A dire il veroLa crisi in Madagascar, che si credeva dovuta al riscaldamento globale, dipende da tutt’altro

«La prima carestia dovuta al global warming» (Programma alimentare mondiale dixit) in realtà non è un effetto del clima impazzito, dice un nuovo studio: la siccità che ha colpito il Paese ha altre cause, molto più antiche

Unsplash

Il Programma alimentare mondiale l’aveva descritta come «la prima carestia dovuta al riscaldamento globale», ma un nuovo studio nega che la causa sia il clima e spiega da dove viene, in realtà, la crisi umanitaria in Madagascar: dalla povertà.

Partiamo da un dato: negli scorsi due anni la pioggia in Madagascar, importante paese africano da 28 milioni di abitanti, è stata così poca che le stime parlano addirittura di una diminuzione del 40% delle precipitazioni rispetto alla media. Questa diminuzione dell’acqua disponibile ha messo in ginocchio soprattutto l’agricoltura, con interi raccolti andati persi, ma oltre alla questione economica c’è quella umana: oltre un milione di persone nel sud del paese sono colpite direttamente dalla siccità e alcune decine di migliaia, scrive Damian Carrington sul Guardian, «rischiano condizioni di carestia». 

Le prime notizie del peggioramento della situazione nel paese sono arrivate un mese fa, quando si stimava che addirittura il 90% della popolazione nella regione vivesse in povertà. A quel punto, vista l’evidente correlazione tra carestia e siccità, si è pensato immediatamente che la causa fosse il riscaldamento globale. Il motivo è ovvio: la crisi climatica, effettivamente, in larghe parti del mondo fa sì che le piogge diminuiscano sensibilmente. Oggi però, grazie a uno studio condotto da un team internazionale di scienziati che fa capo al World Weather Attribution (Wwa), scopriamo che la causa è un’altra.

Va considerato che l’ente che ha condotto lo studio, il già citato Wwa, ha proprio l’obiettivo di valutare l’impatto, e il ruolo effettivo, del riscaldamento globale sugli effetti metereologici estremi. Per capire se davvero, dietro alla crisi umanitaria che affligge il Madagascar, la causa è il global warming gli scienziati hanno analizzato i dati attuali sul clima dell’area con quelli dei decenni passati, arrivando fino alla fine dell’Ottocento. Poi, hanno confrontato diverse simulazioni e modelli climatici dello scorso secolo, proprio per la zona del mondo di cui parliamo, il Madagascar. La conclusione è che «il cambiamento climatico ha giocato un ruolo minimo nella siccità attuale».

Come spiega Friederike (Fredi) Otto, responsabile del Wwa, «il riscaldamento globale può aver dato un piccolo contributo alla mancanza di pioggia osservata negli ultimi anni» ma, aggiunge, «non è possibile isolare questo dato dall’alta variabilità del clima in quella regione». Detto in altre parole: non si può escludere che una minima parte del problema possa essere, ipoteticamente, dovuta alla crisi climatica, ma non ci sono dati per sostenerlo perché già normalmente il clima di questa zona del mondo può subire periodi siccitosi simili.

Ma allora, visto che non possiamo essere sicuri che la causa sia il riscaldamento globale (e, di conseguenza, chi lo causa) cosa provoca una carestia che coinvolge decine di migliaia di persone e ne impoverisce diversi milioni? Si legge nello studio che il problema principale è che gli agricoltori, nel sud del Madagascar, dipendono completamente dalla pioggia stagionale, e non dall’acqua immagazzinata o dall’irrigazione. Insomma, la mancanza di infrastrutture utili a raccogliere l’acqua e a garantirla ai raccolti e alle attività produttive nei periodi in cui non piove – quindi pozzi, sonde, dighe e sistemi di raccolta dell’acqua piovana – rende la popolazione estremamente vulnerabile.

Ci sono altri tre fattori che hanno peggiorato la crisi umanitaria, e reso insostenibili i suoi effetti, per i malgasci. Il primo è la pandemia, che ha fatto sì che venissero chiusi i confini del paese e diventasse quindi impossibile andare altrove a lavorare e trovare di che vivere. Il secondo è l’invasione di locuste, che ha contribuito a rovinare i raccolti. Il terzo è stato il bruco della falena “lafigma”, quello che in inglese viene chiamato “armyworm”. Questi tre eventi, combinati con la povertà e la mancanza di infrastrutture idriche sia pubbliche che private, hanno portato alla situazione di oggi. 

Ripetiamolo, perché sia chiaro: non possiamo escludere che in minima parte, in uno o più d’uno di questi quattro fattori, il riscaldamento globale abbia giocato un ruolo. Certo che no. Ma davanti a eventi simili è meglio concentrarsi su ciò che siamo certi abbia messo in ginocchio una popolazione che purtroppo, enormi difficoltà, le affronta da secoli: la povertà, innanzitutto. Su questo aspetto si può già intervenire e questa possibilità dovrebbe essere confortante.