Ley de prensaIn Spagna continuano a circolare libri e film censurati dal regime franchista

A 47 anni dalla morte del Generalísimo buona parte dei romanzi e delle pellicole espurgati sono ancora reperibili sul mercato. La sottovalutazione delle revisioni imposte dalla dittatura è una delle conseguenze più tangibili di un Paese che non ha mai tagliato del tutto i ponti con la scomoda eredità della guerra civile

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Sono trascorsi 47 anni dalla morte del generale Francisco Franco, ma le scorie della censura che il Caudillo de España impose a partire dal 1938 – l’anno in cui il ministro degli Interni Ramón Serrano Súñer promulgò la prima famigerata Ley de prensa, imponendo un primo, deciso giro di vite alla libera circolazione delle idee – continuano a colonizzare buona parte dell’industria culturale spagnola, facendo capolino nelle pagine dei romanzi che hanno fissato il canone della lettura occidentale e nelle scene più iconiche dei classici del cinema americano.

Dall’entrata in vigore della legge sulla stampa fino al 1966, ogni singola opera introdotta nel mercato librario spagnolo è stata sottoposta al vaglio severo di un comitato nazionale di censura per subire l’esame preventivo delle forbici di Stato. I membri della delegazione disponevano di un arbitrio illimitato sulle sorti dei testi provenienti dall’estero, potendo decidere di modificarli, amputarne alcune parti o vietarne del tutto la pubblicazione.

Un simile destino ha interessato anche la produzione cinematografica, costantemente sottoposta all’attività di vigilanza del Departamento Nacional de Cinematografía, un organismo istituito al fine di accertare che le pellicole proiettate non incentivassero comportamenti eversivi, soprattutto quando i soggetti riguardavano temi delicati come la religione, la politica, i militari, la prostituzione, il divorzio e l’adulterio – una realtà fotografata alla perfezione da Benvenido Llopis nel suo saggio “La censura franquista en el cartel del cine”.

L’attività dei censori non fu arrestata neppure dopo il 1966, quando una nuova legge sulla stampa allentò (parzialmente) i limiti imposti alla libertà d’espressione: le autorità del regime continuarono a disporre di un sostanziale diritto di vita e di morte sulle opere reputate contrarie ai principi del franchismo, mantenendo intatta la facoltà di ritirare dal mercato libri e film forieri di ideali eccessivamente “democratici”.

Ecco perché, in Spagna, il tema della sopravvivenza della censura franchista continua a occupare uno spazio di rilievo nel dibattito pubblico: ancora oggi buona parte dei romanzi e delle pellicole espurgati dal regime continuano a rimanere perfettamente reperibili sul mercato.

Ad esempio, basta recarsi in una libreria per entrare in possesso dell’edizione edulcorata di uno dei romanzi fondanti della narrativa afroamericana, “Gridalo forte” di James Baldwin, che i censori tagliuzzarono minuziosamente per cancellare ogni possibile riferimento alle abitudini sessuali dei protagonisti.

Non dovesse bastare, è sufficiente entrare in una biblioteca civica per chiedere in prestito una versione “riveduta e corretta” di “Di là dal fiume e tra gli alberi” di Ernest Hemingway, in cui l’uso del termine «lesbiche» è sostituito da un più cortese «buone amiche».

Come evidenziato da Jordi Cornellà-Detre, docente di studi ispanici presso l’Università di Glasgow, in un approfondito articolo pubblicato su The Conversation, la lista delle opere passate al setaccio e manipolate dal comitato di censura è sconfinata e comprende, tra le altre cose, 20 diverse edizioni spagnole di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin (compreso un e-book che non contiene due interi passaggi che, a detta dei censori, «glorificavano Satana»), tutte le versioni di “Giorni in Birmania” di George Orwell e “Thunderball, Operazione Tuono” di Ian Fleming in vendita nelle librerie e oltre il 90% delle copie de “La paga dei soldati” di William Faulkner concesse in prestito dalle biblioteche pubbliche.

La questione torna a imporsi all’attenzione mediatica a intervalli regolari, proprio come accaduto la scorsa settimana, quando la Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica ha chiesto a Pedro Sánchez di delegare al Ministro della Cultura, José Manuel Rodríguez Uribes, la conduzione di un’indagine indirizzata a determinare l’effettiva portata della censura e a ripristinare le versioni originali delle opere manipolate.

La richiesta è stata avanzata dal presidente dell’associazione, il giornalista e storico Emilio Silva, il giorno dopo la messa in onda di una trasposizione censurata del film “La vita è meravigliosa” su un canale della televisione pubblica spagnola.

Intervistato dal Guardian, Silva ha spiegato che la versione ritoccata omette diverse scene – per un totale di circa 7 minuti – che fanno riferimento a una cooperativa abitativa, dato che «durante l’era franchista, tutto ciò che rimandava alle cooperative era assimilabile alla propaganda comunista». La presenza di una versione espurgata del capolavoro di Frank Capra nel catalogo di un’emittente nazionale è l’ennesima dimostrazione di come la censura dell’era franchista continui a essere ben presente all’interno dei palinsesti televisivi.

Un’anomalia che rappresenta il sintomo più evidente di una falla di sistema che ha caratterizzato il difficile percorso di transizione compiuto da una democrazia giovanissima come quella spagnola: infatti, anche se le leggi a sostegno della censura sono state abrogate, per effetto dell’applicazione del cosiddetto “Patto dell’oblio” – una legge di amnistia introdotta nel 1975 per proteggere i responsabili dei crimini passati e agevolare il percorso della Spagna verso la democrazia – non è mai stato istituito un apposito organismo incaricato di porre fine alla circolazione delle opere sottoposte alle mutilazioni compiute dalle forbici di Stato nell’arco di quasi quattro decenni di dittatura.

La sottovalutazione della persistenza della censura franchista è una delle conseguenze più tangibili di un Paese che non ha mai tagliato del tutto i ponti con la scomoda eredità della guerra civile spagnola.

Inoltre, come ha sottolineato Cornellà-Detre, la maggior parte di queste opere non è rimasta relegata nei confini domestici, ma è stata esportata in diversi Paesi dell’America Latina, dove i testi sono stati ripubblicati con tanto di parti censurate ancora intatte.

Di conseguenza, la mancata volontà di affrontare il problema è esacerbata in una discriminazione culturale a tutti gli effetti, dato che a una parte abbastanza consistente della popolazione mondiale viene regolarmente negato l’accesso alla letteratura nella sua essenza.

Ecco perché, secondo Silva, «possiamo dire che anche James Baldwin, Ernest Hemingway o Frank Capra sono stati vittime della dittatura, perché qualcuno ha censurato le loro opere e nessun governo democratico in Spagna ha riparato questo danno».