Come non si fanno le listeIl pasticciaccio su Laura Castelli e lo strano vizio del Pd di regalare seggi a chi li insulta

La viceminista dell’Economia, condannata in passato per diffamazione nei confronti di una giovane candidata rumena del Partito Democratico, era stata messa all’uninominale a Novara, suscitando l’ira dei vertici locali. La storia era stata raccontata da Linkiesta

Mauro Scrobogna /LaPresse

Non ci sono solo i casi dei candidati anti Israele Raffaele La Regina e Rachele Scarpa o quello di Marco Sarracino che esalta l’Unione Sovietica. Ancora più grave, se possibile, è quanto è accaduto in Piemonte, con una ex Cinquestelle che stava per essere imposta in un collegio uninominale piemontese malgrado sia stata condannata per diffamazione di una candidata locale del Pd. Linkiesta se ne era occupata proprio in occasione della condanna.

La candidata è la viceministro dell’Economia Laura Castelli, ora passata con Di Maio, e quindi alleata in quel che rimane del “campo largo” di Letta. Chi l’ha fatta condannare per diffamazione aggravata e adesso ha detto di voler restituire la tessera del Pd è invece Lidia Roscaneanu.

All’origine, un post Facebook con una foto di una giovane ragazza assieme a Piero Fassino, nel 2016 candidato a sindaco di Torino contro Chiara Appendino. Accanto alla foto, un bigliettino di campagna elettorale sempre con la foto della ragazza: «PER LA CIRCOSCRIZIONE 3 scrivi ROSCANEANU accanto al simbolo PD». Sopra a tutte e due questo commento: «Che legami ci sono fra i due? Fassino dà un appalto per il bar del Tribunale di Torino a una azienda fallita tre volte, che si occupa di aree verdi, con un ribasso sospetto. LA PROCURA INDAGA. Fassino candida la barista nelle sue liste. Quanto meno inopportuno… che dite?».

Per questo post, Laura Castelli è stata condannata a 1.032 euro di multa più 5.000 euro alla parte civile. Lidia Roscaneanu, di origine romena, ci aveva raccontato di aver pianto due volte durante il processo. «La seconda volta alla sentenza, e la prima quando ho dovuto ripetere le cose che mi avevano scritto dopo quel post. Io non sono una ragazza che dice parolacce, mi fa male ripetere certe cose. Non solo, hanno fatto anche riferimenti a certi tipi di attività sessuali. La cosa è finita sui giornali romeni, e mia madre mi ha chiamato. Lidia, mi ha detto, tu vivi in Italia da sola, certe cose ce le devi dire. È vero che hai una relazione con quell’uomo politico?».

Nata in Romania il 20 marzo del 1983, laureata in Economia, in Italia dal 2004 al seguito di un fidanzato italiano con cui ha avuto una storia di nove anni ma con cui all’epoca si era già lasciata, Lidia Roscaneanu non ha mai preso la cittadinanza italiana, ma in quanto cittadina comunitaria alle amministrative si poteva candidare. Nel 2016 le viene dunque proposto di presentarsi per intercettare un voto romeno che può essere interessante, e va a un evento elettorale in cui le fanno una foto con il candidato sindaco Fassino, come tutti gli altri candidati in circoscrizione.

«Lì lo ho conosciuto», assieme al candidato sindaco e a quello in Consiglio comunale. Mette la foto su Facebook. «Nella mia ingenuità, pensavo che farmi ritrarre con il candidato sindaco fosse un onore. Sono una ragazza semplice, non è che pensavo seriamente di potere essere eletta». Proprio quella foto appare però ritagliata nella pagina “Laura Castelli – Cittadina in Parlamento”.

Cosa tipica dell’arte del manganello digitale dei Cinquestelle: nel castello costruito dalla Castelli i dati artefatti sono sapientemente mescolati a qualcosa di vero. Su quell’appalto, in effetti, sarebbe arrivata davvero una sentenza. Lidia conferma che «alcuni membri della società sono stati condannati, e con loro un dipendente del Comune di Torino che aveva preso soldi». Ma né lei né Fassino sono mai stati neanche interrogati per quella storia.

È vero che Lidia in quella società lavorava: non come barista, ma come cassiera. Ma il post della Castelli lascia intendere che ne fosse un pezzo grosso. Invece, non solo era una semplice dipendente, ma al momento della foto e del commento (il 25 febbraio 2016) si era già rivolta alla Procura perché non le venivano pagati gli stipendi. Sabato 7 maggio, invece, la Castelli insinua che Lidia avrebbe offerto favori sessuali a Fassino per far avere un appalto alla società che non la paga e che ha portato in Procura. «Al lavoro c’erano militanti dei Cinquestelle: qualcuno di loro deve aver detto alla Castelli che io lavoravo in quella società».

Il post viene subito ripreso dai Cinquestelle di Torino, da tutti i candidati Cinquestelle, dal blog di Grillo e da quello dei Cinquestelle nazionali, da cui subito sulla ignara Lidia parte una valanga di post che si soffermano sul suo essere romena e giovane donna, e i cui concetti principali sono che il Partito democratico è un partito di mafiosi e che lei si guadagna il pane praticando mercimonio sessuale.

La Castelli, dopo la presentazione della querela, fa sparire la pagina incriminata, che però è stata ormai screenshottata. Ma non chiede scusa. «E neanche si è mai presentata in tribunale. Però ha espresso solidarietà alla Meloni, e mi ha fatto chiamare dall’onorevole del Pd Paola Bragantini per chiedermi se volevo rimettere la querela. Ho detto di no. Comunque gli insulti via social continuano ad arrivarmi.
Una volta che la macchina dei Cinquestelle parte, non è che poi si ferma più. Ero una ragazza normale, non ero un personaggio, non contavo niente, ho la fedina penale punita, lavoro per mantenermi da quando ho 18 anni. Per colpa di quella vicenda ho perso un fidanzato, ho perso amici, sono entrata in un profondo stato di depressione. Possibile che per una campagna elettorale bisogna fare tutto questo male a una povera ragazza straniera? Ma la macchina dei Cinquestelle funziona così. Prendono una persona qualsiasi di cui a livello umano non gliene importa nulla, e ne distruggono l’immagine per ottenere il loro obiettivo politico».

La Castelli non sarà più nei Cinquestelle, ma non ha mai chiesto scusa. E quando salta fuori la notizia che sarebbe candidata nell’uninominale di Novara, il segretario del Pd Regionale Paolo Furia – riferiscono – sarebbe diventato appunto una furia. E sì che il 2 di agosto il Pd di Torino aveva chiuso con decisione alla possibilità di sostenere gli ex-Cinque Stelle. «Pronti a sacrificarci per la coalizione sull’uninominale ma non alla viceministra Laura Castelli che ci ha dato dei mafiosi», aveva detto il segretario di Torino Marcello Mazzù. Ma 18 giorni dopo con un blitz, senza sentire i vertici locali, la Direzione nazionale del Pd cancella il nome della segretaria cittadina di Novara Emanuela Allegra dal collegio uninominale Piemonte 2, anche se resta nel plurinominale, per dare il seggio alla Castelli.

«Sono sconvolta, scioccata», ci ha detto Lidia, dopo aver reso nota la sua intenzione di restituire la tessera del Pd. «Io ho avuto problemi di salute e me ne sono stata fuori, però comunque a prescindere da questo mettersi con i grillini significa suicidio».

Lidia Roscaneanu a parte, e a parte i mal di pancia del Pd torinese, alla fine deve essere risultata insormontabile la resistenza del Pd novarese, contro una candidata oltretutto non locale. Alla fine la Castelli si è tirata indietro. «Scopro dai giornali, e da qualche simpatico tweet, che sarei candidata all’uninominale di Novara. No grazie, “casa mia” è Collegno, se la coalizione ha fatto altre scelte ne prendo atto e in pieno spirito di squadra darò il mio contributo nei plurinominali di Impegno Civico, sperando però che questa campagna elettorale sia caratterizzata da proposte per i cittadini e no da attacchi, insulti e odio. Con Impegno Civico abbiamo una proposta chiara, la sfida è andare oltre il 3%, daremo il massimo per raggiungere l’obiettivo».

Questo lo dice lei, per ripetere un intercalare che l’ha resa famosa. Dall’esterno, sembra la storia della volpe e dell’uva.