Arrestato in diretta tvIl ritorno (in manette) dell’ex presidente georgiano Mikheil Saak’ashvili

L’ex capo di stato è apparso sabato a Batumi alla vigilia delle elezioni amministrative e dopo un breve discorso ai suoi supporters, ha sorriso alle telecamere di tutto il paese mentre veniva portato via dalla polizia il partito di opposizione Sogno Georgiano ha vinto con il 46,7% dei consensi, ma è ancora al di sotto della maggioranza assoluta nel voto proporzionale.

Mikheil Saak'ashvili georgia
Flickr

«Tornerò», lo diceva da anni ma in molti pensavano che non l’avrebbe mai fatto. E invece venerdì scorso, in occasione del primo turno delle elezioni amministrative, Mikheil Saakashvili è tornato in Georgia. L’ex presidente – che ha guidato la Rivoluzione delle rose nel 2003-2004 capovolgendo il corso della storia del suo paese e portando la repubblica caucasica sulla strada dell’Europa, ma su cui pende un mandato di cattura per abuso di potere dal 2018 – è apparso a Batumi alla vigilia del voto e dopo un breve discorso ai suoi supporters, ha sorriso alle telecamere di tutto il paese mentre veniva portato via in manette dalla polizia.

Saakashvili è una delle personalità più controverse del mondo post-sovietico. Misha, come lo chiamano sia i supporter che i nemici, si aggiudicò la guida del paese grazie alla spinta riformatrice della Rivoluzione delle rose, la prima delle cosiddette rivoluzioni colorate delle repubbliche ex comuniste. 

La sua esperienza di governo, inizialmente votata alla modernizzazione e all’avvicinamento all’Europa, dovette però attraversare la fase traumatica della Guerra Russo-Georgiana del 2008, quando i carri armati di Mosca avanzarono sino a poche decine di chilometri dalla capitale. La Georgia fu così costretta a fare i conti con la perdita dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, regioni che Mosca, dopo aver occupato, riconobbe come repubbliche indipendenti.

Indebolito dalle conseguenze della guerra, il governo di Saakashvili si concluse poi tra polemiche e scandali di corruzione nel 2013 con l’entrata in politica del tycoon Bizina Ivanishvili, che d’allora detiene il controllo del paese prima come primo ministro e poi per interposta persona. 

Misha però non smette di far politica, espulso e privato della cittadinanza georgiana, inizia nel 2014 una nuova fase della sua vita in Ucraina. Affascinato dagli eventi del Maidan, che ritiene simili alla sua Rivoluzione delle rose, in accordo col presidente Petro Poroshenko ottiene la cittadinanza ucraina e, il 13 febbraio 2015, diviene governatore della regione di Odessa. 

La città sul Mar Nero ha un’identità storica molto legata alla Russia e in molti a Kiev temono che possa fare la fine della Crimea. Misha diventa così l’uomo anti-Mosca, la sua attività politica si gioca tutta sul mettere i bastoni tra le ruote alle politiche espansive del Cremlino sulle nazioni ex sovietiche. Il suo fine è chiaro, ma i suoi mezzi meno.

Anche a Odessa finisce male per lui. Saakashvili impone subito un’agguerrita lotta alle mafie locali ma al di là degli arresti gli sembra mancare un progetto. Misha, infatti è bravo a sfondare gli equilibri precostituiti ma è meno capace nel costruirne di nuovi. 

Passano due anni e lo scontro con Kiev diviene inevitabile, Poroshenko non lo protegge più, anzi sembra propendere per i suoi nemici, Saakashvili si dimette da governatore nel novembre 2017, ma rimane attivo politicamente nel Paese. Qualcuno a Kiev teme che il suo movimento anticorruzione possa diventare un partito e mettere in difficoltà l’equilibrio nazionale e, infatti, nel 2017 gli viene levata anche la cittadinanza ucraina.

Saakashvili è di nuovo apolide, fa la staffetta tra Ungheria e Polonia, è amico di Orban, con cui condivide lo stile, e si trova bene a Varsavia dove non amano i russi e, quindi, amano lui. Continua a influenzare la vita politica ucraina dall’esterno.

Nel 2019 però il vento cambia a suo favore, l’ex comico Volodimir Zelensky vince le elezioni presidenziali ucraine proprio sulla scia del malcontento per la corruzione degli anni di Poroshenko che Misha stesso aveva cavalcato. Divenuto presidente Zelensky entro pochi mesi gli restituisce la cittadinanza, Saakashvili torna a Kiev, ma promette di non immischiarsi più.

In testa, infatti, ha già il ritorno in patria e sa che il tempo è quasi maturo, la parabola dei consensi di Sogno Georgiano, il partito fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, è calante. Dopo le elezioni parlamentari del 2020, che vedono le opposizioni scendere in piazza e bloccare il paese contro presunti brogli e abusi di potere, la Georgia entra infatti in una fase di stallo politico da cui non riesce a uscire. 

Deve intervenire l’Unione Europea per mediare tra le parti e ci mette la faccia anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel per far siglare un accordo politico il cui scopo è avviare una stagione di riforme che rilanci il percorso di avvicinamento della Georgia all’Unione. 

Il paradosso della politica georgiana è che praticamente l’intero arco parlamentare è rappresentato da partiti che hanno gli stessi obiettivi: allontanare il paese dalle influenze di Mosca, riprendere il controllo dei territori persi durante la guerra dell’Agosto 2008 e portare la Georgia nella Nato e nell’Unione Europea.

L’unità d’intenti però non si traduce in armonia d’azione, al contrario, le forze politiche del paese proseguono da anni nello sforzo di delegittimarsi a vicenda con critiche di corruzione  – spesso fondate – e paranoiche accuse, secondo cui praticamente chiunque sia al soldo di Mosca. 

Il 19 aprile 2021 Sogno Georgiano e alcuni partiti di opposizione – ma non l’Unm, il Movimento Nazionale Unito fondato da Saakashvili – firmano l’accordo mediato da Bruxelles davanti alle telecamere e agli ambasciatori europei. Tra i punti salienti del patto un’amnistia per alcuni esponenti dell’opposizione, tra cui il candidato sindaco alla capitale Tbilisi  dell’Unm Nika Melia e una serie di riforme giudiziarie per ripristinare la fiducia nel processo elettorale. 

Passano poche settimane e il partito di governo abbandona l’accordo. Non ci sta però l’ex primo ministro e ministro degli interni Georgi Gakharia, che fonda il suo partito portandosi dietro una buona fetta di consensi, ma soprattutto diversi uomini dell’apparato di sicurezza.

«Grande è la confusione sotto al Caucaso, il momento è ideale» deve aver pensato Saakashvili – parafrasando Mao – il quale, approfittando del voto locale di questo fine settimana, decide di tornare finalmente in patria. 

«Vedete, ho rischiato tutto, la mia vita, la libertà, tutto, per venire qui. Da voi voglio una cosa soltanto: andate alle urne», dice nella sua ultima diretta Facebook, prima di entrare nel carcere di Rustavi a pochi chilometri da Tbilisi. Il malcontento per l’attuale governo non è automaticamente consenso per la sua figura, ma ancora una volta Misha gioca d’istinto e la sua mossa riesce a perfezione. Saakashvili fa ciò che sa fare meglio, riprendersi la scena.

Sabato il paese va al voto mentre ancora non si è capito né come l’ex primo ministro sia entrato in Georgia né dove sia stato arrestato precisamente. L’opposizione spera che il ritorno di Saakashvili possa motivare gli elettori e trasformare il voto in un «referendum contro il governo». Nika Melia arringa i suoi «Oggi votiamo per liberare la Georgia e per liberare Saakashvili». 

I risultati di domenica però danno Sogno Georgiano avanti in tutto il paese, ma sotto la maggioranza assoluta nel voto proporzionale con un 46,7% dei consensi. L’Unm si ferma al 30,6%, mentre il nuovo partito di Gakharia al 9%. Anche nella sfida per il comune Tbilisi, l’attuale sindaco Kakhaber Kaladze, ex difensore del Milan e candidato di Sogno Georgiano si assicura un vantaggio netto, ma gli mancano i voti per vincere al primo turno, secondo turno in vista anche nelle altre principali città: Batumi, Poti e Rustavi.

Il referendum contro il governo è fallito, ma la partita non è chiusa. Il premier georgiano Irakli Garibashvili assicura ai cittadini che Misha «subirà tutta la pena di sei anni senza sconti, e farà meglio a comportarsi bene se non vuole che aumenti». Piovono accuse dall’opposizione alle sue parole, che certo non fanno pubblicità alla separazione tra potere politico e giudiziario nel paese.

Ai ballottaggi, in programma per il 30 di ottobre potrebbe ancora accadere di tutto, se l’opposizione dovesse ottenere la guida della capitale potrebbe essere l’inizio del tramonto dell’era di Sogno Georgiano, o perlomeno della guida insindacabile e solitaria del miliardario Ivanishvili. Non è chiaro però cosa verrà dopo, probabilmente non è chiaro neanche a Saakashvili, che, nel suo tipico stile, sa come rovesciare le cose, meno come ricostruirle.

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