Vasto programmaLa vaghezza del pensiero meloniano e le domande sbagliate dell’opposizione demopopulista

Alla Camera e al Senato, la presidente del Consiglio ha omesso, e parzialmente rinnegato, il suo passato politico. Solo il tempo ci dirà se quest’operazione trasformistica è un vero cambiamento o solo un maquillage per rimanere al potere

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Dopo la due giorni di presentazione del Governo alle camere, il Meloni-pensiero rimane un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.  Il pieno è quello delle garanzie euro-atlantiche richieste e obbligate e dell’apprezzabile prudenza nel non accendere subito la santabarbara di tricche-tracche – quota 41, pensioni minime a mille euro, flat tax – con cui in particolare Lega e Forza Italia hanno cercato voti facili il 25 settembre, senza peraltro trovarli. Il vuoto è quello della chiarezza sulle reali prospettive di una destra, che pare consapevole delle necessità imposte dalla guerra, dalle alleanze occidentali e dalla oggettiva dipendenza dell’Italia dagli aiuti economici delle istituzioni Ue, ma indecifrabile nei suoi reali cambiamenti. 

A contribuire all’equivoco, peraltro, è una opposizione grillina e democratica che incalza Meloni con un antifascismo farisaico e con un femminismo pervertito dalla neolingua woke e che lei ha gioco facile a depistare enfatizzando la propria anagrafe di nativa democratica – è diventata maggiorenne con la svolta di Fiuggi, nel gennaio 1995, e tutti i suoi incarichi politici sono successivi, in un partito che aveva già ripudiato il fascismo come male assoluto – e componendo pantheon assortiti, bipartisan e vagamente veltroniani di donne di fortissimo riferimento.

A forza di cavillare sul suo presunto fascismo e maschilismo, si fa a Meloni il favore di risparmiarle un rendiconto onesto di quel che hanno detto e fatto lei e i suoi compagni di partito, non Benito Mussolini, Giorgio Almirante, Gabrio Lombardi o Carlo Casini, partendo proprio da quella sorta di contro-Fiuggi sovranista che dal 2012, con l’atto di fondazione di Fratelli d’Italia, ha portato la comunità politica post-fascista, che sembrava essersi avvicinata ai modelli del liberal-conservatorismo mainstream, ad approdi ben più estremi e anti-sistema, da Viktor Orbàn a Donald Trump, senza dimenticare la fascinazione per Vladimir Putin, baluardo cristiano contro il terrorismo islamico.

Oggi Meloni giunge a Palazzo Chigi dovendo nei fatti omettere o rinnegare, se non vuole finire come Liz Truss, molte delle principali posizioni con cui Fratelli d’Italia ha nutrito per un decennio la propria retorica. Il fatto che questo avvenga implicitamente, senza dar conto di cambiamenti, fa apparire quest’operazione trasformistica e rende la nuova Meloni indiziata quanto quella vecchia di continuare a lavorare a un’agenda sovranista, dietro lo schermo di un atteggiamento solo formalmente più compatibile con gli impegni e i vincoli dell’Italia. 

Nell’ultimo decennio Fratelli d’Italia e Meloni sono stati quanto la Lega e Salvini gli artefici, non solo i beneficiari della riconfigurazione ideologica del centro-destra (ex) berlusconiano e del suo ancoraggio a un pensiero radicalmente alternativo a quello della tradizione liberal-conservatrice. Mutatis mutandis hanno fatto della destra italiana ciò che Trump ha fatto del GOP, con un’operazione non solo di occupazione politica, ma di egemonia culturale, fondata sulla reinterpretazione cospiratoria dei principali processi storici della contemporaneità. La globalizzazione intesa come colonizzazione economica degli stati sovrani, l’immigrazione come invasione e sostituzione etnica dell’uomo bianco occidentale, il pluralismo morale come debilitazione e sottomissione delle identità native. Nazionalismo politico-economico, etnicismo demografico e identitarismo etico-religioso sono istanze reciprocamente collegate e non disgiungibili, perché derivano da un’unica matrice, cioè dall’idea che il corso della storia dell’ex primo mondo euro-americano non abbia subito ineluttabili (e non per questo catastrofiche) trasformazioni, ma sia stato deliberatamente dirottato verso un’autodistruzione dissimulata nelle forme suadenti del massimo della pace, dell’amicizia, del benessere e della libertà. 

Il sovranismo, in fondo, è un delirio escatologico, la sua è la lotta contro l’Anticristo camuffato nelle vesti del nuovo Messia e proprio l’Unione europea e la sua società aperta sono state descritte come la realizzazione più concreta e pericolosa del disegno del Maligno. Giulio Tremonti e Marcello Pera, che non a caso Meloni ha riportato in Parlamento, sono tra quelli che più si sono sforzati di mettere in bella copia l’annuncio dell’Apocalisse.

Che ora Giorgia Meloni voglia provare a impacchettare e neutralizzare tutto questo in un conservatorismo prezzoliniano, con ispirazioni post-risorgimentali e pre-fasciste, rischia di essere una operazione di maquillage, paradossalmente favorita da quanti continuano a chiedere a Meloni del fascismo passato (Mussolini) avendo meno titoli di lei nella lotta al fascismo presente (Putin), o della legge 194 che già a vent’anni diceva di non volere toccare, mentre i suoi censori non sono mai riusciti neppure a organizzare i reparti di IVG in modo decente su tutto il territorio nazionale. 

All’estremo opposto di chi le imputa il saluto romano di qualunque nostalgico in pellegrinaggio a Predappio, c’è chi dà per compiuto, con espressioni di entusiasmo e giubilo, un cambiamento solo annunciato, anzi promesso, di cui non si comprendono ancora né i contorni, né le ragioni, né soprattutto i contenuti. 

D’altra parte in Italia per diventare un’altra persona – più bella, più simpatica, più capace, più autorevole, più affidabile – non c’è niente come l’avere i gradi del potere, che ora anche l’underdog Meloni può orgogliosamente mostrare, in un paese in cui non solo le nomenclature economiche ma anche quelle intellettuali sono irresistibilmente filogovernative.

Rimane però il fatto che i cambiamenti politici non sono, o meglio non dovrebbero essere, semplici cambi d’abito o d’acconciatura. Non si tratta di abiurare alcunché, né di fare autocritiche rituali, che suonano sempre come estorti atti di sottomissione, ma di dare conto dei ripensamenti e delle loro motivazioni. Gli atti di fiducia, come quelli che Meloni chiede non solo alle camere, ma all’Italia, esigono sempre atti di verità, che Meloni deve rendere in primo luogo a se stessa. 

Se ad esempio non spiegherà come è giunta, nel giro di pochi anni, dal richiedere lo scioglimento concordato e controllato dell’eurozona all’offrire un contributo partecipe e responsabile al governo dell’Ue, Meloni continuerà ad autorizzare il sospetto che il sovranismo e l’europeismo siano per lei due maschere intercambiabili, non due idee radicalmente alternative e che i suoi cambiamenti siano trasformistici quanto quelli del suo ineffabile predecessore uno e bino.