La ricerca della libertàPerché sono sempre di più gli ebrei che lasciano la Russia di Putin

Almeno uno su otto è già partito (tra questi anche il rabbino capo di Mosca), altri progettano di fare lo stesso. Molti fanno parte della fuga dei cervelli, ma il vero timore (la Storia insegna) è che l’autoritarismo nazionalista si trasformi in antisemitismo

di Nuno Alberto, da unsplash

Su ogni otto ebrei che erano rimasti in Russia, uno se ne è andato dall’inizio della guerra. E tra questi lo stesso Pinchas Goldschmidt, rabbino capo di Mosca dal 1993.

A dir la verità, non erano molti: più o meno 165mila, mentre in tutto il mondo gli ebrei con origini russe sono un paio di milioni. Ora 1.200.000 stanno in Israele, dove hanno anche un loro partito di una certa influenza: Yisrael Beiteinu, del ministro delle Finanze Avigdor Lieberman, che ha avuto il 5,63% dei voti alle ultime elezioni. Altri 350.000 si trovano negli Stati Uniti, circa 180.000 in Germania e altri 11.000 in Australia.

In realtà, poi, la vera patria degli ebrei del vecchio Impero Russo erano i territori della ex-Confederazione Polacco-Lituana (Ucraina, Bielorussia, Polonia, Lituania), dove quasi tutto il ceto medio era costituito da ebrei. Anche dopo l’annessione di quei territori, con le varie spartizioni della Polonia, agli ebrei non fu permesso di risiedere nella Russia storica per molto tempo. La redistribuzione avvenne soprattutto nel periodo sovietico, che verso gli ebrei ebbe un volto ambiguo. Da una parte furono formalmente riconosciuti come cittadini al pari degli altri e alcuni di loro – come Trotzky, Kamenev, Zinovev e Kaganovich – riuscirono ad accedere alle alte sfere. In più l’Urss diede un aiuto importante alla fondazione di Israele e sul suo territorio fu perfino costituita una provincia autonoma per gli ebrei, che però si trovava in un’area dell’Estremo Oriente dove ve ne erano pochissimi.

Dall’altra, però, il loro riconoscimento come nazionalità in un sistema dove tutto era dello Stato e i posti venivano assegnati anche in base a una proporzionale etnica mortificava le potenzialità di molti ebrei. Trotzky, Kamenev e Zinovev fecero tutti una brutta fine. Dopo un po’ l’Urss si mise ad appoggiare chi Israele la voleva distruggere. E sulla stessa provincia autonoma aleggiò un sospetto di deportazione. Più in generale, crebbe nel Paese l’antisemitismo e da qui nasce la lotta di molti ebrei per emigrare in Israele: «Refuznik», li chiamavano. Senza contare che comunque la religione ebraica era maltrattata dall’ateismo di Stato, come tutte le fedi.

Con la fine dell’Urss le relazioni con Israele si normalizzarono, tant’è che lo Stato ebraico si è da subito preoccupato di non apparire troppo schierato in questa guerra. Col ritorno a una iniziativa privata, sia pure caotica, molti ebrei hanno potuto diventare protagonisti. Con la fine dell’ateismo di Stato si è potuto aprire sinagoghe e scuole: «Siamo partiti da zero con sinagoghe, scuole, asili nido, servizi sociali, insegnanti, rabbini e membri della comunità», ricordava il rabbino capo Pinchas Goldschmidt prima di andarsene. E dal 1998 la Russia ha conosciuto quattro primi ministri di origine ebraica, compreso l’attuale: Mikhail Mishustin.

Ma non appena è stato possibile andarsene, la gran parte dei refuznik lo hanno fatto: la Russia post-sovietica, nonostante i cambiamenti, è comunque rimasta un Paese non facile per una minoranza che ha storicamente imparato di dover temere le involuzioni autoritarie. 250.000 erano gli ebrei russi Nel 1897 gli ebrei che si trovavano sul territorio della futura Urss erano 250mila su 5.250.000 e 2.680.000 in Ucraina. Nel 1926 diventano 539.037 su 2.672.499 e nel 1939 raggiungono il massimo, con 891.000 su 3.028.538. Nel 1989 sono già calati a 570.467 su 1.479.732 (ultimi dati dell’Urss) mentre nel 2002 sono dimezzati: 265.000 su 460.000 in tutto il territorio ex-sovietico. Otto anni dopo, nel 2010, sono 159.348 su 280.678.

Adesso l’Agenzia Ebraica, organizzazione che aiuta gli ebrei di tutto il mondo a trasferirsi in Israele, afferma che da marzo circa se ne sono andati 20.500 dei circa 165.000. Lo stesso Goldschmidt, si ricordava, ha lasciato il Paese con la sua famiglia a due settimane dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, andando prima in Ungheria e poi in Israele. Fuori dal Paese, si è dimesso dal suo incarico e ha condannato l’aggressione del Cremlino. «Sentivo di dover fare qualcosa per mostrare il mio totale dissenso e disaccordo con questa invasione dell’Ucraina, ma mi sarei messo in pericolo se l’avessi fatto rimanendo a Mosca», ha spiegato.

Di fronte alle critiche di alcuni membri della comunità perché li avrebbe «abbandonati», il rabbino ha risposto che dalla maggioranza gli sono arrivati chiari segnali di sostegno. Ma, appunto, se la maggioranza è d’accordo con lui, cosa si può fare allora se non parire? Ovviamente, gli ebrei sono anche coinvolti nella più generale fuga dei cervelli, con almeno un paio di centinaia di migliaia di professionisti e intellettuali che se ne sono andati per via del crollo di opportunità rappresentato dalle sanzioni.

Sul punto la Bbc ha sentito Anna Shternshis: professoressa di studi yiddish all’Università di Toronto e specialista nella storia ebraica russa. «Ho riflettuto a lungo sul motivo per cui c’è tanta fretta di partire, dal momento che non stiamo assistendo a un’enorme ondata di antisemitismo», ha affermato. «Ma poi, rimettendomi il mio cappello di storica, vedo che ogni volta che succede qualcosa in Russia, qualche sconvolgimento, qualche cambiamento, gli ebrei sono sempre in pericolo». Emblematici i pogrom che tra 1880 e 1920 accompagnarono le tensioni tra l’uccisione dello zar Alessandro II e le tre rivoluzioni del 1905, Febbraio e Ottobre. Ed emblematica ora la richiesta di chiusura degli ufficio dell’Agenzia Ebraica che è arrivata dal Ministero della Giustizia.

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