Pedinamento e censuraLa fanfaronesca distopia russa raccontata dal figlio di uno scrittore deportato nei gulag

In “Gli uffici competenti” (Einaudi), Iegor Gran descrive gli eventi che portano all‘arresto di un intellettuale accusato di attività antisovietica, ridicolizzando un gruppo di potere che ha cambiato le vite di milioni di cittadini

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Una mattina, alcuni uomini di stato iniziano a perquisire l‘appartamento di Sinjavskij e di sua moglie. Si immergono nella ricerca affannosa di carte, giornali, manoscritti e libri, sfilano uno a uno i volumi della mastodontica libreria che copre un‘intera parete della stanza. Il loro obiettivo è stanare uno studioso noto con lo pseudonimo di Abram Terc, che ha pubblicato clandestinamente alcuni articoli sulla rivista francese “Esprit”, nei quali condanna, attraverso azzardi metaforici e raffinati giochi linguistici, le contraddizioni della politica russa. Sono anni che i servizi segreti tentano di risalire alla sua identità, si sono dedicati a un lavoro certosino, pedissequo, e così, adesso che hanno una pista, non possono ignorare nemmeno un dettaglio: in poche ore, accatastano in un angolo tutti i testi vagamente, lontanamente sovversivi che trovano tra gli scaffali. “Bonjour tristesse” di Françoise Sagan, “Nadja” di André Breton. Il “Dottor Živago”.

Questo è il prologo di “Gli uffici competenti” di Iegor Gran, pubblicato da Einaudi all‘inizio di quest‘anno. E no, non descrive la Russia attuale, contemporanea, bensì quella del secolo scorso, nel periodo di Nikita Chruščëv, succeduto come segretario generale del Partito comunista dopo la morte di Stalin nel 1953, che doveva rappresentare una fase di maggiore distensione nei confronti dell‘Occidente, anche se di distensivo vi fu poco o nulla. Sicuramente non allentò la presa sui cittadini, sul loro tempo libero, sulle loro occupazioni private, sulle loro letture, sui loro rapporti, sulle loro telefonate.

Anzi, tra il 1953 e il 1964 – il quasi decennio dittatoriale di Chruščëv –  il regime sovietico è in piena attività. E il nemico più subdolo, più evanescente, più temibile è rappresentato dagli intellettuali. Dissidenti per antonomasia, molti decidono di non emigrare, come Pasternak, accettando di venire esiliati, tacciati per sempre, oppure, come Abram Terc, si riducono a pubblicare nei paesi democratici, sotto falso nome. Erano perfettamente consapevoli della macchina del KGB sempre all‘erta, sempre pronta a intervenire, a indagare e, nella maggior parte dei casi, a concludere con l‘arresto e la deportazione nei gulag.

Eppure, è grazie a loro se, ai tempi, l‘Italia e altre nazioni riescono a ricevere informazioni sul corso degli eventi in URSS.

La macchina della propaganda non si ferma mai. Acciuffa qualsiasi cosa, da un manicotto di pelliccia di troppo, ai dischi di Miles Davis che gli studenti ascoltano attraverso procedimenti farraginosi e segretissimi, incidendoli sulle lastre del reparto di radiologia dell‘ospedale pubblico. Quando nel 1959 si svolge l‘Esposizione nazionale americana a Sokolniki, i servizi segreti sono pronti a stanare chiunque viene sorpreso in fila per ricevere lattine di Pepsi, la bevanda statunitense per eccellenza e dunque corruttrice, stendardo di un capitalismo che rischia di mandare a monte anni di progresso.

Bisogna a tutti i costi tenere sedata la popolazione, non svegliarla dall‘incantamento che i corpi bolscevichi credono di avere instaurato col comunismo. Vietare ogni forma di gratificazione materiale, ogni desiderio consumista, ogni individualismo. Tutto deve venire forzatamente collettivizzato, condiviso, essenzializzato.

È quel che Abram Terc definisce ”realismo socialista”. La cosiddetta “rappresentazione veridica, storicamente concreta, della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario”, che continuamente il regime pretendeva dagli artisti. La realtà a tal punto impoverita, priva di orpelli e di riposo dalla narrazione dominante, in altre parole perennemente funzionalizzata, è un giogo che rende chi la compone esausto e frustrato, senza neanche più il discernimento per imbastire una vera e propria disobbedienza.

Il clamoroso e più insopportabile errore del comunismo attualizzato, che Marx non aveva capito, era che la rivoluzione del proletariato implicava un passaggio di potere: slittando nelle mani di un partito, il popolo non avrebbe dominato affatto, anzi, sarebbe stato ancora una volta dominato. Cambia il capo ma non cambiano le regole, nonostante tutte le pretese di apparente giustizia sociale.

Eppure nel libro questa premessa serve solo da sfondo. Il merito di Iegor Gran, che pure la Russia non l‘ha vissuta perché a pochi anni si è trasferito con la famiglia in Francia, sta nel descrivere ogni cosa in tono farsesco. È una grande, bislacca farsa quella che emerge dalle sue pagine. Il personaggio di Ivanov, tenente, è dipinto in modo tale da risultare amabile. Il suo entusiasmo ingenuo nei confronti dell‘Unione Sovietica, l‘orgoglio per il mestiere che svolge, lo rendono una maschera in un teatro di posa.

Un‘impressione di finzione, di burla permea l‘intero corso narrativo. Gli sforzi di tutto l‘apparato militare per contenere le deviazioni – le lettere che venivano puntualmente aperte servendosi di una sottile barretta d’osso, gli interrogatori, le perquisizioni, i dossier in ordine di urgenza, da A a C, dove figurano “sbarbatelli” che leggono ad alta voce Orwell col pretesto di migliorare l‘inglese e copie nascoste del “Dottor Zivago” importate dall‘Austria – risultano di un‘incontenibile, irresistibile ironia.

Sembrano preda di un isterismo da commedia. L‘autore li manovra e li ridicolizza con la maestria di un regista da palcoscenico, che ha scritto i copioni per tutti e tiene le fila da dietro le quinte, scatenando risate nella platea.

Risate amare.

Infatti, la leggerezza del libro non è che un velo. Il padre di Iegor Gran era Abram Terc. Lo stesso Abram Terc che collaborava illegalmente con le riviste culturali francesi e che si celava in Sinjavskij, il proprietario dell‘immensa libreria che “gli uffici competenti” iniziano a smantellare nel prologo. Assistiti dal fiato sospeso della moglie Marija Rozanova, e del figlio di pochi mesi, imbabolato dietro le sbarre del lettino. Quel bambino era lui.

Andrej Sinjavskij fu condannato a 7 anni di lavori forzati per propaganda reazionaria, e ne uscì nel 1971, quando varcò i confini e si stabilì a Parigi come professore di letteratura russa alla Sorbona.

Iegor, che all‘epoca assisteva a questi episodi con lo sguardo mite e disincantato dell‘infanzia, ha raccontato la sua storia, la storia di suo padre e della patria che abbandonò solo nel 2020, con il titolo “Les Services compétents”, per la casa editrice P.O.L. Si direbbe il gesto tardivo di un sopravvissuto, o quantomeno di un traumatizzato. Che pure, con l‘uso della comicità e della satira, trasla la vicenda tanto da riuscire a mostrarcene il lato paradossale, esilarante. Basti pensare che il punto di vista con cui è raccontata non è il suo né quello di suo padre. È quello di Ivanov, il tenente accecato dall‘amore nei confronti della nazione, che lo pedina – l’inseguimento a tratti somiglia a una bizzarra spy story – e infine lo scova, consegnandolo alla macchina della morte dei campi.

Gli uffici competenti di Iegor Gran, Einaudi, 232 pagine, 19 euro, 2022

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