Favorevoli, contrari e titubantiLa lunga maratona burocratica dell’Ucraina per entrare nell’Ue

Entro la fine di questa settimana, la Commissione europea dovrebbe accettare la richiesta di candidatura di Kiev. Ma questo è solo il primo passo. L’analisi sarà lunga e articolata e non prevede una risposta secca, ma piuttosto una sequenza di giudizi motivati sui vari criteri considerati. E serve il via libera di tutti e 27 gli Stati membri

Lapresse

Ursula von der Leyen sembra sincera quando, in visita a Kiev, elogia lo «sforzo enorme» e la «determinazione» dell’Ucraina nel processo di adesione all’Unione europea. Che è lungo e tortuoso, perché deve passare da tre fasi e ogni volta ottenere l’approvazione di tutti gli Stati europei. E al di là delle manifestazioni di sostegno di tutti i governi a Kiev dopo l’invasione russa, la questione resta molto divisiva tra le capitali dell’Unione.

L’iter, perlomeno, procede spedito: la Commissione europea ha valutato rapidamente la richiesta di adesione firmata dal presidente Volodymyr Zelensky lo scorso 28 febbraio e darà il suo parere in merito entro la fine della settimana, come ha annunciato von der Leyen. Nell’ultimo caso, quello della Bosnia Erzegovina, ci sono voluti invece più di tre anni per produrre il documento, dal febbraio 2016 al maggio 2019.

La cosiddetta «opinione» è composta da una serie di raccomandazioni fornite dalla Commisione agli Stati membri per valutare la richiesta, che può essere approvata solo all’unanimità. Si tratta di valutazioni squisitamente tecniche basate su una lista di parametri detti «criteri di Copenaghen», condizioni che ogni Paese deve rispettare per essere accettato: istituzioni stabili che garantiscano democrazia, diritti e rispetto delle minoranze, un’economia di mercato funzionante e la capacità di assumere gli obblighi relativi agli obiettivi dell’Unione in materia politica, economica e monetaria.

L’analisi sarà lunga e articolata e non prevede una risposta secca, ma piuttosto una sequenza di giudizi motivati sui vari criteri considerati.

Difficile che dopo la visita in persona della sua presidente, la Commissione abbia in serbo un responso negativo. Ma è improbabile pure che la valutazione sia totalmente positiva: come ha fatto intendere von der Leyen, l’Ucraina ha fatto molto negli ultimi anni per rinforzare il suo Stato di Diritto, ma necessita ancora di riforme per «combattere la corruzione, modernizzare l’amministrazione e attrarre investitori stranieri». 

Le segnalazioni e i suggerimenti contenuti in questa comunicazione sono significativi, perché chiariscono al Paese aspirante una serie di «paletti»: aspetti su cui lavorare per passare alle fasi successive. A decidere concretamente se l’Ucraina ha le carte in regola o meno per proseguire è il Consiglio dell’Unione europea: il primo passo è accettare la richiesta, assegnando a Kiev lo status di «Paese candidato» all’ingresso nell’Ue.

Sul tema i governi europei hanno posizioni distinte. Polonia, Bulgaria, Cechia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia e Slovacchia avrebbero voluto concederlo da tempo, come hanno affermato in una lettera ufficiale rivolta agli altri membri dell’Ue subito dopo la richiesta d’adesione ucraina. Un endorsement, pur in maniera meno formale, è arrivato anche dal Primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis

Ma i Paesi dell’Europa occidentale non la pensano allo stesso modo. Come ha rivelato il presidente del Consiglio Mario Draghi a margine dell’ultimo Consiglio europeo, l’Italia è l’unico fra i «grandi Stati» dell’Ue favorevole ad accordare la candidatura. Senza nominarle, Draghi ha svelato sicuramente le posizioni di Germania e Francia, probabilmente anche quelle di Spagna e Paesi Bassi. 

Il Primo ministro portoghese António Costa ha sottolineato di recente che l’adesione è un processo «lungo, difficile ed esigente», lasciando trapelare il suo scetticismo. Così come il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, che ha suggerito agli ucraini «modi diversi di avvicinarsi all’Ue».  Secondo l’agenzia Bloomberg, anche Danimarca e Svezia sarebbero contrarie. 

Altri Stati, che non si sono espressi in maniera chiara, difficilmente usciranno allo scoperto ora. La situazione complessiva vede al momento circa la metà dei membri dell’Unione a favore e circa la metà contro, con una discreta fetta di governi che potrebbero accodarsi alla posizione preminente. Ma in questo caso la maggioranza non basta: è necessario l’assenso di tutti i 27.

Come funziona l’ingresso nell’Unione europea
Con queste premesse, ottenere lo status di Paese candidato sarebbe di per sé un grande successo per l’Ucraina. Ma resta soltanto una prima tappa nel percorso d’adesione. Il governo di Kiev «sorpasserebbe» la Bosnia Erzegovina, che attende la candidatura dal 2016, e si troverebbe nella stessa condizione di Macedonia del Nord e Albania, Paesi candidati in attesa di intraprendere i negoziati di adesione rispettivamente dal 2005 e dal 2014.

Pure in questo caso è necessaria l’approvazione unanime di tutti gli Stati membri. Non una formalità, visto che più volte l’accordo è sfumato, nonostante i due Paesi balcanici stiano facendo del loro meglio: nel caso della Macedonia del Nord pure cambiando nome (si chiamava Macedonia fino al 2018), per risolvere una disputa con la Grecia, che altrimenti avrebbe posto il veto all’inizio delle trattative.

Aprire i negoziati, comunque, non è garanzia di successo: la Turchia lo ha fatto nel 2005, il Montenegro nel 2012 e la Serbia nel 2014. Rimangono tutte in lista d’attesa, con l’Islanda che ha persino mollato la presa, sospendendo i negoziati nel 2013, dopo tre anni di infruttuose trattative su 35 differenti temi.

Il cammino per l’Ucraina si profila dunque complicato e, soprattutto, senza scorciatoie. Dalla presidente von der Leyen a vari governi europei, in molti hanno chiarito che le procedure di accesso andranno rispettate integralmente: non ci sarà nessuna «corsia preferenziale», anche per rispetto degli altri Paesi che aspirano alla membership europea.

Per la Polonia, un Paese forse paragonabile all’Ucraina prima di entrare nell’Ue, ci vollero dieci anni dalla richiesta alla firma del trattato di adesione. Altri molto attrezzati in termini di garanzie economiche e politiche, come Svezia, Finlandia e Austria impiegarono tra i quattro e i sei anni a completare tutto il processo.

Il rischio, allora, è che se pure verrà concesso, lo status di Paese candidato sia per l’Ucraina più che altro un riconoscimento simbolico, vista la situazione in cui versa il Paese. Sarebbe forse un modo valido per esprimere vicinanza e sostegno al popolo ucraino, ma non eviterebbe la lunga anticamera necessaria all’ingresso nell’Unione. 

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