Il paradosso del SomalilandLo Stato africano che funziona ma che nessuno riconosce

Nato dal collasso della Somalia all’inizio degli anni ’90, ha una capitale, un esercito, una moneta e un ventaglio di rapporti internazionali. Accettare la sua esistenza sarebbe un bene per l’economia ma secondo alcuni analisti metterebbe a rischio la stabilità dell’area

di Yasin Yusuf, da Unsplash

Ha una capitale, un parlamento, libere elezioni democratiche (le prime si sono tenute proprio nel 2021). Batte moneta, dispone di un esercito e ha già fatto perfino delle guerre. Eppure è un Paese che non esiste. Il Somaliland è nato trent’anni fa e tuttora non è stato riconosciuto da nessuno Stato.

Un paradosso, secondo i suoi rappresentanti. «È uno dei Paesi più democratici del continente, è riuscito a darsi una struttura stabile dopo la guerra. Eppure non ha ancora un riconoscimento internazionale», ha dichiarato al Financial Times Ismail Ahmed, fondatore della piattaforma online Zepz, specializzata nelle rimesse.

Per la fragile economia del Paese sarebbe un passo importante: consentirebbe a Hargeisa, la capitale, di ottenere una serie di finanziamenti multilaterali importanti. Al momento i sostegni principali derivano proprio dalle rimesse e dall’allevamento e vendita di cammelli.

Il problema è di carattere geopolitico. Nonostante il Regno Unito, gli Emirati Arabi, la Turchia e l’Etiopia abbiano una presenza in Somaliland, compreso anche il Kenya che ha aperto una delegazione diplomatica, la maggior parte della comunità internazionale si è finora dimostrata prudente sul tema. Il rischio è di sollevare a catena rivendicazioni simili nei Paesi vicini.

La situazione nell’area è complicata. La Somalia, che è già impegnata in una lotta per contrastare al-Shabaab (per cui riceve miliardi di dollari), è al momento segnata da uno scontro tra il presidente Farmaajo e il primo ministro: il contrasto politico si è già tradotto in azioni violente tra le due fazioni, in vista delle elezioni di ottobre. In ogni caso è molto lontana dall’idea di un riconoscimento del vicino Somaliland, dal momento che potrebbe indurre altri Stati come il Puntland e il Jubaland a cercare l’autonomia.

La stessa posizione è mantenuta dall’Etiopia, impegnata in una difficile guerra interna contro l’esercito del Tigray – che vuole l’autonomia da Addis Abeba – in un conflitto che rischia di determinare la spaccatura del Paese. Per loro significherebbe incoraggiare le spinte autonomiste della regione, dando inizio a una balcanizzazione del Corno d’Africa (posizione che il professor Abdirisak Shaqale, dell’Università di Hargeisa, non condivide: «Dal punto di vista storico, legale e politico abbiamo diritto a essere riconosciuti. Non possiamo essere messi a confronto con queste altre situazioni»).

È vero, il Somaliland è, almeno dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni democratiche, molto meglio posizionato rispetto ai vicini. Registra dei ritardi, però, nella rappresentanza femminile: tra i ministri c’è solo una donna e nessuna delle 13 candidate alle scorse parlamentari è riuscita a entrare. Non solo: da poco, su pressione di alcuni ambienti conservatori islamici della società sono stati cancellati gli incontri di calcio e basket femminile. Non certo un buon segno.

Al momento, la linea di confine tra un futuro più aperto e uno più conservatore è molto sottile. Il Somaliland oscilla tra le due direzioni. Forse, in questo senso, un riconoscimento risulterebbe decisivo per far imboccare al Paese la strada migliore.

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