Maresciallo TwitoIl complottismo anti Ue del premier sloveno Janez Jansa

Il leader del Partito democratico sloveno ha definito «marionette di Soros» alcuni europarlamentari, ha anche disertato una delegazione Ue in Slovenia su libertà dei media (che lui limita), e ha accusato la Commissione di abusare del concetto di Stato di diritto E dire che il capo di governo è presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea

LaPresse

Una bufala per distrarre l’attenzione. «Eccole, 13 delle 226 marionette di Soros nel Parlamento europeo», ha scritto su Twitter il “Maresciallo Twito”, al secolo Janez Janša, primo ministro sloveno noto per la sua smodata passione per il social. Le “marionette” a cui si riferisce sono alcuni eurodeputati, tra cui il tedesco Martin Schulz, il belga Guy Verhofstadt e l’olandese Sophie In’t Veld, che secondo alcuni siti di estrema destra sarebbero alle dipendenze del miliardario ungherese George Soros, uno delle fissazioni più ricorrenti di una certa parte politica.

Parole inusuali ma non nuove per Janša che però, in questo semestre, è anche presidente del Consiglio dell’Unione e ha il dovere di rappresentare tutti. Il presidente del Parlamento europeo Davide Sassoli ha chiesto «con urgenza al primo ministro Janša di cessare le provocazioni contro i membri del Parlamento europeo. Attaccarli significa attaccare anche i cittadini europei».

La cosa non è passata inosservata nemmeno presso il Consiglio europeo, con il presidente Charles Michel che ha chiesto «di lasciare liberi i parlamentari europei da ogni forma di pressione», e L’Aja, con il premier Mark Rutte che ha definito «priva di gusto» la dichiarazione di Jansa. Tra i menzionati dal primo ministro sloveno c’è infatti anche l’eurodeputato Hans Van Baalen, compagno di partito di Rutte, morto lo scorso aprile a causa di un tumore. 

C’è però un motivo se questa accusa è giunta adesso. In questi giorni proprio In’t Veld, iscritta al gruppo di Renew Europe, è in Slovenia insieme a una delegazione del Parlamento europeo per esaminare la situazione del Paese in materia di stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione.

La commissione, composta da otto eurodeputati, comprende legislatori di tutti i gruppi politici presenti in Parlamento ed è stata istituita nel giugno 2018 come una sorta di gruppo di monitoraggio per analizzare lo stato della democrazia e dei diritti fondamentali nei Paesi europei.

La speranza dei visitatori era quella di poter parlare anche con Janša ma l’incontro, previsto per giovedì 14 ottobre, è stato poi annullato. Una diserzione evidenziata dai socialisti e dai liberali sia sloveni che europei, a cui Jansa ha risposto in maniera velenosa: «Chi siete? Quante volte siete andati a trovare un cancelliere tedesco, un premier olandese o un presidente francese? L’ultimo Paese dove è stato ucciso un giornalista sono i Paesi Bassi, non la Slovenia dove l’ultimo massacro risale all’epoca del regime dei socialdemocratici (il partito SD è una diretta emanazione dell’ex partito comunista sloveno ndr)».

Oltre agli attacchi alle istituzioni comunitarie non sono mancate anche le sortite sul fronte interno: Jansa ha infatti attaccato le opposizioni come Levica, accusata su Twitter di essere «l’ala politica del movimento terrorista degli antifa», e i socialdemocratici, ai quali viene rimproverato di essere i veri burattinai e di controllare i media come RTV Slovenjia, la tv di Stato del Paese.

Queste uscite fanno il paio con quelle degli ultimi mesi: appena qualche giorno fa il primo ministro sloveno si era schierato a favore della Corte polacca e aveva accusato la Commissione europea di abusare della definizione di “Stato di diritto”, riferendosi in particolare a Vera Jourova, vicepresidente della Commissione europea per i valori e la trasparenza. «Secondo me sta rilasciando dichiarazioni che sono una chiara violazione del trattato. Ma è sostenuta dalla stampa europea e quindi sta continuando. Se questo fosse accaduto 15 anni fa, penso che non lo farebbe», ha dichiarato ai microfoni di Euronews.

Una posizione vicina al primo ministro ungherese Viktor Orban, che già nel 2020 aveva chiesto le dimissioni della Jourova a seguito di alcune sue dichiarazioni in cui sosteneva che l’Ungheria si stesse allontanando dalle democrazie occidentali. Non più tardi dello scorso luglio sempre Janša aveva appoggiato la dichiarazione congiunta di 16 partiti europei di destra, come il Rassemblement National di Marine Le Pen o la Lega di Matteo Salvini, che dichiarava come “il futuro dell’Unione fosse il ritorno agli Stati-nazione”. «La loro dichiarazione è legittima e valida come tutte le altre: guai a non considerarli. Così non finisce bene», aveva detto. 

Bilancio di metà mandato 
Le bordate di Janša all’Europa arrivano in un momento particolare, a metà del mandato di presidenza slovena. A Lubiana restano infatti soltanto altri due mesi e mezzo per cercare di realizzare gli obiettivi prefissati, prima di lasciare il posto alla Francia. Finora però le cose non sono andate benissimo. Un esempio su tutti: l’incontro presso il castello di Brdo Pri Kranju dello scorso 6 ottobre tra le istituzioni europee e i Paesi dei Balcani occidentali. Doveva essere il momento principale della presidenza slovena, che aveva scommesso su questo incontro per rilanciare le prospettive comunitarie dei Paesi dell’area, ferme da tempo a causa di alcuni veti incrociati.

Il risultato però è stato un mezzo fallimento visto che i Paesi europei non hanno fatto altro che concedere un vago impegno condiviso a far entrare Paesi come Bosnia, Serbia e Albania e Macedonia del Nord nell’Unione, senza però dare né tempi né prospettive rassicuranti. E poi c’è la questione proprio dello Stato di diritto, principio per niente rispettato in Paesi come Polonia e Ungheria. «Il problema principale non è che la presidenza slovena sia stata poco ambiziosa, ma il suo ruolo potenzialmente negativo nell’affrontare il problema del rispetto dello Stato di diritto da parte di alcuni Paesi», ha dichiarato Bojan Bugarič, professore di diritto dell’UE all’Università di Sheffield, a Emerging Europe.

Un’opinione condivisa anche da Ana Bojinović Fenko, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Lubiana, che sempre sullo stesso giornale ha evidenziato «il grave abuso da parte della Slovenia della funzione e lo scopo della presidenza dell’UE. Il governo di Janša applica strumentalmente la “posizione di leadership dell’UE” per aumentare la percezione interna del proprio potere e aumentare la legittimità della propria governance, distorcendo la democrazia nel Paese e limitando il potenziale che la Slovenia potrebbe avere in seno al Consiglio».

Nonostante le premesse iniziali grandi mutamenti non si sono visti nemmeno nel settore delle migrazioni e del diritto d’asilo, che anzi con Janša ha quasi visto spingere l’Unione in direzione contraria a quella di marcia. Appena pochi giorni fa dodici Paesi europei hanno chiesto all’Unione di valutare la costruzione di «adeguate barriere fisiche ai confini» (tradotto: muri) e lo stesso Janša ha fatto intendere come l’Europa non sia disposta ad accogliere i rifugiati afghani (perché non vuole ripetere l’errore fatto con la Siria nel 2015 dice lui) nell’intervista a Euronews

Nonostante i tanti angoli bui, non mancano anche le cose positive accadute in questi 3 mesi e mezzo. La presidenza slovena ha accelerato sia il piano di formazione per un’Unione europea della salute e che il lancio di HERA, l’Autorità per la preparazione e risposta alle emergenze sanitarie che sarà operativa a partire da inizio 2022. La ripresa economica sembra essersi consolidata, così come la realizzazione ed esecuzione dei PNRR, presenti oggi già in diciotto Paesi europei.

Inoltre, non va dimenticata la Conferenza sul futuro dell’Europa, il forum online iniziato lo scorso maggio e che terminerà sempre nel 2022, al quale Lubiana tiene, visto che alcuni incontri offline si tengono proprio nel Paese. Le prossime settimane potrebbero essere decisive per mostrare al mondo l’ambizione europea in materia ambientale: a novembre a Glasgow si terrà la COP26 che potrebbe aiutare l’Unione a mostrare in maniera ancora più convinta la sua volontà di impegnarsi a fondo per ridurre le emissioni ed essere un esempio anche per il resto del Pianeta. Sarebbe un fatto importante sia per l’Europa che per la stessa Slovenia: la speranza è che non si perda dietro inutili complottismi.