La lingua batteLa battaglia per aumentare le ore di spagnolo nelle scuole catalane

Gli studenti in Catalogna ricevono solo il 10% delle lezioni in lingua castigliana. La protesta di 80 famiglie ha portato la corte suprema ad alzare la soglia ad almeno il 25%. Ma il tema è diventato l’ultimo appiglio degli indipendentisti per perorare la loro causa

LaPresse

«È una vera e propria offensiva del nazionalismo spagnolo». Non usa giri di parole Pere Aragonès, presidente della Generalitat de Catalunya, per criticare l’obbligo del 25 per cento delle lezioni in spagnolo per le scuole catalane, stabilito dalla Corte suprema spagnola. Lo scorso 18 dicembre 35 mila persone hanno manifestato in piazza a Barcellona per difendere la cosiddetta “immersione linguistica”, leggi che hanno permesso il ritorno del catalano tra i banchi di scuola tra il 1983 e il 1998 in maniera quasi predominante rispetto allo spagnolo. «È un’ingerenza intollerabile della giustizia in un modello educativo che gode di un grande consenso nella società, evita la segregazione degli alunni secondo la loro lingua madre e garantisce l’apprendimento del catalano e del castigliano», ha raccontato la vicepresidente dell’associazione culturale Omnium, Marcel Mauri, al quotidiano francese Le Monde. Un episodio che rappresenta soltanto l’ultimo tassello di una battaglia che si combatte ormai da tempo.

Il tema dello studio scolastico del catalano agita e divide politici locali e nazionali, che tendono ad aggrapparsi a dati opposti pur di vedere riconosciute le proprie ragioni. Da un lato c’è chi dice che il catalano sia parlato dall’84 per cento degli abitanti della regione e addirittura il 94 per cento lo capisca, mentre dall’altro c’è chi sostiene che lo spagnolo sia la lingua di quasi il 49 per cento dei residenti contro il solo 36 per cento della lingua locale.

Un dato al quale si aggiunge un’altra statistica rilevata da El Pais: ben il 28 per cento degli studenti dichiara di non usare mai il catalano. Per questo non deve sorprendere la battaglia intrapresa da ben 80 famiglie che negli ultimi anni si sono battute per aumentare le ore di castigliano all’interno dei programmi scolastici catalani.

D’altra parte lo prevede lo stesso Statuto della Catalogna, come sottolinea La Jornada, uno dei principali quotidiani messicani: tutti i corsi scolastici devono avere una quota minima di insegnamento dello spagnolo del 25 per cento, mentre oggi è ridotto ad appena il 10 per cento delle ore settimanali. «Non potevo permettere che anche i libri dei miei figli fossero in catalano. Se avessero parlato con un adulto in castigliano non lo avrebbero capito», ha raccontato Ana Moreno, cittadina di Balaguer e madre di due figli, sulle pagine di Le Monde già nel 2017. La rassicurazione della vicepreside, che le aveva detto «che il catalano è come il tronco di un albero mentre il castigliano sono i rami», non le è bastata e decidere di chiedere più ore di spagnolo le ha attirato notevoli critiche da parte degli altri genitori, costringendola a spostare la scuola dei suoi figli trenta chilometri più lontano.

Una storia simile riguarda anche una coppia di un piccolo comune catalano sulla Costa Brava, Canet de Mar, che ha ottenuto dalla Corte catalana che la loro figlia di 5 anni ricevesse il 25 per cento delle proprie lezioni in spagnolo, un risultato confermato anche da una sentenza della Corte spagnola che ha rigettato l’impugnazione del governo di Barcellona. La reazione è stata incredibile. Sui social media sono arrivate minacce di morte alla famiglia che hanno costretto i Mossos d’Esquadra a offrire alla famiglia una “protezione non invasiva” in caso di eventuali tensioni. «Sentire odio, intimidazioni, minacce, rivendicazioni sulla propria pelle è molto duro. Avremmo voluto piangere tante volte», ha dichiarato la famiglia in una lettera aperta dopo le tante minacce ricevute sui social network. 

L’episodio non è passato inosservato nel mondo politico spagnolo e catalano. «Il governo Sanchez non può lasciare da sola una bambina di 5 anni: quello che succede in Catalogna è un vero e proprio apartheid contro gli ispanofoni», ha dichiarato Pablo Casado, presidente del Partido Popular in un tweet. Gioisce addirittura Vox, che ha ritenuto la misura del tribunale «un primo passo verso la riconquista della Catalogna». Di tutt’altro tono il commento del premier Pedro Sanchez, che ha chiesto di evitare «discorsi incendiari e di rispettare la diversità territoriale e le lingue co-ufficiali. La lingua non va politicizzata». Compatti invece i politici catalani. «Attaccano il nostro modello di immersione, che garantisce la coesione sociale, soltanto per avere quattro voti al di fuori della Catalogna. La scuola catalana non si tocca», ha sottolineato Aragones. «I tribunali non vogliono più spagnolo ma meno catalano», ha dichiarato Laura Borras, presidente del Parlamento di Barcellona.

Come evidenziano gli intervistati del quotidiano catalano El Periodico l’attuale modello scolastico permette la conservazione di una lingua che altrimenti rischierebbe di morire. Una perdita che soprattutto la vecchia generazione, quella che ha vissuto gli anni del franchismo che ne impediva lo studio nelle scuole, non vuole accettare.

Nelle altre comunità autonome
Il rischio di scomparsa della lingua regionale non è un pericolo soltanto catalano. Eppure, la Spagna riconosce l’insegnamento degli idiomi locali in tutte le comunità autonome, che però organizzano spesso il sistema scolastico in modo differente. Un esempio sono i Paesi Baschi. Nella regione, infatti, ci sono le scuole pubbliche con classi dove l’euskara, il dialetto basco, è dominante rispetto allo spagnolo e altre dove è invece quest’ultimo a prevalere. E poi ci sono le ikastola, le scuole dove l’insegnamento è praticamente solo in lingua basca, presenti sia nel sistema pubblico che in quello privato. Queste scuole sono un modo per preservare una lingua a oggi parlata soltanto dal 30 per cento della popolazione e sono presenti nella Comunità autonoma basca, dove sono più numerose; nei Paesi Baschi francesi e nella Navarra.

Un sistema di immersione molto simile è anche quello presente in Galizia, regione del nordovest al confine con il Portogallo. Così come nei Paesi Baschi e in Catalogna anche qui vengono inclusi la lingua e la letteratura galiziana all’interno del curriculum obbligatorio della scuola primaria e secondaria. Inoltre, sono presenti appositi corsi di laurea in studi galiziani presso le università di Santiago, Vigo e La Coruña, i tre maggiori centri della regione.

Eppure, come denuncia un rapporto del 2019 del Galician Statistical Institute, la lingua locale è ormai sempre meno conosciuta tra i più giovani.  Interrogati sulla loro capacità di parlare galiziano, il 57,59 per cento dei ragazzi con più di cinque anni ha riferito di avere una buona padronanza della lingua, il 30,46 per cento di avere una discreta conoscenza mentre l’11,95 per cento di averla in maniera limitata o nulla. Le cifre però variano sensibilmente in base all’età: infatti il 23,90 per cento della popolazione sotto i 15 anni ha dichiarato di averne una conoscenza limitata, un dato superiore rispetto a quello dell’ultimo studio, condotto nel 2008, che si fermava al 16,36 per cento. Un declino passato sotto silenzio.

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