L’opzione grillino-manettaraIl terrificante ritorno della vocazione giustizialista del Pd

La decisione di Enrico Letta di votare no ai 5 referendum e di candidarsi col M5S in Sicilia rischia di azzerare i progressi fatti finora per creare una area riformista e garantista. E, peggio ancora, rischia di rianimare un movimento in declino con un leader che le ha sbagliate tutte

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La doppia scelta di Enrico Letta di stringere un’alleanza super-strategica con il Movimento 5 stelle in Sicilia e indicare 5 No ai referendum sulla giustizia del 12 giugno riporta il Partito democratico su lidi che si pensavano abbandonati, quelli del giustizialismo e dell’alleanza preferenziale con il manettarismo. La coincidenza temporale delle due decisioni è casuale ma determina lo stesso un mix difficile da far ingoiare a quei militanti del partito che in questi lunghi anni erano giunti a posizioni più garantiste e libertarie e soprattutto a un’area liberale, libertaria e democratica che da anni guarda al Pd come al soggetto che più di ogni altro potrebbe finalmente mettere al centro della politica i diritti del cittadino tagliando le unghie a un certo superpotere della magistratura.

L’opzione grillino-manettara non potrà far altro che scavare altri solchi con formazioni riformiste e garantiste, dai radicali ai socialisti, da Azione a Italia viva a settori di Forza Italia, tutte forze, tra parentesi, che sostengono con forza il governo Draghi.

Ma andiamo con ordine. Sui referendum del 12 giugno, ritenendo che non si raggiungerà il quorum (il che, stando ai sondaggi, non è affatto scontato), il Pd ha scelto sostanzialmente di defilarsi non senza rinunciare ad ammiccare a quella parte della magistratura che non tollera che si cambi alcunché, né nella organizzazione/rappresentanza (i quesiti sulla separazione delle funzioni, la valutazione, la vexata questio della riforma del Consiglio superiore della magistratura) né sulla riguardano la modifica della legislazione (i due quesiti sulla Severino e sulla restrizione delle ragioni della custodia cautelare).

Il Nazareno ha scelto di chiudere la pratica senza nemmeno averla aperta, evitando una discussione di merito in una frettolosa riunione della Direzione, la quale avrebbe dovuto tenere conto dei tanti pronunciamenti per il Sì di esponenti anche di primo piano, da Matteo Orfini a Stefano Ceccanti a Enrico Morando (ieri questi ultimi hanno tenuto una conferenza stampa alla Camera organizzata insieme a Linkiesta), da Andrea Marcucci ad Alessia Morani a Fausto Raciti.

Invece Letta ha scelto una posizione di conservazione dell’esistente, valorizzando i piccoli passi in avanti fatti con la legge Cartabia ma rinunciando a spingere più in là i paletti di una battaglia garantista e democratica grazie a quella che potrebbe essere una forte spinta referendaria. È anche vero che l’indicazione nazionale non vincola nessun iscritto ma l’aspetto più criticabile è che il Pd come tutti gli altri partiti, siano essi per il No o per il Sì, ha mosso un dito per informare i cittadini che tra tre domeniche si terrà un referendum su un tema caldo come la giustizia: e naturalmente, all’interno di questa circostanza grave, c’è da rimarcare quella ancora più grave della totale assenza della Rai che si sta limitando a servizi burocratici senza un minimo di vero lavoro giornalistico. Non si sta pertanto ledendo il diritto dei cittadini a essere informati sulla vita politica e istituzionale del Paese? Che dice Letta di questa lesione?

E poi c’è questa notizia piombata come un fulmine a ciel sereno dell’intesa tra Il segretario del Pd e Giuseppe Conte, che ormai vanno a pranzo insieme quasi tutti i giorni, per tenere le primarie per la scelta del candidato governatore in Sicilia, dove si voterà ottobre. È una scelta che di fatto, senza che se ne  sia discusso a livello centrale, inserisce il M5s in un’alleanza organica di centrosinistra – almeno in Sicilia – e rimette la scelta del candidato nelle mani del partito di Conte, un partito non solo sempre più distante dal Pd in politica estera e sulla guerra di Vladimir Putin ma da sempre connotato come il più giustizialista, manettaro e amico di precisi settori della magistratura.

Tra l’altro, in questo pre-accordo, Conte ha già bocciato il nome di Peppe Provenzano, vicesegretario del Pd, con la bizzarra motivazione che sarebbe troppo forte rispetto a qualsiasi candidato grillino (d’altronde è lo stesso ragionamento che l’avvocato fece l’anno scorso a Napoli quando disse no a Enzo Amendola), quindi meglio una mezza figura purché il Movimento non venga umiliato nei gazebo. Figuriamoci se questo schema dovesse essere applicati nei collegi uninominali alle politiche! «Per battere la destra serve l’alleanza con il M5s», dicono i big del Nazareno.

Sarà. Ma è anche possibile – come ci dice un autorevolissimo parlamentare dem – che tra un anno il Movimento sarà già esploso e Conte non sarà più nessuno: allora a che serve fargli la respirazione bocca a bocca? Ma tornando al punto, se unite il puntino referendum a quello Sicilia ecco che inaspettatamente si disegna sul muro della politica il vecchio spettro del giustizialismo, un’involuzione seria sul tema dei diritti e della giustizia. È la posta in palio il 12 giugno.