Emergenza illiberale Il monopartito bipopulista è la vera malattia della democrazia italiana

Gli elettori di destra e sinistra sanno che le panzane promesse non saranno realizzate, ma si accontentano del fatto che qualcuno dia voce al loro ideale di vendetta contro gli stranieri poveri o gli italiani ricchi. Solo il terzo polo rappresenta una via d’uscita a questa trappola per risvegliarci dall’incantesimo e iniziare a riformare il Paese il prima possibile

di Viktor Andersson, Unsplash

Nella seconda metà degli anni ‘70 il politologo Giorgio Galli coniò una fortunata definizione del sistema politico italiano del tempo, quella di «bipartitismo imperfetto». La sua struttura era infatti sostanzialmente bipartitica, perché era imperniata attorno a Democrazia Cristiana e Partito Comunista italiano, ma nel suo funzionamento non prevedeva una vera possibilità di alternanza, perché quello che Alberto Ronchey definì fattore K (Kommunizm) escludeva di fatto il PCI dalla competizione per il governo.

Pannella dopo pochi anni ribaltò provocatoriamente l’analisi di Galli, dicendo che, in realtà, nella stagione dell’unità nazionale e dell’emergenza antiterroristica – prima e dopo il sequestro di Aldo Moro – quello italiano era diventato un regime di «monopartitismo imperfetto», perché la presunta e irriducibile alternativa tra DC e PCI serviva ormai solo a dissimulare un consociativismo di potere e una sostanziale convergenza di obiettivi e di programmi: dalle leggi eccezionali in materia di giustizia e sicurezza, all’occupazione partitocratica di tutti i gangli del sistema pubblico, alle politiche di spesa, per definizione generose e in deficit.

DC e PCI, insomma, erano sì due partiti diversi e ideologicamente inconciliabili, ma anche un mono-partito al servizio della medesima politica e la rivendicata diversità dei membri di questo sodalizio occultava la sostanziale identità di interessi e di intenti posti a fondamento di questa alleanza.

Il bipopulismo – quello, per intendersi, delle coalizioni del sedicente voto utile di Letta e Meloni – realizza per altre vie un uguale rovesciamento del massimo dell’alterità nel massimo dell’identità.

Da una parte porta alle estreme conseguenze lo schema bipolare della stagione berlusconiana, in cui l’o di quao di là, predicato da destra e da sinistra, vorrebbe esprimere qualcosa di più profondo, radicale e definitivo della scelta tra due progetti di governo. Piuttosto quella tra il bene e il male, tra la salvezza e la perdizione, cioè, a seconda delle declinazioni, tra la democrazia e il fascismo (a sinistra), o tra la libertà e il comunismo (a destra).

Dall’altra parte destra e sinistra (a sinistra con l’aggiunta interna-esterna dell’ex fortissimo riferimento del mondo progressista, Giuseppe Conte) nella loro proiezione elettorale sono semplicemente due sintomi del medesimo male, che in Italia non è né il fascismo, né il comunismo, ma il populismo, cioè la dissociazione della democrazia dalla politica e la trasformazione del confronto democratico in uno strumento di alienazione collettiva e di condizionamento individuale, cioè di radicale “spoliticizzazione” del rapporto tra cittadini e istituzioni.

Il populismo, in realtà, fa il contrario di quel che promette: non restituisce al popolo il pieno controllo del potere, ma trasferisce al potere un controllo assoluto del popolo, proprio perché l’uomo-massa, sottoposto a una radicale spersonalizzazione politica e la cui massima espressione democratica è la manifestazione di emozioni elementari – la rabbia, la paura, il dolore – e la rivendicazione di diritti e benefici octroyée, rappresenta il suddito perfetto e perfettamente manovrabile, alienato com’è dalla consapevolezza e dalla responsabilità richiesta al cittadino e dagli oneri della partecipazione politica, che non è doglianza o richiesta rivolta al sovrano, ma assunzione di oneri, impegni e rischi di errore e di fallimento.

Il populismo sostituisce surrettiziamente il dovere del cittadino, che è quello di determinare le scelte politiche dello Stato, cioè le forme del mondo comune, con il diritto del suddito, che è quello di implorare elemosine o pretendere vantaggi privati, proprio sul presupposto che non esiste alcun modo comune di cui darsi pena e pensiero, perché “morto io, morti tutti”.

Questo processo, che è da decenni il cuore della crisi politica italiana, avendo trasformato l’elettorato attivo in accattonaggio e quello passivo in baratteria, è divenuto così connaturato al funzionamento della nostra democrazia – e la generalità degli italiani è così programmata ad adeguarvisi – che nel suo sistema di scambio i corrispettivi pretesi e concessi sono sempre meno materiali e sempre più simbolici e hanno sempre meno a che fare con quello che gli elettori possono mettere in tasca e sempre di più con quello che possono ottenere per sentirsi riconosciuti nelle loro passioni tristi: l’odio, l’invidia, la malevolenza. Più che avere un guadagno, vogliono avere semplicemente soddisfazione.

Non penso siano molti gli elettori della destra che pensano che un blocco navale e nuovi decreti sicurezza siano in grado di impedire la meticcizzazione dell’Italia, ma sono lieti che qualcuno riconosca la paura della cosiddetta invasione straniera come legittima e giusta.

Allo stesso modo non sono molti gli elettori di sinistra che pensano che l’esproprio proletario del 100% degli utili delle società farmaceutiche, assicurative e bancarie, possa essere realizzato, ma si accontentano che qualcuno riconosca questa misura, pure praticamente impossibile, almeno astrattamente necessaria per realizzare una vera equità sociale.

Forse qualcuno in più è convinto a destra che quota 41 o la flat tax davvero si faranno (spoiler: non si faranno) e a sinistra che, se vinceranno i progressisti, ci sarà un salario minimo legale a dieci euro e una dote di diecimila euro per i diciottenni poveri, pagati con l’imposta di successione dei figli e dei nipoti dei ricchi (spoiler: non ci sarebbero neppure se la sinistra vincesse). In ogni caso a destra e a sinistra gli elettori si accontentano abbastanza facilmente che qualcuno dia voce al loro ideale di vendetta: contro lo Stato, contro Equitalia, contro la globalizzazione, contro gli stranieri poveri o gli italiani ricchi e i loro discendenti. In una parola contro gli altri.

Il fatto che destra e sinistra abbiano nemici diversi (solo in parte: ne condividono uno specifico e rilevante, quello degli italiani di domani, a cui non si preoccupano di scaricare il peso del deficit maturato ieri e oggi) non significa che siano diverse rispetto all’essenziale, che è proprio quest’idea che la democrazia non possa più essere altro che una psicagogia di disperati per disperati, la quale campa raschiando il fondo del barile del bilancio pubblico e del subconscio collettivo e lega rappresentati e rappresentanti con un vincolo moralmente nichilistico.

Da questo punto di vista, destra e sinistra, Meloni e Letta non sono uguali, ma le rispettive coalizioni sono esattamente la stessa cosa. Quello populista è un paradossale monopartito di nemici giurati, come erano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 la DC e il PCI.

L’allarme per il ritorno del fascismo o per l’arrivo del comunismo è anacronistico, ma questo non significa affatto che nell’emergenza democratica rappresentata dall’egemonia culturale e spirituale del populismo non esista un rischio autoritario, che è appunto implicito nella degradazione del cittadino a suddito e del popolo a gente, e nel disprezzo del principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri pubblici come garanzia delle libertà individuali.

Tutte le democrazie populiste sono illiberali, non solo quella orbaniana, e poggiano su un’idea organicista e tecnicamente totalitaria dell’interesse pubblico. Pensate alla “volontà generale” tradotta dal rousseauiano al casaleggiano, o alla declinazione etno-nazionalista del “prima gli italiani” della destra sovranista.

Questo tratto strutturalmente illiberale è decisamente più rilevante del suo fungibile camuffamento ideologico. A dimostrarlo sono stati proprio i campioni dell’ultima legislatura: il M5S, che nel giro di pochi anni è passato dall’estrema destra all’estrema sinistra, da Farage e Trump a Mélenchon, e la Lega, che oscilla allegramente tra il putinismo affaristico e l’atlantismo da parata, tra complottismi da Protocolli dei Savi di Sion e oltranzismi filo-israeliani. Per i populisti, destra e sinistra sono sempre più posizionamenti intercambiabili e accidentali.

Di fronte a tutto questo, l’alternativa non è tra destra e sinistra, tra il voto utile per occhi-di-tigre-Enrico o quello per io-sono-Giorgia, ma tra la demopatia populista e la riabilitazione democratica dell’Italia; tra la permanenza, con opposti mascheramenti, di uno schema per cui la competizione elettorale serve a consolidare l’alienazione politica degli italiani e l’affermazione di un messaggio che, con grandi fatiche e molti rischi, provi a risvegliarli dall’incantesimo e metterli di fronte a una realtà difficile da affrontare, ma impossibile da cambiare senza prendere atto che siamo dove siamo esattamente perché abbiamo fatto quello che abbiamo fatto. Niente di più e niente di meno.

Non sappiamo se il cosiddetto Terzo Polo sia all’altezza di questa sfida: lo dimostrerà non tanto il 25, ma più fondamentalmente dal 26 settembre, se saprà rendere stabile la sua presenza nel panorama politico italiano. Ma sappiamo per certo, al momento, che una diversa alternativa alla trappola bipopulista che soffoca la politica italiana non c’è, e che Calenda e Renzi, piacciano o meno, sono l’unica chance disponibile per gli elettori che vogliano cambiare registro e iniziare la lunga traversata nel deserto delle rovine della democrazia italiana.

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