Exit strategyNon essendo Conte, Draghi non chiama Ciampolillo, si dimette e fa la cosa giusta

Può darsi che di qui a mercoledì, quando interverrà in Parlamento, il presidente del Consiglio si lasci persuadere a continuare in un modo o nell’altro, ma non sembra verosimile e forse nemmeno auspicabile, né per lui né per l’Italia

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Nel pomeriggio di ieri il presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, non è stato l’unico a dare le dimissioni, presentate con un’e-mail inviata da Singapore, dove si era rifugiato da alcuni giorni dopo le proteste popolari. Come probabilmente avete già saputo, anche Mario Draghi ha fatto lo stesso. A differenza del suo omologo singalese, tuttavia, Draghi resterà in Italia e di fatto resterà anche presidente del Consiglio almeno fino a mercoledì, quando riferirà in Parlamento sulla sua decisione, ma è evidente il lavorio già in corso per suscitare, se non nel paese, almeno in Parlamento, manifestazioni di cordoglio tali da convincerlo a rimanere.

Enrico Letta e Matteo Renzi, per una volta sorprendentemente d’accordo, lo hanno detto subito in modo esplicito; sebbene, non sorprendentemente, con diversa intenzione: il primo immaginando una ripartenza con la stessa maggioranza, compresi quindi i grillini, il secondo senza.

Questo il tweet di Renzi: «Draghi ha fatto bene, rispettando le Istituzioni: non si fa finta di nulla dopo il voto di oggi. I grillini hanno fatto male al Paese anche stavolta. Noi lavoriamo per un Draghi-Bis da qui ai prossimi mesi per finire il lavoro su Pnrr, legge di Bilancio e situazione ucraina».

Seguire questa linea darebbe dunque al Movimento 5 stelle quello che voleva, una comodissima rendita di (op)posizione, ma metterebbe in una posizione ben più scomoda il governo e soprattutto il Partito democratico, che resterebbe di fatto ostaggio di una maggioranza dominata dal centrodestra, che a sua volta non si vede perché dovrebbe sobbarcarsene il peso, avendo spianata davanti a sé una campagna elettorale praticamente già vinta.

Questo invece il tweet di Letta: «Ora ci sono #cinquegiorni per lavorare affinché il Parlamento confermi la #fiducia al Governo #Draghi e l’Italia esca il più rapidamente possibile dal drammatico #avvitamento nel quale sta entrando in queste ore» (hashtag dell’autore).

Seguire questa linea sarebbe possibile, però, solo alla condizione di uno spettacolare autodafé del Movimento 5 stelle in Parlamento, simmetrico e contrario all’asprezza usata dagli stessi grillini nel dibattito parlamentare di ieri (cui Draghi in Consiglio dei ministri ha fatto esplicito riferimento).

Al termine di una legislatura che ha visto Giuseppe Conte e i Cinquestelle dirsi europeisti e antieuropeisti, sovranisti e antisovranisti, antiamericani e ultra-atlantisti, non c’è loro voltafaccia, per quanto clamoroso, che possa essere escluso dal novero delle possibilità. Resta da capire se però anche un pubblico atto di contrizione da parte di Conte e del suo movimento sarebbero sufficienti. Al punto in cui siamo arrivati, è ragionevole pensare che il centrodestra troverebbe assai più conveniente condannare gli avversari del fu «campo largo» a raccogliere quanto da loro seminato, inchiodando i grillini alla responsabilità di avere fatto saltare tutto e rifiutandosi di riattaccare i cocci. E tutto considerato, non si capisce nemmeno perché il Pd dovrebbe affannarsi, con il rischio di ritrovarsi nella stessa situazione a settembre, in condizioni cioè ancora peggiori, imprigionato per mesi in un governo egemonizzato dal centrodestra, con la finanziaria da votare e i grillini a riprendersi i voti nelle piazze. Ma soprattutto non si capisce perché a questo gioco dovrebbe prestarsi Draghi, che esce con linearità e serietà da una situazione grottesca, da una crisi non si sa se più tragica o più ridicola, e quasi certamente preterintenzionale. Probabilmente il Movimento 5 stelle era convinto di poter ottenere quello che voleva senza pagare pegno, facendo l’opposizione a spese del governo, senza che nessuno se ne desse per inteso, forse perché ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. Ma Draghi non è Conte. Se un partito della sua maggioranza non vota la fiducia al suo governo, non telefona a Lello Ciampolillo, ma a Sergio Mattarella.

L’immagine, raccontata praticamente da tutti i retroscena, di un Conte attaccato al telefono che implora Draghi di concedergli qualcosa che possa sbandierare come vittoria davanti ai suoi parlamentari, parlamentari che Conte stesso ha aizzato facendo la voce grossa davanti alle telecamere, resterà nei secoli come esempio massimo di antipolitica (tallonato dai suoi ministri, che sono stati capaci di non votare la fiducia al governo di cui facevano parte, senza neanche fingere di dimettersi).

Può darsi che Draghi alla fine si lasci persuadere a continuare in un modo o nell’altro, ma non sembra verosimile e forse nemmeno auspicabile, né per lui, né per l’Italia. Perché la maggioranza che ha dato oggi un simile spettacolo sull’inceneritore di Roma, cosa farà domani, quando si tratterà della finanziaria, con questi chiari di luna? E anche perché, in questo contesto, nazionale e internazionale, economico e politico, è purtroppo facilmente prevedibile che l’Italia avrà presto ancora bisogno di figure in grado – per capacità, prestigio, autorevolezza – di arrestare la spirale autodistruttiva del sistema. Preservare una delle ultime e delle migliori di cui ancora disponiamo non è solo nell’interesse di Draghi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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