Gli impresentabiliIl tartufo, il McRib e la fine (per ora) della democrazia americana

Il comico Bill Maher è convinto che il risultato delle elezioni di metà mandato segni l’addio degli Stati Uniti al sistema democratico. Magari esagera, ma ha ragione quando dice che in questi casi non si può tornare indietro quando ci pare (perché lo stato di diritto non è come il gender)

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«È stato bello finché è durato». È una buona filosofia di vita, ed è anche l’incipit dell’apocalittico discorso con cui, indossando la cravatta più brutta del mondo, Bill Maher venerdì scorso ha anticipato le elezioni di metà mandato avvenute ieri negli Stati Uniti.

Mentre scrivo non si conoscono ancora i risultati, e c’è la concreta possibilità che non si sappiano neanche mentre voialtri leggete, quindi non so se l’addio di Maher alla democrazia fosse fondato. Cioè: non so se l’esito sia quello che, secondo lui, prelude alla fine senza ritorno degli Stati Uniti che conoscevamo.

Bill Maher è un comico sessantaseienne di quelli che in tempi meno bislacchi sarebbero stati i beniamini della sinistra, e che la sinistra d’oggi considera di destra (una Soncini d’America, ma molto più ricco). Osa fare battute contro le posizioni woke (venerdì diceva che, una volta abbandonata, alla democrazia non ci puoi tornare quando ti pare: «mica è il gender»), contro la tendenza alla gogna («il momento storico di cui essere più fieri è quando garantimmo un giusto processo ai criminali nazisti»), e persino contro i vaccini. Osa pensarla come gli pare su quel che gli pare.

Quando la fine-della-democrazia-se-vincono-quegli-altri la pronostica Biden, che fa propaganda per il suo partito, o Stephen Colbert, che essendo socialmente presentabile i democratici non può che tifarli, si può non starli granché a sentire. Quando la Cassandra del caso è Maher, c’è da preoccuparsi.

«La democrazia è difficile. Ad Atene non dovevano preoccuparsi di Fox News o degli smartphone che rendono tutti imbecilli, eppure durarono solo duecento anni, quindi i nostri duecentoquarantasei non sono poi tanto male». In effetti è difficile tener su una democrazia rappresentativa quando tutti siamo impegnati a rimirarci nella telecamera del cellulare o a cercare l’eco delle nostre perentorie opinioni. Dovrei dirvi di votare, dice Maher, ma sarebbe fiato sprecato: «Chiunque vada convinto non sta ascoltando, e nessuno può venire convinto di niente». È come fare un monologo in inglese davanti a una platea che per metà capisce solo il cinese, dice.

Non è che serva essere i nuovi filosofi (dice Chris Rock che i comici sono i nuovi filosofi, e ha ragione) per sapere che nessuno ascolta nessuno: basta leggere i commenti a qualsivoglia tweet, per deprimersi sull’incapacità non dico di dire qualcosa d’interessante o di non andare fuori tema, ma anche solo di avere una conversazione che non sia «che ora è?» «giovedì». Ma quand’è che questa cosa diventa la-fine-della-democrazia? La grande divisione non era tra presentabili e impresentabili? Ieri Natalia Aspesi scriveva deliziata di Letizia Moratti: così perbene, così in Armani, così capace di apparecchiare col numero di bicchieri giusti; e io mi ricordavo un ritrattino precisissimo che aveva scritto Gramellini, venticinque anni fa, dell’elettrice di sinistra: «Ha votato Ulivo perché questa destra, francamente, non si può».

Sempre venerdì, Andrew Sullivan – già conservatore inglese, e frequente ospite di Maher – scriveva nella sua newsletter: «Voterò per repubblicani e indipendenti martedì, e non credo d’essere l’unico elettore di Biden e Hillary Clinton e Obama che dopo gli ultimi due anni la pensa così. Nel 2020 non c’era scelta: c’era Trump. E lo capisco. Se dovesse candidarsi di nuovo, di nuovo non avremo scelta». Tuttavia, dice, bisogna mandare un messaggio ai democratici: fargli capire che defund the police è una scemenza, che asportare organi sani a bambini che non sanno allacciarsi le scarpe ma si percepiscono trans è una scemenza; fargli cambiare rotta prima che sia tardi.

Solo che, dice Maher, è già tardi. «La svolta autoritaria non si fa coi carrarmati: si fa eleggendo gente che non ha nessuna intenzione di restituire prima o poi il proprio seggio». È il nostro attraversamento del Rubicone, dice Maher, e capisci che la situazione è davvero grave perché solo nelle situazioni davvero gravi gli americani si prendono il disturbo di studiare mezza paginetta di storia non americana.

Questi qui, dice Maher, questi che mentre io scrivo staranno già vincendo a valanga e mentre voi leggete chissà cos’avranno combinato, questi saranno quelli che revocano la democrazia senza che a nessuno importi niente: «Nessuno a scuola ha mai spiegato agli americani cosa fosse, e non può dispiacerti perdere una cosa che non sapevi di avere. Potremmo dir loro che non avremo più un sistema di pesi e contrappesi, ma risponderebbero: cosa sono i pesi e contrappesi?». Come tutti, Maher è convinto sia un problema locale: come noi diciamo «solo in Italia», lui pensa che l’ignoranza e il credere alle scemenze e il non saper valutare le priorità siano problemi della società americana.

Si vede che non ha mai scorso i tweet degli italiani, convinti che «democrazia» sia quella cosa per cui sono obbligata a fare conversazione con Vongola75. Si vede che non ha mai parlato con la struggente sinistra bolognese convinta che tutto – Brexit, Trump, Marine LePen, Putin: tutto – sia colpa di Berlusconi e delle tv private. Non viviamo nel Rinascimento solo perché c’è stato Drive in.

La democrazia, dice Maher, è come il McRib, il panino stagionale di McDonald’s: godetevelo finché c’è, tra poco lo tolgono dal menu. Se proprio dobbiamo andare verso la fine dell’occidente come lo conoscevamo, almeno alziamo la qualità gastronomica delle similitudini: la democrazia come il tartufo. Costosa, e un gusto acquisito, e non per tutti. Tartufo e McRib – contrariamente a quel che pronosticava Maher parlando di strada senza ritorno (mica come il gender) – la durata non lunghissima della nostalgia: tra un anno sai che torna. Il tartufo, e il McRib, e speriamo pure la democrazia.

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