Verso il 2023Le diverse strategie di Calenda e Sala per combattere il bipopulismo

Al Festival di Linkiesta il sindaco di Milano e il leader di Azione hanno discusso del riformismo, del futuro del governo Draghi e della elezione del presidente della Repubblica

Gaia Menchicchi

La grande vittoria di Beppe Sala a Milano e lo straordinario 20% con una sola lista di Carlo Calenda a Roma avranno un effetto positivo sulla politica nazionale per sconfiggere gli estremismi che tengono prigioniera la politica italiana? Questa è la domanda centrale che pone Christian Rocca durante l’evento “Contro il Bipopulismo” al Festival di Linkiesta.

Il sindaco di Milano e il leader di Azione hanno lo stesso obiettivo ma due visioni diverse su come raggiungerlo. Per Sala bisogna elaborare il prima possibile una piattaforma di idee attrattive, puntando soprattutto sul tema ambientale: «Bisogna pensare largo. Bisogna andare l’orizzontalità di questa politica che non fa nascere nuove possibilità. Come ho notato negli ultimi giorni della campagna elettorale a Milano, ci sono sempre più persone disponibili a votare il candidato e le idee giuste, a prescindere dalla storia politica. Ma dobbiamo cambiare il discorso. Non parliamo più di alleanze dei partiti ma alleanze delle idee. L’astensionismo c’è perché mancano le idee forti».

Tutto però dipenderà dalla legge elettorale. Il sindaco di Milano è a favore del proporzionale perché riporterebbe molte persone a votare dando più rappresentanza e restituendo una vera fotografia del Paese. Ma è scettico sulle tempistiche. «Non l’hanno fatta quando tutti erano d’accordo, pensate che in un anno e mezzo riusciranno a portarla a casa con in mezzo l’elezione del presidente della Repubblica?». 

Anche Calenda si schiera a favore di un proporzionale, ma con uno sbarramento nel 5% che permetta ai partiti di rimanere nel tempo e di consolidare le loro identità. O al limite sarebbe anche a favore della legge elettorale che si usa per eleggere i sindaci alle amministrative. Il leader di Azione però la pensa in modo diverso da Sala su un punto cruciale: «Non credo che il futuro possa ritornare a essere i grandi agglomerati che vanno da Calenda a Raggi o da Tajani a Rampelli. Questo fa scadere la qualità della campagna elettorale, si parlerà solo del ritorno del fascismo o degli europeisti schiavi di Bruxelles. Abbiamo fatto 30 anni di questa roba. E dopo il voto non si governa. Non possiamo permettere che i sovranisti e i populisti continuino a dare le carte. Se continua così questo Paese è finito». 

Per il leader di Azione serve un’alleanza tra i partiti seri che vengono dalle grandi famiglie politiche europee (popolari, verdi e socialdemocratici) per permettere dopo il 2023 a Mario Draghi di poter continuare a governare e realizzare tutti gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. «Sono leader di un partito nato due anni fa che sta cercando di costruire una classe dirigente che cerca di creare l’anello di congiunzione che manca nella politica italiana. Nel nostro Paese non c’è un partito liberal democratico riformista grande forte e radicato e un partito verde moderno che non si limiti a sbandierare la bandiera dell’ambiente ma diano risposte: dove si troveranno i 604 miliardi di euro all’anno per raggiungere gli ambiziosi target green? Come si evita che le aziende delocalizzano in Turchia quando i vincoli ambientali Ue saranno troppo stringenti?».

«Ma fuori dal bipopulismo chi c’è? Calenda, Renzi e chi? Forse il Pd?», chiede polemicamente Sala. Secondo il sindaco di Milano il rischio è quello di cadere nella sindrome di essere i più intelligenti, ma poi alla fine di non toccare palla e rimanere al 10% perché i voti li prendono gli altri, i populisti. «La matematica non è un’opinione. Per vincere le elezioni serve il 40-45%. Io nella vostra proposta non capisco con chi vi alleerete. E non si farà la riforma elettorale. Forse è meglio parlarne cinque anni dopo il 2023».

La risposta di Calenda è la maggioranza che ha eletto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: Partito democratico, Liberi e Uguali, Italia Viva e Forza Italia. O meglio una nuova Forza Italia. Perché secondo il leader di Azione dopo l’elezione del presidente della Repubblica Silvio Berlusconi si staccherà da Lega e Fratelli d’Italia che ora gli promettono il Quirinale pur sapendo di non avere i voti. In altre parole, secondo Calenda cambierà la composizione e soprattutto la forza dei partiti. «Non esiste un destino cinico e baro che costringe il Partito democratico a stare coi Cinquestelle. Questo è un tempo straordinario che richiede uno sforzo straordinario per spezzare il bipopulismo. La politica non è una forma statica. La destra prima era Berlusconi e ora è diventata Salvini e Meloni perché loro due, a differenza di noi riformisti, si sono andati a riprendere il consenso battendo strada per strada».

Per Sala il problema è che a forza di criticare (o come chiarisce Christian Rocca «stimolare») il Partito democratico, i dem si allontanino da questa proposta politica e puntino all’Ulivo 2.0. O meglio l’Unione 2.0. «Il problema non è tanto la vostra proposta ma la loro risposta. Enrico Letta che è segretario del Partito democratico è a favore? Chi sta facendo l’opposizione più dura a Gualtieri? Tu. Non la destra. Stiamo attenti alla forma, in fondo siamo tutti umani, non rischiamo di urtare altrui sensibilità con attacchi esagerati o “stimoli”, perché siamo troppo vicini alle prossime elezioni».

E se fossimo in una nuova stagione politica? E se gli italiani si fossero stancati della politica contro? Per Calenda è inutile rifare le diciottesime elezioni in cui si agita lo spettro del fascismo e si tengono dentro tutti, perfino Di Battista, per evitare che i sovranisti vadano al governo. «Il rischio è il ritorno di una melassa retorica insopportabile. Quando lo capirà Letta che è molto più vicino politicamente a Mara Carfagna che a Virginia Raggi? “Contro le destre” non è un programma, è uno slogan del Grande Fratello».

Il problema forse è il ruolo del Partito democratico, fa notare il direttore de Linkiesta Christian Rocca. Le strategie di Sala e Calenda possono essere diverse ma l’obiettivo sembra lo stesso. Ma non si può raggiungere senza i dem, non si può fare a meno di questa grande forza democratica che al momento si è sottomessa politicamente al Movimento 5 stelle. «Con il Pd si lavorerà ma guardando anche agli elettori di centrodestra che cercherò di recuperare con Azione. Perché oggi il discrimine è tra europeisti e democratici contro sovranisti antidemocratici», risponde Calenda.

Ma come si convincono quelle persone che hanno scelto in questi anni di votare per il Movimento 5 stelle, chiede Simonetta Sciandivasci a Calenda. «Da un lato il radicalismo, dall’altro la nettezza dei comportamenti. Le parola centro non vuol dire nulla e definirmi moderato mi mette una tristezza intellettuale sconfinata». Per il leader di Azione bisogna combattere battaglia concrete, come quella per migliorare le condizioni di lavoro dei giovani. Ma soprattutto bisogna investire in sanità e istruzione. «La questione giovanile e culturale italiana è una bomba atomica che rischia di esplodere. I giovani non devono partire facendo il presidente del Consiglio, devono fare un cursus honorum. I 16enni da noi non vengono messi in un acquario, partono dal consiglio comunale o regionale e fanno esperienza».

Rocca introduce il tema dell’elezione del presidente della Repubblica «Non c’è un dibattito pubblico su questo. Si va avanti con retroscena e qualche indiscrezione. E invece bisognerebbe parlarne in modo trasparente. La posizione de Linkiesta è chiara: Draghi non deve essere eletto al Quirinale perché c’è il Pnrr da portare avanti. Questa è la vera battaglia da portare avanti nei prossimi mesi». Secondo Sala i partiti dovrebbero far capire subito la loro posizione perché il presidente della Repubblica dura 7 anni e per certi versi è più importante dei presidenti del Consiglio. Non va affrontata negli ultimi giorni in modo frettoloso. «Ma bisogna trovare un nome alternativo fin da subito».

Per Calenda due nomi per la presidenza della Repubblica sono Paolo Gentiloni e Marta Cartabia. E spiega che se non sarà eletto Draghi e si farà il proporzionale nel 2023 il presidente del Consiglio sarà per forza l’ex presidente della Banca centrale europea per mancanza di serie alternative. Se invece andasse al Quirinale si avrebbero tre problemi. Primo, ci sarebbe un governo inutile per traghettare l’Italia al voto. Secondo, i partiti tornerebbero a scannarsi quotidianamente e non si farebbe la legge elettorale. Terzo, chiunque andrà al governo non sarà in grado di attuare il Pnrr. «In Italia c’è un progetto di gestione, non siamo in grado di mettere le cose a terra, di attuare i provvedimenti».

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