Terzo piano, OhioIl mio citofono rotto e lo scandaloso privilegio degli installatori di termosifoni

Il vero privilegio di oggi è baloccarsi coi traumi ipotetici non avendo evidentemente uno straccio di problema reale con cui tenersi occupati. La situazione nei campus americani è fuori controllo, e io non so più se sperare nella parodia o se godermi questo secolo in cui la realtà supera gli sceneggiatori in corsia d’emergenza

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La mia intimità è stata violata. Hanno abusato di me. Hanno ferito la mia sensibilità di donna, di donna riccia, di donna sofferente di couperose. È successo ieri mattina, è un fatto gravissimo e la società deve tutelarmi, i tribunali devono intervenire, la vita mi deve delle scuse.

È accaduto, infatti, che ieri mattina siano venuti a riparare il citofono. Tanto per cominciare era rotto da tre mesi, tre mesi di danni inflitti al mio equilibrio psichico (in doppiaggese: salute mentale) ogni volta che mi portavano la pizza e dovevo urlare per le scale perché il fattorino capisse dove andare.

Poi, dovevano arrivare alle nove e mezza, e sono arrivati alle nove meno dieci, quando io non ero psicologicamente né esteticamente pronta a riceverli, non avevo steso il fondotinta sulle mie gote rubizze, né annodato quel cespuglio che ho in testa in foggia presentabile: è un grave trauma, per me, non risultare attraente al riparatore di citofoni; un trauma che ci metterò anni d’analisi a elaborare.

Infine, il tizio – maschio, bianco, etero, neanche la decenza d’essere trans – ha riparato il citofono in meno di due minuti, una classica forma di bullismo che sottintendeva la mia inettitudine di donnetta che si era tenuta per tre mesi un guasto facilmente risolvibile. Praticamente victim blaming. Tutto ciò è gravissimo.

Se vi state chiedendo se sia seria, capisco il vostro problema. Ho letto il memoriale dei drammatici fatti di Oberlin, e per tutto il tempo ho borbottato: non capisco più cosa sia vero e cosa sia parodia. Temo sia vero – il resoconto è sul sito del college – e tuttavia ogni dettaglio urla «soggetto per i Monty Python». Procedo a riassumere.

Oberlin è un’università dell’Ohio, il cui college comprende il dormitorio denominato Baldwin Cottage. Ha trenta posti letto, che possono ospitare, ricopio dal dépliant ufficiale, «chiunque si identifichi come femmina o persona trans, a prescindere da razza, nazionalità, religione, sesso assegnato, orientamento sessuale».

Traduco alcuni passaggi dalla neolingua a una lingua condivisa.

«Sesso assegnato» è il modo in cui gli analfabeti e (cioè) gli accademici americani indicano il sesso con cui si nasce, indicandolo come fosse non un dato di fatto biologico ma un arbitrio dell’ostetrica. Far capire a un analfabeta postmoderno che è una definizione insensata è una battaglia troppo persa persino per me, me ne sono ritirata, se volete continuate voi e tenetemi informata sui progressi.

«Persona trans» include chiunque non si riconosca nel sesso cui la natura e la biologia l’hanno destinato (per quelli che pigramente ci si riconoscono, la neolingua ha la parola «cis»; i non parlanti la neolingua chiamano queste persone «normali», o non le chiamano proprio: la normalità è comoda proprio perché non bisognosa di specificazioni). Quindi, il dormitorio ospita sia femmine convertite in maschi sia maschi convertiti in femmine.

Lunedì, sul giornale dell’università compare il memoriale di un tal Peter Fray-Witzer, che dal nome e dalle foto a me pare maschio ma dorme al Baldwin dove i maschi nati maschi non possono stare, quindi sarà un maschio con vagina: al Baldwin il pene possono averlo solo le femmine.

L’articolo comincia raccontando che le studentesse (studenti? studentu?) che risiedono lì hanno ricevuto una mail dal «coordinatore per le comunità multiculturali basate sull’identità», e già siamo in piena parodia, ma proseguiamo.

Il coordinatore annunciava che il giorno dopo, tra le dieci di mattina e le otto di sera, sarebbero venuti a installare i termosifoni. È così che cominciano le tragedie, anche in Macbeth c’era un installatore di termosifoni, in una bozza alla quale Shakespeare teneva tantissimo ma che è stata fatta sparire dal patriarcato letterario.

Traduco stralci del crescendo che segue, declinandoli arbitrariamente al maschile (Peter scrive in inglese, una lingua in cui si possono formulare frasi di senso compiuto senza utilizzare i generi).

«Mi sono preoccupato vieppiù leggendo la seconda riga, che mi informava che avevo meno di ventiquattr’ore per prepararmi all’arrivo degli installatori […] In generale, sono molto contrario al fatto che qualcuno invada il mio spazio personale. Questa ansia era aggravata dal fatto che gli installatori sarebbero stati estranei, e più che probabilmente uomini cis […] Ero arrabbiato, impaurito, e confuso. Perché l’università non aveva concluso l’installazione in estate, quando l’edificio era vuoto? Perché non erano in grado di dirci un orario preciso? Perché ci avvisavano con un solo giorno d’anticipo?».

Sembra me quando mi lagnavo perché il citofono era rotto da tre mesi e dovevano sempre venire domani, ma Riccardo Cocciante saprebbe spiegare a me e a Peter che non c’è mai una ragione perché un installatore ti dia un orario preciso.

Ma arriviamo al D Day, la giornata più traumatica nella vita di Peter, e anche al mio dettaglio preferitissimo (non so più se sperare nella parodia o se godermi questo secolo in cui la realtà supera gli sceneggiatori in corsia d’emergenza).

«Quando hanno bussato insistentemente, mi sono di gran corsa messo la mascherina e ho urlato “arrivo” […] Ci siamo fissati per un attimo prima che mi scansassi per lasciarli entrare […] Ho chiesto in modo mite se si potesse evitare d’installare un calorifero nella mia stanza». Non andate pazzi anche voi per la mitezza di Pete, che – dopo un breve momento da western in cui ci si fissa sfidandosi – l’anno prossimo farebbe senza esitazione ritrovare al freddo chiunque occupi quella stanza, pur di non venire oggi scocciato dalla presenza di estranei?

Il memoriale dello scandalo prosegue dicendo che gli operai, orridi maschi nati maschi, sarebbero potuti teoricamente entrare nei bagni senza chiedere permesso.

Una parola-totem di persone come lo scrivente è «privilegio». L’operaio che guadagna in un anno un quarto di quel che i loro genitori pagano per un anno della loro istruzione universitaria è un privilegiato, nelle loro classifiche: sei maschio, sei bianco, non sei trans, cosa importa se sei povero e nessuno ti ha fornito un’istruzione, sei uno schifoso privilegiato.

È facile contrapporre a questa visione demente della vita quella di chi ha almeno sfogliato un bignami di Marx – sì, insomma: di chi non è iscritto a una facoltà umanistica negli Stati Uniti d’America – e dire che il vero privilegio è quello di classe. Facile, esatto, già fatto, già sentito.

Quindi, per variare, suggerirei che oggi tentassimo un nuovo esperimento interpretativo: e se il vero privilegio di Peter fosse l’ipotesi del tutto teorica dell’entrata degli operai nei bagni mentre qualcuno era svestito? Se il vero privilegio fosse baloccarsi coi traumi ipotetici non avendo evidentemente uno straccio di problema reale con cui tenersi occupati?

Certo, il citofonista alle nove meno cinque è stato spiacevole, ma non sapete come mi sto macerando all’idea che sarebbe potuto arrivare alle otto: sono traumatizzata alla sola idea del trauma che m’avrebbe causato.