Tovarich che sbaglianoL’amore del Pd per Conte è l’altra faccia dell’odio verso Renzi

I dirigenti democratici non riescono a reagire al tradimento dei grillini perché li reputano l’unico modo per far tornare a casa gli elettori fuggiti in questi anni. Mentre rimane forte il rancore verso un leader che, secondo loro, avrebbe pervertito il Partito democratico fino a farlo diventare una cosa di destra. Ma quelli di destra sono i Cinquestelle

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In attesa di capire che cosa succederà mercoledì e senza azzardarsi a divinare gli esiti di una crisi politica, che, dice Conte, nasce dall’umiliazione del Movimento 5 stelle – un po’ come l’operazione militare speciale in Ucraina nasce dall’umiliazione della Russia: ma guarda le coincidenze – è interessante riflettere su quel che è successo prima e su quel che potrebbe succedere dopo ai rapporti tra il Partito democratico e il M5S.

È vero che il Movimento si è spaccato e non è detto che da questa spaccatura non se ne originino di nuove, ma il M5S doc, piccolo o grande che sia, rimarrà il troncone appeso al verbo e ai placet dell’Elevato e alla sua idea eversiva e clericale della democrazia come unità mistica tra popolo e potere. E bisogna ammettere che c’è una certa ironia, ma anche una certa coerenza nella storia che ha reso depositario dell’originalismo grillino un azzeccagarbugli che usa circonlocuzioni curiali e un latinorum avvocatesco pure per dire: «Vaffanculo».

Il Pd ha ovviamente subito e cerca ora di neutralizzare la fuga in avanti di Conte, ma lo fa con dispetto e delusione, come se le evoluzioni del M5S e le retoriche vetero-ambientaliste, vetero-pacifiste e vetero-poveracciste con cui l’Avvocato del popolo ha giustificato le dissociazioni dall’esecutivo fossero colpi di testa di un capo politico invidioso del suo successore a Palazzo Chigi e non invece l’identità più profonda e tenace del social-bolivarismo grillino e quindi la coperta di Linus che, al momento del bisogno e del pericolo, i grillini devono portarsi appresso per sentirsi protetti e riconosciuti.

Si potrebbe pensare, molto benevolmente, che l’equivoco del rapporto tra Pd e M5S – presentato sempre non come sodalizio imposto dalle contingenze di una legislatura disgraziata, ma come alleanza dettata dalla necessità storica di ricomporre la sinistra divisa – nasca da un tragico errore di lettura di questo fenomeno politico.

Al Nazareno, insomma, potrebbero essersi convinti che il M5S fosse una risposta sbagliata (e un po’ di destra) a una domanda giusta (e molto di sinistra), che il successo dell’antipolitica fosse solo il sintomo di una malattia annidata nel corpo della politica e che quindi l’alleanza con i grillini fosse un modo per riconquistare gli elettori fuggiti nella loro direzione, per ricivilizzare il popolo di sinistra imbarbarito dalla paura, dall’impoverimento e dalla frustrazione. Insomma, a essere benevoli, si potrebbe pensare che nel Pd si siano semplicemente sbagliati.

Quanto sta succedendo in questi giorni pare però dimostrare che la strategia del cosiddetto campo largo rispondeva al senso di una affinità più profonda e a un riconoscimento in positivo delle ragioni del gentismo populista. Nel Pd e nei suoi paraggi si eccepisce sulla rottura della maggioranza da parte di Conte, ma non così chiaramente sulle sue motivazioni, a partire da quel termovalorizzatore che è un problema da anni rimosso proprio dal Pd laziale e romano, per arrivare a tutte le rivendicazioni socialdemagogiche del papello consegnato da Conte a Draghi.

A legare il Pd ai Cinquestelle è il senso di colpa per avere smarrito le ragioni della vera sinistra, ceduto alle lusinghe liberiste e troppo concesso all’americanizzazione del mondo. L’amore per i Cinquestelle nel Pd è, per dirla in sintesi, l’altra faccia dell’odio per Renzi e per una stagione in cui la sinistra si era messa a fare le cose che aveva sempre combattuto. Nel Pd non si riesce a essere troppo duri con il tradimento di Conte, perché si è ancora troppo impegnati a elaborare ed espiare il tradimento compiuto da chi, dal vertice della sinistra, si ritiene l’abbia pervertita fino a farla diventare una cosa di destra.

I grillini sono compagni che sbagliano, Renzi e chi la pensa come lui invece non sono dei compagni. Il patetico resta cu’mme, pe’ carità, stattè cu’ mme, nun me lassà di Enrico Letta a Conte nasce insomma dall’indisponibilità a ragionare su un governo senza il M5S e anche solo a ipotizzare un futuro diviso dai compagni che sbagliano pentastellati e una strategia diversa da quella dell’ammucchiata anti-meloniana.

Il Pd non ha un piano B semplicemente perché ritiene di non avere alternative accettabili a questo di tipo di ritorno a sinistra.