Presidenti unfitLa scelta di Fontana e La Russa rende improbabile una Fiuggi post-sovranista

Meloni ha scelto una acrobatica doppiezza: non rinnega l’impresentabilità dei suoi alleati politici, ma allo stesso tempo non agita rivoluzioni per cambiare lo status quo in Europa. Sarà difficile per lei mantenere contemporaneamente il consenso elettorale e la legittimazione da Bruxelles

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Che cosa c’è dietro la scelta, per i vertici di Camera e Senato, di due figure che incarnano perfettamente il cliché della destra unfit, attardata nelle rimuginazioni della memoria post-fascista e intossicata dalle macchinazioni cospirazioniste e dalla fascinazione per la democrazia illiberale? 

La Russa e Fontana sono un prezzo pagato al passato, per provare a lasciarselo alle spalle o sono la dimostrazione che, per l’auto-riciclaggio del capitale elettorale populista in una attività di governo responsabile, servono operazioni più complicate e profonde di un maquillage retorico e stilistico e di una provvisoria messa in piega moderata?

Detto in altri termini, occorre capire perché il decisionismo usato da Giorgia Meloni per regolare i conti con Silvio Berlusconi e piegarne la resistenza non sia stato esercitato per dare prova, fin dall’elezione dei presidenti delle camere, che la ricreazione sovranista era finita e sia invece servito per imporre, d’accordo con Matteo Salvini, l’elezione di due caricature denigratorie della presunta serietà della destra di governo: da una parte, l’ex agitatore sanbabilino, poi grande manovratore del potere della destra missina e infaticabile collezionista di cimeli del Ventennio; dall’altra, il defensor fidei più cirilliano che francescano, spregiatore delle «schifezze» omosessuali e scrupoloso burocrate dell’annessione putinana della Crimea, dove nel 2014 andò a certificare (da osservatore indipendente, caspita) la regolarità del voto popolare sul referendum celebrato in stato di occupazione militare. 

La spiegazione più banale, ma più razionale di questa evidente contraddizione tra l’ossessione per la presentabilità dell’esecutivo e la negligenza per l’impresentabilità della sua compagine politica è, semplicemente, che la destra italiana è quella che è, che i suoi rapporti di forza interni sono quelli che sono, che le idee lungamente coltivate e sfruttate per sobillare il popolo contro il deep state planetario, impegnato a organizzare la spoliazione economica e l’occupazione demografica dell’Italia, non si dissolvono per incanto alla prova del governo, quando si rivelano per quelle che sono: delle inutili e autoconsolatorie fregnacce.

Per Meloni si può astrattamente sperare in una sorta di effetto Zelensky, cioè in una profonda e repentina trasformazione politica legata all’assunzione di un ruolo decisivo in una situazione di enorme responsabilità e obiettivo pericolo, senza ovviamente volere confrontare i pericoli dell’Italia vittima di sé stessa con quelli dell’Ucraina vittima dell’aggressione russa. 

Più plausibilmente proprio la scelta di La Russa e Fontana fa pensare che la strategia della leader di Fratelli d’Italia non sarà all’insegna di una nuova (e più fortunata) Fiuggi post-sovranista, con un lavoro di lunga lena per demistificare il legame fatale tra caos politico e successo elettorale, che ha fatto sì la fortuna della destra in Italia, ma l’ha portata alle soglie di Palazzo Chigi intrappolata nell’evidente inconciliabilità tra le cose dette fino a ieri e le cose da fare a partire da domani. 

È assai più probabile che Meloni e la sua squadra, troppo cameratesca, familiare e amicale per aiutarla davvero a rompere gli schemi, scelgano la linea di una acrobatica doppiezza, provando a dissociare le tristi necessità del presente e della dipendenza dell’Italia dai quattrini e dalle garanzie europee e le felici speranze per un futuro di sovranità riconquistata. Però tenere insieme la botte piena della legittimazione e degli aiuti di Bruxelles e la moglie ubriaca del consenso sovranista non sarà facile e probabilmente neppure possibile.