Pericolo ad alta quotaDovremmo preoccuparci dello scioglimento dei ghiacci dell’Himalaya

In quelle che gli alpinisti chiamano “zone della morte”, sopra gli 8mila metri, la riduzione del volume dei ghiacciai è in forte accelerazione. Lo prova una recente ricerca pubblicata su Scientific Reports

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L’Himalaya, come quasi tutte le zone ghiacciate del mondo, sta subendo in modo particolarmente grave il riscaldamento globale. Eppure, siccome queste parti del pianeta sono quasi o del tutto disabitate, è difficile averne una testimonianza diretta.

Spesso i problemi si risolvono perché chi li subisce in prima persona, nel proprio quotidiano, li denuncia. Li rende pubblici e riconosciuti dal resto della comunità diffondendo la propria testimonianza personale. Purtroppo, nel caso dello scioglimento dei ghiacci, non ci sono comunità (o sono troppo poco numerose) perché si inneschi questo meccanismo. 

La maggior parte del ghiaccio, sulla Terra, è distribuita in tre zone: l’Antartide, l’Artico e l’Himalaya, appunto. In queste tre zone, però, non vive sostanzialmente nessuno. Non solo, per raggiungerle in alcuni casi si rischia grosso, non per niente quelle che gli alpinisti chiamano “zone della morte” (quelle oltre gli 8mila metri) sono tutte da queste parti. Quindi, in fin dei conti, non sappiamo cosa accade in quei luoghi. Eppure dal punto di vista ambientale e naturalistico sono importantissimi, con rare specie di fauna e flora ed ecosistemi particolarmente fragili. Non solo: i ghiacciai dell’Himalaya sono di fatto la riserva di acqua dolce che garantisce il flusso di fiumi come il Gange e l’Indo. Fiumi dalle cui acque dipende la vita di decine di milioni di persone. Insomma, sono zone in cui noi umani non andiamo direttamente, eppure non possiamo pensare di poterne fare a meno.

Se l’occhio umano non arriva sull’Himalaya a dargli un aiuto ci pensano le immagini satellitari. Così, una recente ricerca pubblicata su Scientific Reports ha provato a fare luce su qual è la situazione dei ghiacci dell’Himalaya. Il risultato è che, su poco meno di 15 mila ghiacciai (di varie dimensioni e importanza) la riduzione del loro volume è in forte accelerazione. Soprattutto a partire dall’anno 2000, ma sarebbe cominciata ancor prima.

Se consideriamo il lasso di tempo degli ultimi quattro secoli, quindi a partire da quella che viene chiamata “piccola era glaciale” ad oggi, i ghiacciai himalayani si sono ridotti del 40% del loro volume. Per un totale stimato di ghiaccio perso che va dai 390 ai 586 chilometri cubi. Secondo Jonathan Carrivick, uno degli autori della ricerca, «Questa accelerazione è emersa solo negli ultimi decenni», quindi con tutta probabilità, continua Carrivick, «coincide con il cambiamento climatico indotto dall’uomo».

La ricerca scientifica racconta anche altri dettagli su ciò che accade nella più alta delle catene montuose terrestri; come il fatto che lo scioglimento dei ghiacci in questione stia avvenendo in realtà più rapidamente nella zona a est dell’Himalaya. Un dettaglio, questo, che si spiega probabilmente con la diversa incidenza di alcuni fattori meteorologici. Ma soprattutto lo studio conferma i dati che gli scienziati già avevano raccolto in altri studi simili, come quelli in cui si notava già alcuni decenni fa un assottigliamento sempre più veloce dello spessore dei ghiacciai dell’area asiatica.

In ogni caso, però, le misurazioni e gli studi come questo per quanto importanti sono pur sempre testimonianze indirette. Così noi percepiamo i dati che vengono da misurazioni e immagini satellitari. E per quanto precise e infinitamente più attendibili delle vicende personali e dei racconti aneddotici, le testimonianze indirette hanno una grande, incolmabile, pecca: non suscitano sufficiente empatia. Quella che serve perché un dato si diffonda e crei una certa consapevolezza diffusa. 

Si potrebbe obiettare e dire che non è certo il compito di una ricerca scientifica, quello di creare una consapevolezza diffusa su un determinato problema. Gli studi prodotti dalla comunità scientifica servono a fare ricerca, a trovare dati e metterli alla prova e non, com’è ovvio, a fare divulgazione.

Eppure questo studio, come molti altri, per quanto importante sui media ha incontrato il solito vuoto, una calma piatta, un’apatia dovuta a un tassello della catena del sapere che manca, o che comunque non funziona ancora abbastanza bene. E cioè il tassello che inneschi l’attenzione, la consapevolezza e l’empatia delle persone. Sì perché senza consapevolezza diffusa il problema dello scioglimento dei ghiacciai himalayani, probabilmente, rimarrà inaffrontato e insoluto.

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