BieloitaliansL’informazione italiana oggi è un problema internazionale, ma il putinismo ne è l’effetto, non la causa

Se giornalisti, politici e intellettuali di altri Paesi vogliono capire per quale ragione proprio qui le bufale più inconsistenti e i propagandisti più screditati trovano una così benevola accoglienza, devono avere la pazienza di risalire un po’ più indietro nel tempo

Foto di Benjamin Balazs da Pixabay

Dagli Stati Uniti all’Europa, dalla Cnn a Politico, passando per il canale franco-tedesco Arte, il resto del mondo comincia a interrogarsi con angoscia sulla straordinaria capacità di penetrazione della propaganda russa in Italia, ma rischia di scambiare l’effetto per la causa. Vladimir Putin non è infatti l’artefice della disinformazione così diffusa nel nostro Paese, se non in minima parte. Ne è piuttosto il beneficiario.

Il fatto che prima Giuseppe Conte, poi Matteo Salvini e infine anche Silvio Berlusconi abbiano preso posizione, sebbene con diverse sfumature e ripensamenti, contro il sostegno militare a Kiev, non può non preoccupare i nostri alleati. Tanto più tenendo in conto come la stessa Giorgia Meloni fino a ieri non fosse certo ostile a Putin, e tutt’ora faccia a gara con Salvini nel contendersi l’amicizia di Viktor Orbán, cioè il migliore alleato di Putin in Europa.

Se a tutto questo aggiungiamo pure i numerosi distinguo che si sentono a sinistra, la posizione che nel resto dei Paesi occidentali accomuna circa due terzi del sistema politico e dell’opinione pubblica – vale a dire il semplice sostegno all’Ucraina – appare qui appannaggio di una minoranza nemmeno molto consistente (in pratica il Pd di Enrico Letta e i piccoli partiti di area liberaldemocratica, Più Europa, Azione, Italia viva, con qualche occasionale sbandamento anche lì).

Giusto un mese fa, notavo su queste pagine come, nonostante o forse proprio a causa degli imbarazzanti trascorsi putiniani di tanti politici italiani, i nostri rappresentanti non avessero dato affatto un cattivo spettacolo. Anzi, date quelle premesse, un mese fa pareva di assistere piuttosto a un miracolo di consapevolezza e responsabilità, da parte della politica, cui faceva però da contraltare l’impazzimento del sistema dell’informazione, che dava (e continua a dare) il peggio di sé. La novità dell’ultimo mese è che un bel pezzo del sistema politico, semplicemente, si è accodato.

Ciò nonostante, gli agenti di Putin che probabilmente hanno alimentato questa naturale tendenza dell’informazione e della politica italiana, secondo me, hanno buttato i soldi, pagando per servizi che avrebbero ricevuto comunque gratis.

L’idea che dietro lo spettacolo di certi talk show e di certi giornali che oggi giustamente scandalizza il mondo ci siano operazioni coperte del Cremlino mi persuade tanto poco quanto l’antica teoria secondo cui dietro il comportamento corrivo della stampa ai tempi di Mani Pulite ci fosse una manovra della Cia o della finanza internazionale. Come non ho mai creduto che i direttori di tutti i principali giornali dei primi anni Novanta fossero la longa manus di un governo americano deciso a vendicare l’affronto di Sigonella, così non penso che direttori e conduttori di oggi siano agli ordini di Putin

Intendiamoci, non metto in dubbio l’influenza che servizi segreti o grande finanza possono esercitare sulle vicende politiche. Al contrario, penso che la cultura antipolitica, antiparlamentare, populista del novanta per cento del giornalismo e dell’intellettualità italiana costituisca il terreno ideale per qualsiasi operazione del genere, a un punto tale da renderle persino superflue.

È da qui che bisogna partire se si vuole capire perché negli Stati Uniti, per fare solo un esempio, ci sono oggi la Fox e canali di informazione della destra cospirazionista come Breitbart, ma ci sono anche il New York Times, il Washington Post e la Cnn, e a nessuno potrebbe mai capitare di confonderli, mentre in Italia le stesse parole d’ordine dei populisti, a cominciare dalla campagna contro la «casta», nascono proprio dalle testate più autorevoli e blasonate, come il Corriere della sera (subito seguito da tutti gli altri). È da qui che bisogna partire se si vuole capire perché né in America, né Francia, né in Germania né altrove, all’interno dell’Occidente democratico, si vede nulla di paragonabile a quello che ogni giorno si vede alla televisione italiana.

Se giornalisti, politici e intellettuali di altri Paesi vogliono capire cosa sta succedendo in Italia, per quale ragione proprio qui le bufale più inconsistenti e i propagandisti più screditati trovano una così benevola accoglienza, devono avere la pazienza di risalire un po’ più indietro nel tempo. Il putinismo di oggi, infatti, è semplicemente l’altra faccia del populismo. E il populismo non nasce certo col Movimento 5 stelle.

In verità, bisognerebbe risalire alle origini stesse dello Stato unitario. Il disprezzo per la democrazia parlamentare, i suoi riti e le sue lentezze, è una caratteristica della cultura italiana sin dal 1870, e cioè da quando, come scrisse Benedetto Croce, la «prosa» dell’ordinaria amministrazione prese il posto della «poesia» del Risorgimento, delle guerre d’indipendenza e dei moti rivoluzionari.

Di qui la demonizzazione del «trasformismo». Di qui la pubblica esecrazione di Giovanni Giolitti, contro cui si scagliano poeti, retori e moralisti di destra e di sinistra, il Gaetano Salvemini che gli dà del «ministro della malavita» e il Gabriele D’Annunzio alla guida di quelle «radiose giornate» di maggio che precipiteranno l’Italia nella Prima guerra mondiale, contro il volere di Giolitti e della stessa maggioranza parlamentare, messa sotto scacco da una campagna violentissima, nelle piazze e sui giornali: dal Corriere della sera di Luigi Albertini al Popolo d’Italia di Benito Mussolini

È una tradizione antica, che ha spianato la strada al fascismo, e anche nella Repubblica fondata dai partiti antifascisti ha presto ripreso piede, mescolandosi con il sovversivismo di certi movimenti degli anni Sessanta e Settanta in una miscela esplosiva.

Da questo punto di vista, la forza del Partito comunista italiano e anche della Chiesa cattolica, se da un lato ha contribuito a diffondere una certa diffidenza, diciamo così, nei confronti degli Stati Uniti e dell’atlantismo in generale (diffidenza peraltro non sempre infondata), dall’altro è stata anche un argine e un bersaglio di quei movimenti di contestazione. Alla fine, specialmente nel mondo della cultura e della comunicazione, ha prevalso però quell’impasto di ideologia, sentimenti e risentimenti apparentemente immune a tutte le lezioni della storia, che dalla contestazione della società borghese e del regime democristiano degli anni Settanta lasciava cadere le formule più usurate, ma non la sostanza né il fervore anti-politico e anti-istituzionale, riutilizzandoli tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta contro la «Prima Repubblica» e la «partitocrazia». Fino all’apoteosi di «Tangentopoli».

Si potrebbe poi ulteriormente approfondire come questa lettura della nostra storia e persino del nostro carattere nazionale influenzasse gli osservatori stranieri, e viceversa, in un gioco di azione e reazione tra i rispettivi pregiudizi, in cui avranno un ruolo importante gli storici inglesi, da Denis Mack Smith a Paul Ginsborg, segnando il modo in cui le vicende italiane saranno e sono tutt’ora interpretate anche dalla stampa e dagli osservatori internazionali. Di qui, forse, il loro attuale, comprensibile, ma anche ingiustificato stupore.

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