Miliardari from the blockIl sesso spaziale di Musk, il cognome patriarcale di J-Lo e le apparenze che ingannano

I giornali temono di non apparire abbastanza inclusivi e per evitare di farsi dare di sessisti giudicano la scelta di una delle più grandi star globali come un segnale del cedimento ancillare della società

LaPresse

Le apparenze ingannano, il che è sconcertante nell’epoca in cui crediamo di conoscere qualcuno perché ne abbiamo visto la versione social. Oppure: alle apparenze non diamo abbastanza retta, saperlalunghisti come siamo, convinti che le cose non stiano mica così. Così come? Così.

Quattro giorni fa, il New York Times pubblica l’editoriale d’una scrittrice, Jennifer Weiner, su un dettaglio della comunicazione coniugale di Jennifer già Lopez: la signora si firma Affleck, avendo come molte donne americane preso il cognome del marito.

Molte ma non lei, ci spiega eroica l’editorialista, che in due matrimoni non ha mai cambiato cognome nonostante il suo, ripete varie volte, sia orribile (“weiner”, il salsicciotto, era gergo per quel che immaginate anche prima che, in un capolavoro di sceneggiatura, un politico che si chiamava Anthony Weiner si sputtanasse la carriera per la compulsione di mandare in giro foto del salsicciotto).

Lei, eroica, non ha ceduto al patriarcato, non come Jennifer già Lopez, che manda un messaggio di sottomissione. Un messaggio di sottomissione. Jenny from the block. Con quel piglio. Con quella carriera. Con quel patrimonio. Soprattutto, con quel culo.

Facciamo uno sforzo d’immaginazione. Torniamo all’estate dei miei dodici anni. Immaginiamo che nell’agosto dell’85 ci siano i social, e Madonna li usi per annunciare che prenderà il cognome (non che ne abbia mai usato uno, ma vi ho detto di fare uno sforzo) del tizio che s’è appena sposata, Sean Penn. Immaginiamo che una scrittrice proponga al New York Times un editoriale su Madonna ancella del patriarcato. Immaginiamo come le avrebbero riso in faccia.

È perché nel Novecento i grandi giornali erano luoghi seri, e ora posti che pubblicano cani, porci, e Soncini? Forse. Ma temo sia anche perché ormai vale tutto. Così come i talk-show danno dignità di rappresentanza ai picchiatelli che diffidano dei vaccini o del governo o della forza di gravità, i giornali sono terrorizzati di non sembrare abbastanza inclusivi. Mica ci sarà un movimento femminista preoccupato dai cognomi delle mogli? Mica ci diranno che siamo dalla parte dei maschi abusanti (scusate il calco) del Racconto dell’Ancella? Mica se le rifiutiamo questo splendido editoriale questa andrà in giro a dire che siamo sessisti?

Quante divisioni ha il Papa, quanti follower ha l’editorialista scarsa. (Centosessantamila, nella fattispecie: ho visto giornali tremebondi per numeri più piccoli). Possiamo permetterci d’inimicarci le cinquantenni nostalgiche d’un vecchio amore che vedono nel matrimonio tra lei e Affleck che s’erano lasciati due decenni prima una speranza di lieto fine? Forse sì, commissioniamo a Jennifer Salsicciotto il pezzo su Jennifer Miriano, dai.

Mentre il New York Times scriveva di Jennifer più sottomessa di Costanza Miriano, il Financial Times raccontava la stupendissima (stupendissima anche se non è vera, anzi di più) storia di Elon Musk (quello di Tesla, o di Twitter, o dei figli coi nomi fatti di numeri e consonanti) che chiedeva perdono in ginocchio a Sergej Brin (quello di Google) per avergli scopato la moglie.

Non sembrava inverosimile a nessuno: sono anni che tutti ci chiediamo come faccia Musk – uno di cui ogni sei mesi spunta fuori un figlio più o meno segreto, una fidanzata più o meno ufficiale – a trovare il tempo di dirigere tutte quelle aziende, tentare di scalare Twitter, fare lo spiritoso in 280 caratteri. Nell’impeccabile sintesi che ne ha fatto ieri Natalia Aspesi su Repubblica, «l’irrefrenabile imprenditore che non si sa quando lavori preferendo giustamente fare l’amore di qua e di là. Tanto da aver messo al mondo una decina di piccini con varie ragazze imprenditrici del loro futuro». («Imprenditrici del loro futuro» il New York Times mi sa che gliel’avrebbe cassata).

Naturalmente la risposta weineriamente corretta a questa domanda è: è perché il lavoro di cura è lasciato alle donne, Musk può riprodursi come un coniglio e non dedicare neanche un minuto a un pannolino (a occhio neanche le madri dei suoi figli: stai a vedere che mi riproduco con Elon Musk e i pannolini non li cambiano le governanti). Ma la domanda non è «dove trova il tempo di star coi figli», è: dove trova il tempo di copulare? Ci vorrà un minimo di corteggiamento, due cene, due brillocchi, ai miliardari la si dà più in fretta ma son comunque ore di nullafacenza da dedicare alla pratica. (Naturalmente uso «darla» perché sono della scuola Jenny from the block di sottomissione).

Poi ieri Elon Musk ha fatto una serie di tweet uno più mesto dell’altro. Dice che non è vero niente, che lui e Sergej sono amici e la sera prima erano a una festa insieme, che la moglie di lui l’ha vista due volte in croce e sempre in pubblico. È una vita che non scopo, conclude come un qualsiasi impiegato cui non sia bastato investire la tredicesima in rose mezze morte.

E quindi la morale qual è? Che le apparenze ogni tanto ingannano e ogni tanto bisognerebbe dar loro più retta, e che i soldi non ingannano quasi mai, è sempre bene seguirli (se siete della scuola semantica di Woodward e Bernstein) e pensare a loro innanzitutto (se siete della scuola del padre di Mahmood).

Domenica sul Times di Londra c’era un’interessante ricostruzione di come Jennifer Lopez sia perfettamente consapevole d’essere una macchina da soldi, e non solo perché lo diceva in quei versi di vent’anni fa («non fatevi ingannare dai brillocchi, sono ancora Jenny dei quartieri, avevo poco e adesso ho molto»). Quando ha deciso di lanciare una sua linea d’abbigliamento, ha incassato trecento milioni di dollari in un anno. Sono meno di quelli che incassa in un giorno Elon Musk, certo. Però, qualunque sia il suo cognome, Jennifer ha ancora tempo di scopare.