Lettere e girasoliI carteggi inediti delle sorelle di Vincent Van Gogh

Il rapporto del pittore con il fratello è celebre, meno noto è quello con le donne della sua famiglia. Come spiega Willem-Jan Verlinden nel suo libro, Anna, Elisabeth e Willemien hanno esercitato una grande influenza nell’immaginario dell’artista

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Soesterberg, Middelharnis,
Amsterdam, Parigi, 1885-1888

Nell’agosto del 1885, sei mesi dopo la morte di Dorus, nelle vite dei Van Gogh ci fu un nuovo ingresso, quello di Johanna Gesina Bonger, detta Jo. Era cresciuta ad Amsterdam in una famiglia liberale, con nove tra fratelli e sorelle, e i suoi genitori abitavano al numero 137 della Weteringschans, sulla diagonale opposta rispetto al nuovo Rijksmuseum, che era stato aperto nell’estate del 1885. Sorella minore di Andries Bonger, amico di Theo a Parigi, Jo era destinata a svolgere un ruolo importante nella famiglia, sia perché sposò Theo, sia perché fu amica delle sorelle e diventò come una quarta figlia per Moe.

Fu lei che alla fine avrebbe tenuto in vita il cognome Van Gogh e salvaguardato l’eredità di Vincent. Jo conobbe Theo il 7 agosto 1885, quando era a Parigi in visita a suo fratello Andries. A ottobre, su suggerimento di Theo, lei e Lies dettero avvio a quello che sarebbe diventato un lungo carteggio; Theo intuì che gli interessi in comune delle due donne le avrebbero portate a intrecciare un rapporto profondo, e infatti entrarono ben presto in confidenza.

«Mai la mia coscienza è più turbata di quando mi ricordo degli innumerevoli libri che da bambina mi venivano nascosti in ogni cantuccio e in ogni fessura della casa, e sui quali spesso riuscivo comunque a mettere le mani; di quelle volte che a letto li divoravo, tremante di paura, e del rimorso che provavo quando venivo sorpresa».
Sono parole che Lies scrisse a Jo il 17 novembre 1885 da Villa Eikenhorst a Soesterberg, dove aveva passato gli ultimi sei anni assistendo la signora Du Quesne-van Willis.

Lies amava la letteratura. Da bambina non lasciava passar giorno senza dedicarsi almeno un’ora alla poesia. A quattordici anni scriveva versi sulla natura e, come le sorelle, teneva un album di poesie, che conteneva composizioni dei suoi familiari, di compagne di classe e amici, di alcuni dei Du Quesne e di due conoscenti. Erano queste le persone di cui si circondava quando aveva ventisei anni.

Jo condivideva il suo amore per la letteratura. Aveva studiato da insegnante di inglese, e quando incontrò Theo e cominciò la sua corrispondenza con Lies lavorava come traduttrice. Questo incontro tra le future cognate, portato avanti attraverso le lettere, avrebbe preso la forma di un’entusiastica corrispondenza che durò per tutto l’inverno. Si sarebbero viste di persona solo qualche mese dopo, ad Amsterdam. Le lettere che si scambiarono prima di quell’incontro evocano l’immagine di due giovani donne ansiose di concedere uno sguardo nei propri cuori e nelle proprie menti, come spiegava Jo: «È per questo che mi piacerà professare le mie convinzioni in tema di letteratura, pittura, musica, tutte cose di cui ahimè conosco così poco, ma che rendono la mia vita tanto ricca e godibile».

Le loro lettere erano qualcosa di più di dialoghi accademici sulle arti. Affrontavano anche il loro aspetto e la loro vanità, l’esperienza amorosa, il lavoro e il reddito, l’avversione alle faccende domestiche e specialmente alle pulizie primaverili – un’incombenza considerata dovuta per una donna. A Jo, Lies scrisse: «Innanzi tutto, il tuo volere un lavoro dignitoso, il tuo desiderio di fare qualcosa di diverso dalle solite faccende domestiche ripetute nella medesima monotona sequenza – anch’io provavo lo stesso prima di venire qui! E tuttavia, come te, amo la mia casa, e mi chiedo se, come me, tu trovi noiose le pulizie. Ma non pretendo certo di essere una letterata; ho l’ardire di ammettere che non lo sono; a volte mi cucio perfino i vestiti da sola, sebbene solo quando non mi posso permettere di farmeli fare. Preferirei di gran lunga non farlo».

Nella stessa lettera esprimeva i propri sentimenti nei riguardi di Theo, ben più profondi dell’affetto che provava per Anna, Wil, Vincent e Cor, e paragonava quella sua devozione all’amore che legava la stessa Jo al fratello Andries. «Anche tu senti questo anelito ad amare? Spesso su ciò ci inganniamo, e tuttavia cadiamo di nuovo facilmente nel medesimo errore. L’unica persona che ho amato sempre e costantemente è, come te, mio fratello Theo. Nessuno, fra le mie sorelle o gli altri fratelli, potrebbe mai essere paragonato a lui».

E poco tempo dopo scriveva: «Nella tua lettera hai menzionato la Eliot. Hai mai letto Il mulino sulla Floss? Spero di sì. Non pensi che descriva benissimo l’amore tra un fratello e una sorella?».

Dopo le insistenze di Jo, Lies acconsentì a dare una descrizione di se stessa: «Come sono? Da un certo punto di vista avevi ragione, vale a dire sono petite, tutt’altro che alta come Theo, e di corporatura più esile! Ma non sono bionda. Quando negli anni del convitto la direttrice si sentiva in dovere di dirmi qualcosa di odioso, diceva che avevo i capelli rossi. Io, però, direi che sono di una bella tonalità di castano, come potrebbe definirlo la gente. Sapeva perfettamente di toccare un punto dolente, quella donna malvagia; e io, che in realtà mi immaginavo che fosse un mio vantaggio, perché non dovevo metterci i bigodini».

Jo rispose in tono: «Ora ti devo una descrizione; corporatura – alta, più alta di tuo fratello – occhi – marrone scuro – capelli ancora più scuri, di fatto neri, e la scorsa settimana sono stata così stupida da tagliarmeli corti, per cui al momento devi immaginare che sembro un ragazzo. Beh, qui arriva un’altra confessione – vorrei tanto essere bella, bella davvero, non per una sciocca civetteria, bensì per un motivo puramente estetico. Ma senza dubbio è bene che non lo sia, perché sicuramente sarei stata anche vanitosa; qualche impiccione dice che lo sono già, mi prendono in giro perché mi guardo tanto allo specchio. Come vedi, ti racconto tutto. Ad essere onesta, devo dire che mi piace apparire per quanto posso attraente, e se potessi permettermelo, vorrei sempre essere ben vestita. Mi piace vedere qualcuno che si veste con eleganza, per cui l’armonia dei colori è fondamentale; mi irrita molto quando la gente spende un sacco di soldi e ciò nonostante il risultato è privo di gusto! A volte ho stati d’animo di una semplicità puritana e m’immagino che sarei potuta diventare una buona suora capace di rinunciare al mondo e alle sue vanità».

Lies rispose in modo altrettanto franco. «La prima cosa che faccio quando sono sola è guardare nello specchio per vedere cosa sembro o capire come può vedermi la gente».

Le riflessioni di Lies sugli anni passati al convitto avevano un sottinteso leggermente più amaro. Vi paragonava le sue insegnanti alla Regina delle nevi di Hans Christian Andersen: «Ci arrivi con un cuore immacolato coltivato nel tepore domestico, sensibile a qualsiasi parola scortese, per niente abituato alla meschinità di una donna che si presenta nell’opuscolo come una che ama come una madre le ragazze che le vengono affidate. Bisogna che freni la lingua se penso a come quel giovane cuore, così desideroso di crescere attaccato e abituato al calore umano, sia stato respinto dalla freddezza. Immagino che tu conosca le favole di Andersen, no? Da bambina le imparavo a memoria, e ancora oggi penso che siano straordinariamente poetiche e belle. Conosci quella della Regina delle nevi, come stringe la bambina al suo cuore gelido finché l’amore e tutto quel che vi era di buono nel cuore della bambina diventa di ghiaccio. Vedi, tutte le maestre sono una Regina delle nevi come quella, almeno tutte quelle che ho incontrato».

In una successiva lettera sarebbe ritornata sull’esperienza del convitto, parlando di un indesiderato ma ardente ammiratore.
«Avevo solo tredici anni quando andai al convitto di Leeuwarden, sebbene vivessimo nel Sud del Brabante. Avevo così tanta nostalgia di casa che Pa mi tenne lì solo un anno e poi mi mandò a Tiel, dove rimasi fino all’epoca dell’esame. Là andavo sempre fuori, perché una donna che mi aveva preso “en amitié” cominciò a portarmi ovunque. Le volevo bene come a una madre, e lei mi adorava. Purtroppo, in casa sua alloggiava un giovane, cioè, non era neanche così tanto giovane, ma ci era arrivato ancora ragazzo. Era estremamente formale e distaccato, sembrava sempre che non si accorgesse neppure di me, però si sentiva in dovere di darmi consigli su un sacco di cose, ma io non lo volevo affatto, e per quel motivo lo trovavo terribilmente irritante, come ebbi ampiamente modo di chiarire. Nonostante ciò, mi fece un’appassionata dichiarazione, che mi lasciò stupefatta e turbata e di cui parlai immediatamente con la mia amica».

In seguito, Lies confessò un’altra avventura romantica – stavolta il sentimento era reciproco – che nel 1879 le aveva reso difficile lasciare Dordrecht, ma senza rivelare il nome del giovane. «La nostra relazione era segreta», confidò a Jo, finché un amico la scoprì e ne scrisse a Pa. Questi arrivò in tutta fretta da Etten. «All’epoca avevo diciott’anni, mi trovavo in un ambiente molto piacevole dove mi sentivo felice e completamente a casa, quei disgraziati anni della scuola erano ormai alle spalle […]. Conobbi un giovane, aveva la mia stessa età e stava per diventare uno studente; non aveva un’intelligenza eccezionale, ma era eccezionalmente bello, e quel che in realtà mi attraeva era il suo essere diretto e onesto. Aveva già visto molto del mondo, e le circostanze lo avevano reso più grande della sua età.

Oh, Jo, come lo amavo, come lo amavo! Nessuno seppe della nostra relazione finché un mio amico, cosiddetto tale naturalmente, la scoprì e ne scrisse a casa. Pa venne subito, mi parlò e io gli parlai. Sebbene fosse ricco e credesse in ciò che voleva, era anche troppo giovane perché una ragazza potesse impegnarsi con lui, e ogni contatto doveva essere interrotto, la corrispondenza rigorosamente proibita. Per Pa fu difficile, perché anche a lui piaceva, e lo riteneva un tipo responsabile, che aveva preso la cosa seriamente. Sì, vabbè, una vecchia storia. Non ho mai più saputo niente di lui. Una volta, quando proprio non ce la facevo più, gli ho scritto. Mi rispose con poche parole, dicendo che aveva dato la sua parola da uomo a Pa, e non voleva infrangerla. All’epoca mi amava con tutto il cuore, ma ora? Come potrebbe un giovane che ha tutto il mondo nelle sue mani, ammirato e ricercato, rimanere fedele a un amore così lontano nel tempo? Dopo di ciò, mi ritirai qui, dove non ho mai incontrato un solo esponente dell’altro sesso».

Non era una cosa da poco dirlo, per lei, considerando cosa stava accadendo in quel periodo a Villa Eikenhorst. Ma ciò sarebbe venuto alla luce in seguito – e per alcuni dei suoi familiari addirittura decenni dopo. Oltre che dell’aspetto e delle questioni di cuore, nelle loro lettere le future cognate parlavano principalmente del loro amore per i libri. Jo scriveva: «La mia più grande ambizione è scrivere qualcosa di originale, ma è un’ambizione talmente elevata che potrei non realizzarla mai. Per consolarmi, ricordo a me stessa che George Eliot cominciò a scrivere più tardi, ma io ho già ventitré anni, e se mai dovessi riuscire a fare qualcosa, è questo il momento. Tuo fratello mi ha un po’ raccontato della tua opera letteraria (come vedi, non eri una completa estranea per me), ma vorrei saperne di più».

In seguito aggiunse che la letteratura, più di qualsiasi altra cosa, fornisce uno sfogo al nostro bisogno di «confidare a qualcuno tutte le nostre incertezze, preoccupazioni e problemi […]. I miei libri soddisfano quel bisogno meglio di tutto. In quelli della Eliot in particolare ho sempre trovato incoraggiamento e conforto, ma ce ne sono tanti! Tu ami soprattutto Longfellow! Io non sono sicura; penso che il mio poeta preferito sia Shelley, ma li amo tutti, da Beets e De Génestet a Goethe e a Shakespeare. Goethe! Conosci qualcosa di più commovente di Gretchen!?».

Jo amava diversi poeti-predicatori olandesi, come Nicolaas Beets, noto anche con lo pseudonimo Hildebrand, e Petrus Augustus de Génestet, oltre a giganti letterari stranieri, ma aveva poca affinità con gli scrittori francesi: «Ora devo confessarti un’altra mia avversione, che ti sembrerà strana. Non amo affatto la letteratura francese. Quanto spesso sono stata motivo di ridicolo a causa di questo per André [suo fratello Andries], il quale pensa che io abbia vedute ristrette, ma che ci posso fare. Non sto parlando della poesia, perché quella in realtà è piacevole all’orecchio e deliziosa, perfino incantevole, ma della prosa! Continuo a immergermici, ma scoraggia talmente, mi rende così delusa dall’umanità e di tutto ciò che va oltre le parole. A prima vista la società francese è elegante, garbata e civile, poi dentro è così superficiale, decadente e vuota, puah».

Lies ammise che neanche lei amava molto i romanzi francesi.  Oltre ai racconti riguardanti la famiglia, la città e le esperienze di vita, ogni lettera toccava la loro passione per la letteratura e i loro scrittori preferiti. Lies scrisse: «Amo Dickens, tu? Vorresti per cortesia rispondermi a questo? Mi piace così tanto sentirti parlare degli scrittori, perché sebbene sia del tutto d’accordo con la tua opinione, non potrei mai esprimerla così completamente e chiaramente come fai tu».

Al che Jo rispose: «Credo che siamo pienamente d’accordo su questo punto, perché anch’io lo amo. Copperfield, Dombey e Nickleby sono i miei preferiti par excellence. Mi ricordo bene quando ho letto Copperfield per la prima volta. Pensavo che mi si spezzasse il cuore per la compassione». Lies rispose con entusiasmo all’amore di Jo per i libri, sentendo chiaramente che aveva trovato uno spirito affine: «Immagina soltanto, per quanto impossibile possa essere, che dovessimo scrivere un libro insieme… Sono sicura che le nostre parole e le nostre idee sarebbero così assolutamente identiche che il pubblico riterrebbe l’opera il prodotto di un solo autore. Oh, mia cara Jo! Cosa non darei per vederti! Non ho mai osato parlare alle mie sorelle né a nessun altro come faccio con te; sicuramente riderebbero di me».

Le motivazioni che spingevano Lies a scrivere non erano, per sua stessa ammissione, puramente letterarie: «Devo essere onesta e confessare qualcosa di cui mi vergogno, perché in verità è così in contrasto con la mia indifferenza al denaro, ma la mia principale ragione per scrivere è?… guadagnare! Senza dubbio storcerai il naso al solo pensiero di una donna che scrive per guadagnarsi da vivere. Farei anch’io così. La passione, il talento e l’arte non ci sono forse dati per uno scopo diverso da
quello di venderli? Non posso che essere interamente d’accordo con te. Purtuttavia, per me la vita sarebbe molto più interessante se sapessi che non ci sarà mai un giorno in cui io possa essere dipendente, che il mio desiderio di fare di più per gli altri venga appagato. Vedi dunque, cara Jo, per quale motivo vorrei guadagnare; ma senza una reputazione, senza conoscenze o mecenati nel mondo letterario, ciò non è possibile in questo paese, per chi abbia come genere principale la poesia. Preferisco infinitamente scrivere versi piuttosto che romanzi, sebbene abbia scoperto che questi ultimi sono almeno pagati quando vengono pubblicati a puntate. Poi, non ho da lamentarmi e sono davvero soddisfatta delle recensioni; ma se potessi, mi dedicherei alla traduzione».

da “Le sorelle Van Gogh”, di Willem-Jan Verlinden, Donzelli editore, 304 pagine, 30 euro

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