Un racconto del nuovo millenioQuella volta che Frank Ocean ha fatto nascere la nuova black music

In “Channel Orange” del 2012 c’è un mix musicale pazzesco: si toccano più generi, dal funk al rock, dal soul all’indie, dall’electro al blues, dal rap al gospel, anche in una singola canzone. Ci sono freschezza e ambizione. E, soprattutto, c’è tanto futuro. Read&Listen

Frank Ocean “Channel Orange” 2012

“Channel Orange” è uno degli album più personali, onesti, disarmanti nella loro sincerità e nella loro sensibilità che la black music, o tutta la musica se è per questo, abbia mai pubblicato. Un classico istantaneo che ha cambiato le regole del genere, reinventando allo stesso tempo suono e approccio ai testi: sexy ma non sbattuto in faccia, la spavalderia machista che da sempre contraddistingue la cultura hip hop che sparisce, quell’insistere su una formula ormai minata fino all’eccesso – il ritmo sincopato sotto e il rap ostentato sopra – che sparisce anch’essa, via anche l’idea che i dischi si facciano solo con strumenti digitali, campionamenti e suoni sintetici: ce ne sono dovunque, in questo album, ma ci sono anche batterie e chitarre, e tante voci.

Frank Ocean nel 2012 crea un album che rende qualsiasi definizione vecchia, che rende le barriere della sessualità e di una formula musicale superate. Un album di/con canzoni – o meglio, un puzzle di tasselli musicali – che sono accattivanti e orecchiabili quanto sorprendenti, pop e progressive insieme, imprevedibili e spesso geniali, multi-atmosferici e mai ripetitivi. In “Channel Orange” c’è un mix musicale pazzesco, si toccano più generi, dal funk al rock, dal soul all’indie, dall’electro al blues, dal rap al gospel, anche in una singola canzone. C’è freschezza e ambizione, e tanto futuro.

Un lavoro in cui, non a caso, i brani scivolano in quello successivo senza soluzione di continuità, denso, che alla fine ti lascia pieno di emozione, estatico in alcuni passaggi e profondamente toccante in altri, leggero e giocoso quando serve, drammatico quando ci vuole, mai banale e disseminato di piccole intuizioni, di testo o di soluzioni musicali, che sono sempre dietro l’angolo. Un primo album di studio assolutamente monumentale, anche se guardiamo alle colonne del tempio del passato, a quelli a cui fa riferimento subliminale o evidente (da Marvin Gaye a Prince, da R. Kelly a Stevie Wonder).

Insieme a quella manciata di moderne superstar che sono considerate l’“alternative” rhythm’n’blues, una fase avanzata e meno stereotipata del r’n’b tradizionale (da Janelle Monae a Solange, da The Weeknd a Drake, da Miguel a Maxwell, da Jhenè Aiko a Erikah Badu), Ocean ha visioni e ambizioni sconfinate quanto il suo nome d’arte, e liquido si adatta perfettamente al suo stile di vita, di orientamenti, di collaborazioni e di collage musicali inusuali.

Non a caso, insieme a Kanye West, che in questo primo tentativo gli ha fatto da mentore e bussola, aiutandolo e proteggendolo, rappresenta la punta più avanzata della ricerca sonora contemporanea in quel mondo vario e secolare che è la musica nera, con tutte le sue radici e le sue diramazioni. A 24 anni? Solo i predestinati ne sono in grado.

Il senso totalmente personale di questo album si dichiara già dalla copertina, che peraltro non porta il suo nome: «Come stile di vita, essere in una posizione centrale non è sano. Mi piace l’anonimato che hanno i registi riguardo ai loro film. Anche se è la mia voce, io sono uno story-teller». Lo conferma il co-produttore Malay che col vero nome James Ho ha co-scritto molti dei brani: «Per non essere il punto focale del disco ha dato i crediti di produttore a Everest, il suo cane». Però la copertina ha il suo colore, l’arancio, che rimanda alla sua forma di sinestesia, la grafema-colore. La sinestesia è un fenomeno neurologico per cui la percezione di uno stimolo, per esempio il suono, è associata a un secondo senso, per esempio quello visuale, tale da creare due eventi sensoriali distinti ma conviventi: nel tempo è stata diagnosticata al pittore Vasilij Kandinskij (ricordate l’alfabeto Convertino di Mr Fantasy?), che affermava di poter sentire la voce dei colori, che per lui erano suoni, entità vive (come ha spiegato nel suo libro “Lo spirituale nell’arte”). La sinestesia – nel suo caso lettere e colori – Frank la condivide con Pharrell Williams, che è co-produttore qui di alcuni brani, e che ha pubblicato un album che era appunto “Seeing Sounds”, e con il fenomeno alternative pop di adesso, Billie Eilish.
Emozioni colorate, insomma, e davvero questo potrebbe essere un titolo alternativo, perché quest’album è piano di colori, a volte oscuri, a volte psichedelici, a volte solari, che riflettono bene la musica contenuta.

Nel 2012, anche se il successo sembra improvviso, Frank Ocean viene da lontano e la sua gavetta se l’è fatta tutta. Nasce Christopher Edwin Breaux (cambiato legalmente in Frank Ocean solo cinque anni fa) a Long Beach, California, a cinque anni la famiglia si sposta a New Orleans, la mamma gli fa conoscere il jazz e il pop di classe, fa lavoretti per guadagnare abbastanza da pagarsi piccoli studi di registrazione. Entra all’università per studiare inglese quando l’uragano Katrina devasta casa, e lo sospinge a cercar fortuna a Los Angeles. Soliti lavoretti per mantenersi, e nel giro di tre anni si afferma come autore per Justin Bieber, Beyoncé, John Legend. «Ero in un momento in cui scrivevo per altre persone e sarebbe stato comodoso continuare a farlo, godersi i guadagni e l’anonimato. Ma non era questo il motivo per cui avevo lasciato la scuola e la famiglia». Entra nel collettivo Odd Future Wolf Gang, o OFWG, dove fa amicizia con Tyler, The Creator. Nel 2009 il produttore Tricky Stewart lo presenta alla Def Jam, una delle etichette-simbolo del rap, ma per due anni non succede nulla, lui non si sente considerato e pubblica per conto suo online gratuitamente un mixtape, “Nostalgia, Ultra”.

È l’inizio di tutto, dove inizia a trovare la sua voce: dentro c’è un assortimento totale, la rilettura di “Hotel California” degli Eagles ricantato (ma dove ha trovato il master?) con un testo che parla di “American Wedding” (seguiranno accuse reciproche: «Henley vuole una dichiarazione di ammirazione e di levarla dalle piattaforme, ma che vuole? Non è ricco sfondato? Io ho pubblicato il mixtape gratuitamente. Macché furto, al massimo è un omaggio», «Ocean è senza talento»). Come anche i suoi primi due hit, “Swim Good” e “Novocane”. Il risultato è una auto-promozione come nessuna, nella lista dei migliori dell’anno per tutte le riviste, addirittura un Grammy in Svezia come album dell’anno, Rolling Stone lo definisce «un talentuoso artista di avant-r’n’b». Time va ancora più in là: quinto miglior disco dell’anno: «Ocean intreccia un rewind del nastro della memoria con videogiochi e il monologo adulterino di Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” e lo fa con un taglio personale: come se ci stesse regalando una collezione di suoni che ritiene emotivamente significativi per lui».

È la preparazione al capolavoro, tutti i temi già presenti: riflessioni personali e interpersonali, commentari sociali, nessuna paura a toccare temi come adulterio e suicidio, aborto e genitori assenti, anche la storia del matrimonio americano (che pensavate?) finisce in violenza e divorzio. È chiaro che il ragazzo ha una visione del mondo disincantata, romantica sì ma pronta al rovesciamento del tavolo, guarda la vita intorno e la descrive per quello che è, non per quello che si vorrebbe fosse. Il suo dono è quello di trovare sempre angoli diversi, di aggiungere particolari che lo rendono originale e imprevedibile. Di usare la velocità di parola del rap, e la complessità e profondità della musica d’autore.

Fioccano le collaborazioni, il “new kid in town” (giusto per parafrasare gli Eagles) diventa ambìto dai nomi più famosi: partecipa a “Watch The Trone”, l’album di Kanye West e Jay-Z, declinando l’invito di Kanye a collaborare sul suo album «per quanto voglia lavorare con te… questo voglio farlo da solo». Poi arrivano Beyoncé, Nas, e ovviamente tutto il suo gruppo degli Odd Future, fra cui Tyler, The Creator su “Goblin”. La Def Jam vorrebbe pubblicare il mixtape in formato EP, ma troppe controversie legali frenano il tutto, e alla fine non se ne fa nulla, rimarrà sul web. Anche perché nuovo materiale è in arrivo.

Nel 2011, le prime versioni di “Thinkin’ Bout You” cominciano a fare capolino: la interpreta Bridget Kelly, cantante della ROC Nation di Jay-Z, e nella primavera 2012 esce la sua: «Credo che mi definisca in sintesi su dove sono adesso come artista, e questo è l’obiettivo del singolo. È tutto nelle storie: se ne scrivo 14 che mi piacciono, il passo successivo è di costruir loro intorno un ambiente musicale che racchiude la storia, con ogni tipo di prelibatezza sonica».

Il brano apre l’album dopo 46” di effetti, incluso il clic della Playstation, e poi un’orchestra sintetica, un morbido ondeggiante tappeto d’archi si apre, il thump del basso che accoglie, una voce informale e intima insieme:

«Un tornado ha spazzato la mia camera prima che tu arrivassi
Scusa per il casino che ha fatto, generalmente non piove
In Southern California, un po’ come in Arizona.
I miei occhi non versano lacrime, ma accidenti se piove quando…
Penso a te
Sto pensando a te,
Tu mi pensi ancora? Do ya, do ya?».

È un gioiello, una ballata mid-tempo (ritmo che Frank predilige) melodiosa, sexy, un po’ alla “Little Red Corvette” di Prince ma senza il crescendo, e prosegue in un un falsetto sublime che ricorda il piccolo genio di Minneapolis…

«O forse tu non pensi così avanti
Perché io ho pensato a te per sempre…».

È una dedica di amore forse non corrisposto ma sconfinato:

«Certo che ricordo, come potrei dimenticarlo?
Sei stato la mia prima volta, una nuova sensazione
Non invecchierà mai, non nella mia anima, non nel mio spirito, la terrò viva
Andremo giù per questa strada finchè non si trasformerà da colorata in bianco e nero».

E poi di nuovo quel sogno a occhi aperti, «forse tu non guardi così avanti, ma per me sarà per sempre»… Sarebbe tutto romantico e usuale, ma qualche giorno prima dell’uscita dell’album, sulla sua pagina Tumblr Frank confessa che quel suo primo innamoramento, a 19 anni, non è stato corrisposto, vero, ma era per un ragazzo, e la dichiarazione, così a cuore aperto, che vuol prevenire qualsiasi illazione e gossip, è comunque uno shock mediatico.

 

Per giorni, in America e nel mondo, non si parla d’altro, la comunità black a difenderlo, il che sembrerebbe scontato, se non fosse per quell’aura di cultura macho, tutta muscoli e spacconeria che il rap da sempre proietta. Sul Guardian, Alex Petridis scrive: «Forse questo per l’r’n’b è il momento alla Ziggy Stardust, quando la controversia sulla sessualità di un artista e il valore del suo ultimo album si combinano per un momentum di carriera irrefrenabile». Rolling Stone nella recensione di “Channel Orange” la mette giù meglio: «La questione non è chi ama Frank Ocean. È come ama: ardentemente, temerariamente, ma consapevolmente, con la passione di un giovane uomo e una caustica saggezza oltre i suoi anni».

Di fatto nel giro di un attimo, dopo quella dichiarazione, l’ingresso di Ocean nel girone elevato della black music prende tutta un’altra dimensione. Anche se siamo in un nuovo millennio e nel mondo della musica certe cose non fanno più colpo, la sua sincerità parla per tutti coloro che non possono farlo, quelli intimiditi dalle circostanze. Si dimostra uno che non ha paura di essere quello che è, di raccontare quello che sente: «Per anni ho cercato di scendere a patti con quella emozione. Ho scritto canzoni per mantenermi sano e impegnato. Volevo creare mondi che fossero più rosei del mio. Ho cercato di canalizzare emozioni soverchianti».

Questa onestà pervade in realtà tutto l’album, una sequenza ininterrotta, a volte in contro-clima (la delizia sonora iniziale scivola in una canzonetta pubblicitaria, “Fertilizer”, emotivamente all’opposto), che tocca tutti temi delicati, emotivamente e socialmente. “Sierra Leone”, sintetica e ovattata, giocata su due voci parlata/cantata (il sé stesso giovane e quello maturo) è una meditazione sulla lussuria senza testa da ragazzi, il metterla incinta e avere un figlio da giovani, e il ritrovarsi da grande a cantarle una ninna nanna alla Lennon, con un dettaglio che spunta inaspettato, e dà alla vignetta uno spessore diverso «ragazza mia, se solo sapessi quello so io».

Poi arrivano due brani sarcastici sulla vita dei giovani ricchi, quelli di «Ladera Heights, la Beverly Hills nera», «paradiso addomesticato, palme e piscine, l’acqua è blu, inghiotti la pillola che tiene tutto surreale, qualsiasi cosa ti piaccia, qualsiasi cosa faccia bene, qualsiasi cosa ti porti su come una montagna». “Sweet Life”, accordi stevewonderiani, ha i colori del benessere e un ritornello pop delizioso:

«Hai un architetto di paesaggi e una governante da quando sei nato
La luce delle stelle ti ha sempre tenuto al caldo
Per cui perché vedere il mondo, quando hai la spiaggia?».

Un vocale di riflessione sul valore dei soldi la lega a “Super Rich Kids”, ispirata da “Traffic” di Steven Soderbergh, dove la vita decadente diventa ancora più esplicita, e triste. Ritornello sul ritmo di piano di “Benny and the Jets” di Elton John:

«Troppe bottiglie di questo vino che non sappiamo pronunciare
Troppe ciotole di quel verde, niente portafortuna
Le cameriere vengono troppo spesso
I genitori non abbastanza
Troppe corse sfrenate nella Jaguar di papà
Troppe bugie bianche (caritatevoli) e troppe righe bianche
Ragazzi super ricchi con nient’altro che situazioni inconcludenti
Ragazzi super ricchi con nient’altro che falsi amici».

«Papà se ne è andato / Mi lascia quest’impero che va avanti da solo / Per cui tutto quello che devo fare è quello che cazzo mi pare», chiude una strofa (che canta solo live) che sembra la perfetta descrizione di quell’esibizionismo sfacciato dei figli dei nababbi che vediamo spesso in rete. Questo, sempre impersonato in prima persona da Frank, finisce male. Al termine della giornata, scherzando con la fidanzata, entrambi fatti, cade dal tetto

«Alcune volte non finisce come dovrebbe
La mia buona stella mi ha sempre assistito
Chiudo gli occhi e sento il botto».

“Pilot Jones” e “Crack rock” parlano di relazioni sentimentali mischiate con dipendenza da cocaina, la prima che fluttua in un ambient di suono ed effetti, la seconda con una batteria funky, forse l’unico momento di vero hip hop. In un’intervista col Guardian, Frank ha ricordato la connessione familiare col mondo dei tossici e delle dipendenze: «Ho pensato a mio nonno, che aveva lottato con i suoi problemi per tirare su mia mamma e mio zio. La sua seconda opportunità paterna è stata con me. Quando era giovane, aveva avuto un sacco di problemi di dipendenza e di abuso di sostanze. Quando l’ho conosciuto, era una guida per i gruppi di riabilitazione. Andavo agli incontri e sentivo queste storie di eroina e crack e alcool. Ha introdotto in me la paura della dipendenza e di qualsiasi sostanza che ti può portare a essere dipendente. Quelli erano i colori con cui avevo a che fare in quei giorni. Voglio dire, “esperienza” è una parola interessante. Io sono solo un testimone».

Non c’è nulla della drammaticità di un tema trattato con ben altro pathos da Lou Reed o Finardi. Fino a qui, le storie di Ocean si sono snodate con una apparente distanza emotiva da quello che racconta: lo fa sempre in prima persona, efficace stile narrativo, ma con un sentimento di osservazione, distacco. È venuto, ha visto, ha metabolizzato, affronta i ricordi con una calma zen. Quasi sempre.

I nove minuti di “Pyramid” sono un’immersione emotiva forte, un viaggio nel viaggio, una potenza emotiva devastante, sceneggiato in due parti, con relativo cambio musicale. Le tastiere che settano il mood, la voce che porta in alto, qui Frank non sussurra, non annuisce senza immergersi, qui si apre, canta con passione una storia che corre nei secoli, dall’antico Egitto ai nostri tempi. È musica che ricrea un mondo di dramma, di pericolo, potente, allucinante, funk sintetico, le tastiere che attaccano come missili, che si raddoppiano e moltiplicano:

«Ah ah ah sguinzaglia i ghepardi
C’è un ladro in giro
Sotto lo sguardo della nostra legione
Hanno portato via Cleopatra…
Corri corri corri, torna per la mia gloria
Corri, riporta Cleopatra da me
La corona della nostra Faraona».

L’audace parallelo ha come prima protagonista la leggendaria Regina egiziana, il momento di tradimento del suo Paese per l’amore con Marco Antonio, la sua perdita di gloria e potere:

«Il gioiello Africano
Quanto vale un gioiello se non è più prezioso?
Come hai potuto scappare da noi?
Rimuovila, manda i ghepardi alla tomba
La nostra guerra è finita, la nostra regina ha incontrato il suo destino
Non vive più, una serpe nella sua stanza
Ha ucciso Cleopatra».

Un breve passaggio che, sarà la piramide, ricorda un po’ i Pink Floyd porta alla seconda parte. La decaduta Regina di allora oggi è una donna prigioniera del suo protettore, il “nigga” e il monumentale brano continua in un motel mentre lei si infila le mutandine, si trucca, infila i tacchi 12, e va verso la Piramide, non più il simbolo maestoso dei faraoni, ma la discoteca in cui lavora:

«Faccio il pappa a modo mio
Bollicine nello champagne, del jazz che suona
Nella suite d’albergo top mi arrotolo i sigari
Televisione a pavimento col VCR
Rubini nella mia fottuta collana
La tua ragazza lavora per me
Vai sulla strip e pagami i conti
Paga i conti del nigga
Lei sta lavorando alla Piramide, stanotte».

Il brano inevitabilmente scende, dopo aver raggiunto il suo apice emotivo, e c’è un’ultima strofa, quella in cui lei va dal suo ragazzo (non ricorda, giusto perché ci siamo, “Lyin’ Eyes” sempre dei fottuti Eagles?):

«Ti sei fatta viva dopo il lavoro, sto bagnando il tuo corpo
Ti tocco in posti che solo io conosco
Sei bagnata e calda come l’acqua della vasca
Possiamo fare l’amore prima che tu vada via?
Il modo in cui pronunci il mio nome mi fa sentire
Che sono io quel nigga, ma sono ancora disoccupato
Dici che è grosso ma lo cavalchi, cowgirl
Ma il tuo amore non è più gratis, ragazza
Lei lavora alla Piramide, stanotte…».

Chiude questo viaggio metaforico un assolo di John Mayer, e parte un ritmo saltellante, indie-pop, “Lost”, altra storia di relazione con una cocainomane, «non ci credo che sta cucinando la roba / prometto che un giorno cucinerà i pasti per una famiglia tutta sua». Anche questo ci starebbe alla grande in un Prince anni Ottanta, coretti e abbellimenti sonori, come anche “Monks”, rullate di batteria e spazzolate di Synth, che parte da un palco dove gettarsi in mezzo ad ascelle sudate e tette bagnate e finisce nella fuga di due giovani amanti indiani che scappano via dal potente padre sotto le nuvole del Monsone.

“Bad Religion” è un altro grande momento dell’album: si ricollega alla “Thinkin’ Bout You” dell’inizio, una confessione a cappella intensa, quasi straziata, su una base di tastiera da chiesa, synth che arpeggiano in modo minimale: il tema è di nuovo un amore non corrisposto, forse lo stesso di prima, con la variante del tassista musulmano che invoca la religione e che rimbalza lo struggimento amoroso in una maniera anomala, fatalistica. È un gospel, a modo suo, ma di una religione che non aiuta:

«Taxi Driver, sii il mio analista per un’ora
lascia che il tassametro corra.
È l’ora di punta
Vai per la tua strada se vuoi,
Solo vai più veloce dei miei demoni, puoi?
E lui ha detto “Allah Akbar
Gli ho detto, non maledirmi
E lui: hai bisogno di pregare.
Immagino non mi farebbe male
Ma se mi fa cadere in ginocchio, è una cattiva religione.
Questo amore non corrisposto
Per me è solo il culto di una sola persona
E cianuro nella mia tazza di plastica.
Non riuscirò mai a farmi amare
È una cattiva religione
Essere innamorati di uno
Che non ti potrà mai amare».

 

“Pink Matter’ è un altro gioiellino, atmosfera bluesy che scivola via morbida e sensuale, il piacere e la materia a confronto, quel “My God, giving me pleasure” urlato come se potessimo innalzarci tutti e tuffarcisi dentro, con un rap finale molto cool di André 3000. La delicata “Forrest Gump” chiude l’album, prima che gli 8’ criptici di “End” lo sigillino.

Se l’hai ascoltato tutto di fila, ad alto volume, ne esci davvero come dopo un viaggio psichico, alti e bassi inclusi. Per tradizione, la black music affronta le tematiche sociali (pensate a Marvin Gaye, a James Brown, a Curtis Mayfield) non in maniera didascalica nel rapporto fra musica e testo, e non lo fa neanche Frank Ocean. Balli con storie di crack, ti fermi e vibri solo quando la storia diventa personale fino in fondo, quando la distanza si annulla, quando c’è uno Sturm und Drang amoroso, si vede che in quel periodo il dolore e la confusione erano forti, sentiti.

Lo story-teller alterna visioni oniriche a dettagli di vita vissuta, o almeno osservata. È un racconto del nuovo millennio in “la la land”, Los Angeles, sole a picco e cielo blu a smog, dove tutto allo schioccar di dita può essere diverso e nulla è quel che sembra. Un affresco personale, interiore, sfaccettato e musicalmente grandioso, nella vita di un artista infinitamente talentuoso, orgogliosamente personale e individuale, anche se a quest’album collaborano decine di nomi noti e meno.

Si viaggia dal mondano al metafisico, l’istinto sessuale trasuda da ogni dove, spesso manifesto, a volte in metafora, altre volte ancora perso in quella dualità fra sesso e religione, istinto e spiritualità che, non dimentichiamolo mai, è alla radice di tutta la musica nera. È un canale arancione attraverso cui Frank fa intravedere il suo mondo, e invita a entrarci dentro senza paura, l’arancio è luminoso anche nei momenti più bui.

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