Tredici sedie vuoteCome convincere Francia e Germania a non contrastare l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue

Berlino e Parigi continuano a opporsi alla concessione dello status di Paese candidato a Kiev, senza un argomento politico serio. Gli altri Stati membri dovrebbero boicottare i vertici dei capi di Stato e di governo

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Riconoscere all’Ucraina lo status di Paese candidato all’adesione è un passo indispensabile per la creazione di una certa autonomia strategica dell’Unione europea, in quanto dimostrerebbe la reale volontà degli Stati membri di uscire da logiche politiche di difesa e di sicurezza essenzialmente nazionali e di adottare un approccio europeo comune.

Purtroppo, il condizionale è d’obbligo dopo la dichiarazione del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi del 31 maggio: «Lo status di candidato trova l’obiezione di quasi tutti i grandi Stati dell’Ue, tutti direi, esclusa l’Italia. Lo status di candidato al momento non è prevedibile per l’opposizione di questi Paesi, ma immaginare un percorso rapido per l’Ucraina sì. E mi sembra che anche la Commissione sia d’accordo».

I «grandi stati dell’Ue», cioè Germania e Francia, non si oppongono a un percorso rapido per l’adesione dell’Ucraina, ma rifiutano di riconoscerle oggi la candidatura formale, che è la condizione necessaria per l’avvio del processo di adesione. Grottesco.

Parliamo di due Stati – Germania e Francia – la cui responsabilità nella tragedia ucraina è particolarmente pesante. Sono stati loro a porre il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato nel 2008. Sono stati ancora loro, sotto l’alto patronato della cancelliera Angela Merkel e del presidente Francois Hollande, a sponsorizzare gli accordi di Minsk del 15 settembre 2014. Sono stati loro, insieme ad altri (ad esempio l’Olanda di Mark Rutte) gli artefici della politica del rinvio sine die di qualsiasi prospettiva concreta di adesione dell’Ucraina all’Unione, anche dopo la Rivoluzione della Dignità del 2014.

È la Germania a essere responsabile dell’aberrazione politica del Nord Stream 2, denunciata a gran voce dai paesi dell’Europa centrale e orientale. È alla Francia, attraverso il suo campione nazionale Total, che dobbiamo faraonici investimenti in Russia, un vero e proprio affare di Stato, se si considera il sostanziale silenzio dei media e la scarsa voglia delle autorità politiche e giudiziarie francesi di cercare di fare chiarezza sull’affaire de Margerie, nonostante le circostanze dell’incidente in cui è morto il presidente del gruppo ricordino sinistramente il modus operandi dei servizi segreti russi. Il suo aereo in fase di decollo a Mosca si scontrò con uno spazzaneve che si trovava in mezzo alla pista, malgrado non nevicasse.

La politica dell’Unione europea verso la Russia, negli ultimi due decenni è stata guidata dal condominio franco-tedesco all’insegna di una sostanziale connivenza con il regime putiniano.

Il ruolo centrale svolto dall’asse tra Parigi e Berlino emerge con chiarezza perfino nella ripartizione delle esportazioni di armi verso la Russia dopo il 2014, nonostante l’embargo imposto dall’Unione europea dopo l’annessione della Crimea. Germania e Francia fanno la parte del leone: l’80% delle esportazioni totali degli Stati membri verso la Russia.

Per non parlare delle innumerevoli conversazioni telefoniche del Cancelliere Scholz e del presidente Macron con il macellaio di Mosca, e della sua pesante insistenza sulla necessità di non umiliare la Russia. Come se la Russia avesse bisogno di altri per essere umiliata.

Gli stupri – anche di bambini – gli omicidi, le torture e gli altri crimini commessi dalle truppe russe “benedette” dal padrone del Cremlino, le deportazioni di centinaia di migliaia di ucraini, la massiccia distruzione delle infrastrutture civili, le innumerevoli violazioni delle leggi di guerra, costituiscono la vera umiliazione del popolo russo.

Ci vorranno probabilmente alcuni decenni prima che esso possa levarsi di dosso questa umiliazione auto inflitta. Prima di ciò, e il prima possibile, la Russia deve perdere la guerra e il suo esercito deve ritirarsi dall’intero territorio dell’Ucraina.

Coloro che a Berlino e, soprattutto, a Parigi hanno creduto di poter perpetuare il loro condominio di connivenza sull’Unione, senza visione e senza progetto, che non fosse quello di qualche accomodamento petainista con l’aggressore, devono, per la prima volta, affrontare un’opposizione organizzata: tredici Stati membri (Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Svezia) hanno fatto sapere che ai loro occhi la priorità dell’Unione in questo momento non è la riforma dei Trattati, ma la questione ucraina, compreso il riconoscimento dello status di candidato all’adesione.

Un modo anche per ricordare che non spetta agli stati membri definire le modalità e la durata del processo di adesione – un processo che è interamente nelle mani della Commissione europea e del Paese candidato. Il ruolo del Consiglio e del Parlamento europeo è quello di valutare, sulla base delle relazioni della Commissione, lo stato di avanzamento del processo e, alla fine del processo, di approvare o meno la valutazione finale della Commissione.

La decisione politica che il Consiglio europeo dovrà prendere a fine mese è quindi chiarissima: concedere o meno lo status di Paese candidato all’Ucraina. Evidentemente, il condominio franco-tedesco sull’Unione Europea non l’ha ancora capito, così come non ha preso le misure al fatto nuovo costituito dall’emergere di una forte minoranza di blocco all’interno dei ventisette.

Per far capire ai tedeschi, ai francesi e agli altri sostenitori dell’opzione petainista, i tredici e magari anche altri Stati membri farebbero bene ad annunciare fin d’ora che, in assenza di una decisione positiva sulla concessione dello status di Paese candidato all’Ucraina, saranno costretti a ricorrere alla prassi istituzionale della “sedia vuota” inaugurata dal generale Charles de Gaulle tra il 1965 e il 1966, ovvero che non parteciperanno ai prossimi vertici dei capi di Stato e di governo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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