smagliate, probabilmente un effetto speciale, gliele hanno smagliate perché c’immedesimassimo di più, noi acquirenti con vulva (e varia smaglieria attorno). E comunque ce la vedete la Cederna che scrive così tante volte «vulva»? Poi per forza nessuno raccoglierà i miei scritti da morta.

Camilla Cederna muore nell’autunno 1997, quando Linda ha appena cominciato a registrare le conversazioni con Monica, quando Paula Jones ha appena cominciato a parlare di Clinton agli avvocati. Chissà cos’avrebbe scritto, in quegli ultimi anni in cui criticare le donne non era considerato accanimento su una specie protetta.

Nelle serie tv e nei libri e nelle pubblicità del 2021 il guaio sono sempre gli uomini, persino quando non sono Bill Clinton ma dei poveri disgraziati. In “Impeachment” una delle origini del casino che divenne un pezzo di storia americana è il marito di Paula Jones, attore disoccupato che pretende gli avvocati chiedano, in cambio del silenzio della coppia, ai Clinton di raccomandarlo per una particina in una sitcom.

Sono retrospettivamente dei mostri nel 1961, quando Cederna racconta che L’antiquario, gioco di società di moda a Roma, ora si gioca anche a Milano. Consiste nel mettere, tra amici, fintamente in vendita una delle signore, che colui che fa la parte dell’antiquario descriverà come un mobile. «Supponiamo che l’oggetto da vendere sia una robusta giovanottona. “È un mobile estremamente comodo,” dirà il finto negoziante, “e le farà un’ottima riuscita. No, non è tutto autentico naturalmente, è anche un po’ pesante di gambe, ma è quel che ci vuole per coprire una parete. Fa sempre comodo una bella madia,” continua l’Antiquario che se è spiritoso e un po’ mascalzone, arriverà a far ridere l’assemblea e a raggelare la madia» (virgole come nell’originale, ma non sarò certo io a criticare l’italiano della Cederna). Una madia pesante di gambe: pensa oggi.

La povera Irene Soave, che raccoglie questa e altre crudeltà in “Camilla, La Cederna e le altre” (Bompiani), è costretta a rimarcare nell’introduzione che «oggi il gioco dell’Antiquario non divertirebbe nessuno, ed è giusto così», perché «è giusto così» (più spesso: «giustamente») è la scorciatoia lessicale con cui segnaliamo che siamo dalla parte del progresso, che quel che abbiamo appena riferito c’indigna come donne e come professioniste, che la giovanottona sarà rimasta traumatizzata a vita e che sono assai più lieti per noi giovanottone questi tempi in cui gli assorbenti ci lodano la vulva.

È un ottimo momento per il revisionismo, se sei una donna. Se sei Monica Lewinsky, ti faranno produrre “Impeachment”, e il tuo personaggio sarà come lo ricorda la te di venticinque anni dopo, e come lo vogliono raccontare autori per cui non puoi che essere stata vittima (aggiungerei «senza macchia», ma non vorrei sembrare una che fa battutacce novecentesche).

In tutta la prima puntata, Monica non è mai maliziosa: è dolente, timida, innamorata, tradita, ma mai, mai responsabile di meschinità di quelle normali.

Non soffriva solo la giovanottona, scriveva la Cederna: «Soffre un poco anche la perfettissima paragonata a un Fragonard, a una miniatura, a un Tanagra, quando, riempita di complimenti (ai complimenti ci si abitua così presto), deve finalmente tornare al suo posto».

C’è una scena in cui Linda Tripp ripete varie volte all’assai ordinaria Monica quanto il suo aspetto sia straordinario. Sarebbe bello, nelle prossime puntate, vedere una Monica che ci crede, una Monica iraconda perché la realtà ha tradito la sua vanità. Ma non accadrà. Sono gli anni Novanta raccontati dagli anni Venti, quelli, mica il 1961.

Poiché le figure femminili sono meno di quelle maschili, nella storia maiuscola, abbiamo deciso vadano sacralizzate. La Cederna è un santino, Monica Lewinsky è un simbolo. Con nessuna delle due oseremo distrarci abbastanza da commettere refusi, figuriamoci metterle in imbarazzo con giochi di società. Anzi, ricordiamoci di non accostare alla seconda uno spot sulle meraviglie della vulva: mica vorremo rischiare battutacce.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter