Poco ricchiLo sconcerto ipocrita di chi accusa Ferragni di tormentare il figlio per fargli delle foto

Le polemiche sulla sovraesposizione dei bambini sui social sono la dimostrazione del fatto che ormai crediamo più a quello che vediamo, rispetto a quello che conosciamo. I problemi delle influencer non sono i nostri. E, al limite, sono loro a immedesimarsi nella nostra vita, non il contrario

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Siamo tutti Abraham Zapruder. Ci si parano davanti attentati, cadaveri, poveri e noi non troviamo mai niente di meglio da fare se non scattargli una foto o pubblicare un filmino sui social. Zapruder aveva avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la telecamera giusta, mentre a noi la fortuna non serve più perché nel momento giusto, al posto giusto e con la telecamera giusta ci viviamo. È la fine della fortuna e l’inizio del pretesto? 

È successo che Chiara Ferragni qualche giorno fa ha caricato una storia su Instagram in cui si sentiva, presumibilmente la tata, dire a Leone: «Solo un minuto Leo. Fai un sorriso poi hai finito e puoi continuare a disegnare». Il popolo ha fame, mandiamo gli assistenti sociali a City Life. 

Di tutte queste variegate polemiche sulla sovraesposizione dei bambini sui social io non capisco mai qual è il punto. Qual è? Bisogna togliere i figli ai genitori influencer? Bisogna regolamentare la vita? Bambini, mangiate le verdure, pensate ai bambini africani che muoiono di fame, o al piccolo Leone. 

Quello che ha fatto Ferragni non è in alcun modo o maniera diverso da quello che fanno tutte le mamme che guadagnano due lire con Instagram, o da quelle che semplicemente vogliono che le altre mamme vedano quanto la loro creatura sia brava a suonare il violino. 

La narrazione – o storytelling, direbbero le mamme di City Life dei bambini di Ferragni funziona perché sono bambini molto biondi e poco geni, a differenza di tutti quelli che incontriamo nella vita reale. 

Sembra infatti che ovunque ti giri ci sia un piccolo talentuoso nato per farti la morale, dai novenni figli dei mitomani di Twitter, che discutono di politica interna con i compagni di classe di tuo figlio, che hanno inventato sia la fisica quantistica che la commozione. 

Riguardo alla faccenda Ferragni, ci sono quelli che hanno commentato: anche a me dicevano di sorridere per la foto dell’album di famiglia, non c’è niente di male. Certo, il nostro album di famiglia lo vedevano in dodici contando anche i parenti morti e non 28 milioni di persone, ma a noi sembra lo stesso perché siamo vittime di immedesimazione preterintenzionale. 

Poi ci sono quelli che: dove sono gli assistenti sociali? Onestamente spero che siano a occuparsi di faccende più serie di quella di un bambino milionario a cui è stato chiesto di fare una faccetta. Perché pensiamo che sia lecito dire cosa debbano fare i genitori con i propri figli? Ma tutte le tirate sui consigli non richiesti, sul fatto che le mamme non vadano giudicate, sui medici che non devono permettersi di dirci come gestire nostro figlio, valgono solo per i poco ricchi? 

Chiara, spero che quando tutto questo diventerà reato tu abbia dei buoni avvocati che ti possano tirare fuori da San Vittore, che comunque è più in centro di City Life. 

Poi ci sono i miei preferiti: ma la tata anche nei momenti più intimi, io non lo farei mai. La tata è sempre l’elefante nella stanza: a un certo punto le persone inizieranno a dirti che non è bello far crescere i figli da un’estranea, che sei una privilegiata, che hai voluto la bicicletta ma non stai pedalando. 

Ma le mamme non dovevano realizzarsi anche fuori di casa? Bisogna portarsi per forza il bambino da allattare in Parlamento? Fine patriarcato, mai? Le tate non si vedono perché sarebbe come guardare nel costume del Gabibbo e urlare: «Vergogna, non sei davvero un pupazzo!». Perché crediamo solo a quello che vediamo e mai a quello che sappiamo? 

Noi dovremmo saperlo che tutte le influencer hanno le tate, che i loro problemi non sono i nostri, che sono loro a immedesimarsi nella nostra vita e non il contrario, giusto per venderci qualche pezzo di campionario, eppure. 

Da quando le persone hanno iniziato a sentirsi influenzate da quello che vedevano nella vita dei milionari? Alla fine, la domanda che bisognerebbe farsi è: quello dei minori sui social è lavoro? Il fatto che i bambini facciano aumentare l’engagement li qualifica come artisti del varietà? Percepiscono la Siae? Tutte le mamme che vedo mettere in mano a bambini di quattro anni barrette proteiche per farsi le sponsorizzazioni hanno dei contratti che lo prevedono? Secondo me no, ma sicuramente sono io in malafede. 

I nostri figli sono tutti Judy Garland, o Shirley Temple, o Macaulay Culkin: vivono in un eterno piano americano, con uno specialista per ogni malanno, con una sindrome per ogni inciampo, e che invidia per la persona che scriverà il “Prozac Nation” sulle mamme di oggi. Forse potrebbe scriverlo Chiara per farci il monologo a Sanremo. 

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