Crescita a impatto zeroIl vantaggio competitivo è sempre più legato alla sostenibilità

Il modello di sviluppo capitalistico viene spesso indicato come principale ostacolo alla transizione ecologica e sociale, ma il paradigma sta cambiando anche grazie alle Sgr come Eurizon, di Intesa Sanpaolo. L’intervista di Linkiesta a Corrado Gaudenzi, responsabile long term sustainable strategies della società

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Generalmente, il concetto di sostenibilità viene contrapposto alle dinamiche del mercato capitalistico, caratteristiche della maggior parte delle economie mondiali. L’attuale modello produttivo, si dice, è ormai inconciliabile con l’obiettivo della salvaguardia del pianeta.

Eppure il paradigma sta cambiando, anche grazie ai grandi player della gestione degli investimenti privati. Uno di questi è Eurizon Capital Sgr, capofila della divisione asset management del Gruppo Intesa Sanpaolo, che è stata tra le prime società europee ad annunciare, a ottobre, gli impegni stabiliti dalla Net Zero Asset Managers Initiative (Nzami). Linkiesta ha approfondito in un altro articolo gli impegni negli investimenti Esg di Eurizon, parlandone con la responsabile Federica Calvetti.

Tornando alla sostenibilità, è sempre più chiaro che gli attori in grado di avere un’impronta ambientale minore sono anche coloro che raggiungono importanti vantaggi strategici in termini economici. In occasione della VII edizione del Salone Sri, tenutosi il 14 e il 15 novembre presso Palazzo delle Stelline, a Milano, Linkiesta ne ha discusso con Corrado Gaudenzi, responsabile long term sustainable strategies di Eurizon.

Corrado Gaudenzi, responsabile long term sustainable strategies di Eurizon. Courtesy of Eurizon

Gaudenzi, cos’è la sostenibilità?
Il modello di sviluppo affermatosi dalla rivoluzione industriale in poi dava per scontato il fatto che alcuni beni non avessero un costo, come ad esempio l’impatto sull’ambiente, sull’atmosfera e sulla coesione sociale. La crescita della popolazione mondiale ha fatto sì che questo paradigma iniziasse a scricchiolare. È in questo momento che la sostenibilità è approdata nel mondo degli investimenti. Se oggi non invertiamo il nostro modello produttivo ristrutturandolo profondamente, rischiamo che nel giro di qualche decennio diverse risorse naturali andranno completamente esaurite. Il nostro modello di sviluppo attuale ci porta a utilizzare il doppio delle risorse che il pianeta è in grado di generare. Questo approccio non è sostenibile per ragioni etiche e materiali. I cambiamenti stanno avvenendo a macchia di leopardo, ci sono i leader e i lagger come in ogni fenomeno sociale, però le aziende che riescono ad avere un impatto migliore sull’ambiente e sulle comunità già ora godono di vantaggi competitivi importanti.

Perciò investire in questo tipo di economia, oggi, è vantaggioso.
È un vantaggio a medio-lungo termine, si tratta di fare investimenti oggi con l’obiettivo di aumentare le possibilità di ricavi e profitti futuri.

Questo vale anche per l’economia circolare?
È sicuramente una dimensione che, nel mondo della sostenibilità, può generare impatti importanti. Svincolare il nostro modo di progettare, produrre e consumare dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali è una strada obbligata e le aziende che saranno leader in ogni settore nell’intraprendere questo percorso avranno dei fortissimi vantaggi. Cito i due vantaggi più importanti: usando più prodotti riciclati, e progettando i loro prodotti perché durino di più, avranno meno dipendenza dal costo materie prime, mentre la volatilità del costo dell’energia e delle materie prime avrà un impatto molto forte su chi non è preparato a gestire questa situazione; intraprendendo un percorso di transizione circolare si passa dalla vendita di prodotti ai consumatori all’offerta di servizi di utilizzo dei beni, che rende più continuativa e fidelizzante la relazione con i clienti.

Nel vostro ruolo come si persegue un ritorno sostenibile a beneficio dei propri investitori?
Se i diversi attori dei mercati finanziari coinvolti condividono questo percorso e si muovono nella stessa direzione, saranno consapevoli della necessità di essere trasparenti verso i propri interlocutori. Come? Cercando di comunicare numeri che siano il più obiettivi possibili. Ad esempio, per affermare che un’azienda è un campione della transizione circolare occorre controllare quale sia la percentuale di prodotti riciclati fra quelli che utilizza, oppure di rifiuti distrutti rispetto a quelli riutilizzati. Costruendo un indicatore sintetico che include le diverse dimensioni è possibile rivolgersi in modo comprensibile a un pubblico molto ampio.

Il settore finanziario è pronto per un impegno strutturale in questo tipo di economia? Cosa manca, e quali sono i rischi?
Nel settore del credito, in cui le banche devono gestire con molta oculatezza il proprio portafoglio creditizio, uno dei rischi è essere troppo esposti nei segmenti che soffriranno a causa della transizione verde, come il settore dei combustibili fossili o in generale settori fortemente inquinanti. Secondo me, su questo, c’è consapevolezza. Anche le autorità di vigilanza come la Banca d’Italia hanno già definito delle linee guida per il settore bancario. Poi ci sono le aziende nel settore finanziario come la nostra, che fanno gestione del risparmio e che possono assumere un doppio ruolo: da una parte comunicare ai propri clienti in modo trasparente i criteri di selezione delle società in cui si investe ; dall’altra, svolgere il ruolo di azionisti attivi e responsabili, partecipando alle assemblee degli azionisti ed esercitando il diritto di voto in coerenza con i propri valori di sostenibilità, o costruire alleanze per promuovere, all’interno del board delle aziende, dei rappresentanti delle minoranze che sostengono maggiormente questi processi.

Qual è il rapporto di una tale politica finanziaria con la legislazione esistente? Le istituzioni sono pronte, hanno sufficiente consapevolezza di cosa significhi economia circolare, investimenti sostenibili?
In Europa il regolatore è sicuramente all’avanguardia, sia nel campo della sostenibilità sia in quello della transizione circolare. È un po’ il laboratorio del mondo, dove il tema della sostenibilità è nato per primo, ed è quello più avanzato in questo momento. Ci sono iniziative molto specifiche da parte della Commissione Europea su questo fronte, ci sono progetti specifici già recepiti da alcuni parlamenti nazionali sulla plastica, il tessile, le batterie per le auto, il riciclo di rifiuti organici. Iniziative che riguardano direttamente il mondo produttivo, il mondo finanziario e la trasparenza, con autorità di controllo che devono vigilare su questo. Gli strumenti e le istituzioni ci sono, e si stanno perfezionando. In questo percorso l’Europa è partita per prima, ed è più avanti degli Stati Uniti e di altre parti del mondo.

Come si concilia una maggiore sensibilità su questo tipo di investimenti con la situazione economica globale? Che ruolo ha Eurizon?
A causa delle tensioni geopolitiche tra Russia e Ucraina, l’Europa sta vivendo una crisi energetica profonda, che ha incontrato risposte di emergenza per il breve periodo. Ma si può notare un’accelerazione sui tempi della transizione ecologica, in quanto è l’unica strada che ci consentirà, come continente, di essere assolutamente indipendenti anche dal punto di vista energetico, geopoliticamente ed economicamente. È vero che, inizialmente, il percorso verso le rinnovabili comporta un incremento dei costi, ma in una seconda fase consente di ridurre notevolmente il costo della generazione di energia. Paradossalmente, l’attuale crisi energetica, che nel breve periodo sta mettendo in difficoltà molti paesi e imponendo sacrifici importanti alle popolazioni, d’altro canto sta accelerando quel processo di transizione che rappresenta il nostro traguardo finale.

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