Dopo le promesse, i contiSolo un anno di Quota 41 e 1 miliardo di risorse, Durigon fa marcia indietro sulle pensioni

Nella legge di bilancio 2023 non c’è spazio per i proclami elettorali. Il sottosegretario al Lavoro leghista spiega che sarà approvata una misura ponte per l’uscita di 40-50mila persone, poi ci sarà la riforma. E sulla stretta al reddito di cittadinanza, non ci sarà una applicazione retroattiva delle nuove norme

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse

Tre settimane per scrivere una manovra da 30 miliardi, di cui 21 in deficit destinati al contrasto del caro energia. Nella legge di bilancio del governo Meloni, c’è poco spazio per le misure identitarie annunciate in campagna elettorale. Anche perché, dei 9 miliardi «liberi», 3,5 servono per prorogare il taglio del cuneo fiscale deciso dal governo Draghi per i lavoratori dipendenti fino a 35 mila euro di reddito.

Si profila quindi una manovra leggera. Proprio a partire dal capitolo pensioni, a cui verrà destinato a sorpresa, dopo i proclami estivi della campagna elettorale, meno di 1 miliardo.

«A gennaio non si tornerà pienamente alla legge Fornero», dice Claudio Durigon, sottosegretario leghista al Lavoro, a Repubblica. «Avremo una Quota 41 con 61 o 62 anni per il solo 2023, come misura ponte verso la riforma organica che faremo il prossimo anno. Spenderemo meno di 1 miliardo per agevolare 40-50mila lavoratori. Pensavamo anche a un bonus per chi resta a lavorare, ma la prudenza di bilancio ci induce a rinunciare».

In manovra, spiega il leghista, «metteremo una formula che evita lo scalone di gennaio per un gruppo di lavoratori. Quota 41 ci sarà e questo è importante: la stiamo studiando nei dettagli con la ministra del Lavoro Marina Calderone e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti».

Certo non era quello che avevano promesso in campagna elettorale. Durigon ammette che «per una riforma complessiva delle pensioni bisogna discuterne con i sindacati e ci vuole tempo. Questa è una legislatura anomala, iniziata di fatto solo a novembre. In campagna elettorale avevamo detto che facevamo Quota 41, molto cara anche ai sindacati. E così sarà». Ma non sarà nemmeno una Quota 41 piena: «Quota 41 “pulita”, senza vincoli di età, costa 4 miliardi il primo anno e poi a salire. Se la limitiamo a chi ha 61 o 62 anni, con il divieto di cumulo con un reddito da lavoro, il costo scende sotto il miliardo, con un piccolo trascinamento nel 2024. Poi ci sarà la riforma».

Il miliardo per le pensioni sarà trovato «da risparmi nelle pieghe del bilancio dello Stato», dice. Ape Sociale e Opzione Donna saranno «prorogate per un altro anno perché siamo in una fase transitoria».

Per la futura riforma delle pensioni, Durigon prevede di «separare la spesa per assistenza da quella per la previdenza, per dare un segnale di sostenibilità delle pensioni italiane all’Europa e ai mercati. E poi penso a una flessibilità in uscita per tutti, a partire da una certa età e tenendo conto che il metodo contributivo sta diventando prevalente tra i lavoratori. Rivedremo tutte le uscite anticipate, con un occhio di riguardo a giovani, donne e mestieri usuranti». E per i giovani immagina poi «una “pace contributiva” per coprire i buchi del lavoro saltuario, il riscatto della laurea agevolato e la defiscalizzazione per la previdenza complementare».

Mentre sul Reddito di cittadinanza, «la stretta sugli abili al lavoro ci sarà: l’assegno sarà sospeso di sicuro per sei mesi all’anno, se si rifiuta l’unica offerta di lavoro oppure non si seguono i corsi di formazione che vogliamo potenziare. Ma non prevediamo un’applicazione retroattiva delle nuove norme. Non toglieremo da gennaio l’assegno a nessuno, almeno non dall’oggi al domani».

Dopodiché il tema dei salari «è altrettanto cruciale. I fringe benefit (da 600 a 3mila euro esentasse per i dipendenti, ndr) sono una misura limitata, ma che dà respiro ad alcune aziende che li usano. Ogni altra risorsa sarà messa sul cuneo fiscale». Durigon dice che il governo vuole «arrivare a cinque punti in meno nel quinquennio. Per ora ragioniamo sui due punti. Ma non abbiamo deciso se fermarci ai 35mila euro di reddito dei lavoratori, come ha fatto Draghi, o andare più su. E valutiamo se dare una parte del risparmio, nella misura di un terzo, anche alle imprese. Dipende dalle risorse a disposizione e dall’impatto sui lavoratori: non deve essere irrisorio. La priorità restano in ogni caso le bollette».

Intanto, anche quest’anno – come nei due precedenti, suscitando le critiche aspre di Fratelli d’Italia dall’opposizione – la legge di bilancio sarà discussa con ogni probabilità da una sola Camera e poi ratificata dall’altra. I capitoli sono già individuati e anzi diminuiti rispetto alle intenzioni originali, perché le modifiche al Superbonus e il tetto all’uso del contante sono stati anticipati dal decreto aiuti quater. Ci sarà anche la flat tax per le partite Iva allargata dai 65mila agli 85mila euro di fatturato; la flat tax incrementale, una tassa piatta del 15% sugli incrementi di reddito; e una riedizione del condono fiscale, tra saldo e stralcio e rottamazione. Oltre a un corposo pacchetto bollette che però, come avverte l’Ufficio parlamentare di bilancio, rischia di coprire solo il primo trimestre dell’anno nuovo con una riedizione delle misure a protezione di famiglie e imprese.

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