Futuro neroLe sanzioni hanno picchiato duro e l’economia russa del carbone è quasi al collasso

Perfino il portavoce regionale di Kemerovo, principale centro di estrazione del Paese, ha lanciato l’allarme. L’embargo europeo ha bloccato la domanda e le aziende sono costrette a ridurre se non a sospendere la produzione. Lasciando a casa (anche se illicenziabili) i lavoratori

di Amir Arabshahi, da Unsplash

Una cosa che viene ripetuta spesso: le sanzioni energetiche lasceranno al freddo gli occidentali senza danneggiare la Russia, che avrà la possibilità di rivendere in Asia tutto ciò che non piazza più in Europa. Soprattutto in Cina, ma non solo. Invece, le sanzioni hanno portato a interrompere l’estrazione mineraria nel più grande bacino carbonifero della Russia. Motivo: le linee ferroviarie non bastano per questa sostituzione di mercati, e non è pensabile ampliarle in tempi rapidi.

È stato un portavoce del governo regionale a dire alla Tass che «le sanzioni dell’UE, entrate in vigore all’inizio di agosto, hanno portato sull’orlo del collasso l’economia della regione di Kemerovo», che è il principale centro di estrazione del carbone della Russia. Lì c’è il bacino carbonifero di Kuznetsk: uno dei più grandi giacimenti al mondo, con riserve totali per quasi 90 miliardi di tonnellate. La regione di Kemerovo rappresenta il 60% della produzione di carbone russa, circa l’80% per la cokeria e il 100% per alcuni tipi di carbone particolarmente pregiati. Ma a causa dell’embargo europeo, che ha chiuso un mercato-chiave di vendita per le miniere russe, le aziende sono costrette a ridurre la produzione, o addirittura a sospenderla. In particolare, diverse miniere a cielo aperto.

Il previsto reindirizzamento dei flussi verso l’Asia si è rivelato difficile da realizzare perché la capacità del segmento orientale delle Ferrovie Russe RZhD è «sostanzialmente limitata», ha affermato sempre il portavoce del governo regionale. Secondo Natalya Zubarevich, esperta di economia regionale e professoressa all’Università statale di Mosca, dopo agosto «la situazione sarà ancora più difficile a causa della perdita del mercato, e le imprese saranno costrette o a mantenere i dipendenti impiegati in part-time, o a mandarli in ferie senza paga». Licenziarli per le leggi russe è quasi impossibile.

In totale nelle imprese carboniere di Kuzbass lavorano 91.000 persone, mentre il 20% della popolazione in età lavorativa della regione vive in città dominate da una singola industria. Le più grandi sono costruite attorno alle imprese delle principali società del settore: Raspadskaya, Ojsc Mezhdurechye, Ojsc Southern Kuzbass. «Il ministero regionale dell’industria carboniera non ha ricevuto le notifiche da parte delle imprese estrattive sui licenziamenti dei lavoratori in relazione a una possibile diminuzione della produzione di carbone», ha detto alla Tass il governo regionale. Ma secondo la Zubarevich è solo questione di tempo. I lavoratori vengono tenuti «fermi» e ciò potrebbe durare fino alla fine dell’anno, quando la reale portata delle minacce al mercato del lavoro diventerà più chiara.

La Russia forniva all’Ue 50 milioni di tonnellate di carbone all’anno, ricorda. Alcuni di questi volumi ora vengono reindirizzati dalle miniere in Cina con uno sconto del 45-50%, ma è impossibile esportare tutto il carbone in Asia. Come osserva la Zubarevich, «la Transiberiana non è gonfiabile».