Eppur si muoveQuei timidi e molto audaci passi per creare l’area Draghi

Le dichiarazioni di Calenda, Renzi e Carfagna fanno capire che ci sono margini per creare un’offerta politica liberal-democratica intorno al presidente del Consiglio. Nei prossimi mesi potrebbe nascere qualcosa di serio, se non trionferanno personalismi e velleità egemoniche

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Eppur si muove qualcosa. Piano piano. Mentre si sgretolano (politicamente, non formalmente) le alleanze a destra e a sinistra, forse è il momento migliore per inventarsi qualcosa di nuovo partendo dalla figura e dalle politiche di Mario Draghi, la cui «mano esperta – dice Andrea Marcucci, che con Giorgio Gori è il più renziano del Partito democratico – potrebbe essere essenziale anche dopo il 2023». 

Già, contrariamente alle banalità che si sentono ripetere ovunque, che in sostanza si tratta solo di una parentesi, di Draghi si sta finalmente riconoscendo il ruolo politico assolutamente centrale: si può dire che il presidente del Consiglio rappresenti, lui sì, un campo potenzialmente largo, opposto a quello gialloverde peraltro segnato dalla doppia crisi di Giuseppe Conte e Matteo Salvini; e ovviamente lontanissimo dal provincialismo nazionalistico di Giorgia Meloni così come dai residui estremismi di sinistra impregnati di spesa pubblica e antiatlantismo.

Se da tempo Carlo Calenda indica nel presidente del Consiglio il faro di una nuova politica rigorosa, sociale e europeista, e Matteo Renzi è stato l’architetto della sua ascesa a palazzo Chigi, c’è da chiedersi, al di là di dissensi specifici e rimostranze personalistiche, cosa impedisca ai due uomini politici di fare insieme ad altre forze e singole personalità un punto della situazione, giacché si è di fatto entrati in una lunghissima campagna elettorale e il tempo per costruire una nuova offerta politica non è eterno. 

Le tesi di fondo sono identiche, sia Calenda che Renzi pensano a un luogo politico draghiano, antipopulista e di governo: se questa è la ciccia il resto è meno importante. Nessuno capisce perché non ci si metta intorno allo stesso tavolo. Basta vedere il merito. Calenda al Corriere della Sera ha detto di voler costruire un terzo polo che punti all’8% che prosegua l’opera di Draghi, ovviamente in antitesi al populismo di Giuseppe Conte, ma è scettico che il Pd voglia staccarsi dall’ex punto di riferimento fortissimo. 

Renzi, al quale il leader di Azione continua a chiedere di chiarire se voglia far politica o business – una vera e propria pregiudiziale – invece aveva parlato sempre al Corriere di un’area Draghi (un po’ più ottimista di Calenda ha ipotizzato un contenitore a due cifre), un progetto che pare sostanzialmente la stessa cosa, forse con un po’ più di fiducia nelle prossime scelte del Pd e comunque con minore enfasi sulla questione del Movimento 5 stelle che egli vede ormai talmente in crisi da non costituire più quel problema che è stato in tutti questi anni. 

Si tratta di un’ipotesi di lavoro aperta a tutti. E infatti in questo quadro è da mettere in evidenza una dichiarazione di ieri di Mara Carfagna: «Se per area Draghi si intende che dopo un Governo serio deve esserci un altro Governo serio sono assolutamente d’accordo. Serietà, responsabilità, credibilità, di questo il Paese ha bisogno. Penso che il Paese sia stanco, sia stufo di estremismi, di posizioni radicali, di propaganda portata avanti a oltranza. Credo che il Governo Draghi abbia costruito un patrimonio di credibilità e di affidabilità a cui gli italiani difficilmente rinunceranno». 

Si potrà dire che la ministra del Sud non poteva che parlar bene del suo presidente del Consiglio e che non è una novità che lei come pure Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini siano grandi sponsor di Draghi, e tuttavia quel «gli italiani difficilmente rinunceranno» a SuperMario è un indizio più politico, perché significa auspicare Draghi dopo Draghi, che è una linea ben diversa da quella del centrodestra alle prese col derby tra Meloni e Salvini. 

D’altra parte Carfagna rispondeva a una precisa domanda sulla suggestione renziana dell’area Draghi che ha evidentemente smosso le acque facendo precipitare su un terreno politico, cioè concreto, quella che finora era solo un auspicio: cioè che la draghizzazione della politica potesse infine portare alla crisi del populismo di destra e di sinistra, quello che qui tante volta si è definito come bipopulismo, la vera malattia della politica italiana. 

Dunque, qualcosa si muove. Se non si infrangerà contro personalismi e velleità egemoniche nei prossimi mesi questo qualcosa potrebbe evolvere in una nuova offerta politica. Attorno a Mario Draghi, se non con la benedizione di Mario Draghi.