Contro la robotizzazione della menteI veri folli sono quelli che temono i cambiamenti

Lamberto Maffei propone un viaggio nel mondo dell’arte e del cervello per dimostrare che la pazzia non è irrazionalità, ma può essere considerata una forma di pensiero eccentrico creativo

Un particolare di un murales che ritrae il fisico Einstein
Foto di Maks Key su Unsplash

Molti dei cosiddetti folli non sono malati mentali, ma semplicemente individui diversi per qualche loro caratteristica, giudicati dai «normali» individui da evitare o addirittura nocivi, che tuttavia talvolta sono dotati di grande creatività e possono rivelarsi innovatori nella filosofia, nella scienza e anche nei comportamenti e nei costumi; innovazioni che con gli anni possono arrivare ad essere adottate dalla stessa comunità che fino ad allora le ha considerate impraticabili.

A questo riguardo suonano opportune le considerazioni di Michel Eyquem de Montaigne (1533- 1592) «Per cui accade che quello che è fuori dai cardini della consuetudine, lo si giudica fuori dai cardini della ragione; Dio sa quanto irragionevolmente per lo più. L’abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose».

In realtà, forse, nella storia dell’uomo i cambia- menti del mondo, per usare le parole di Einstein, il progresso della scienza e delle relazioni civili sono stati portati a compimento da uomini che avevano qualche cosa da dire di nuovo, di originale, che erano, sarebbe più opportuno dire sembravano, di- versi dagli altri, folli, ma con una potenzialità intellettuale maggiore dei cosiddetti normali.

I folli hanno le loro stranezze, ma c’è anche un’altra parte della società che ha caratteristiche comportamentali biologicamente assai marcate e interessanti e del tutto opposte a quelle dei folli, e sono coloro che hanno paura di qualsiasi cambiamento e vi si oppongono con forza e veemenza, e che possiamo riunire sotto il nome un po’ datato di «borghesia». (Borghesia qui sta a indicare i conservatori, i tradizionalisti e non vuole avere un significato negativo).

I «borghesi» sono conservatori – any change for the worse – soleva dire un lord inglese (Lord Adrian). Talvolta, o forse spesso, anche le guerre sono tra folli e borghesi, tra ignoranti e «saputi», tra poveri che ovviamente vorrebbero cambiamenti e ricchi che hanno paura che venga intaccata la loro ricca tranquillità. I poveri, i diseredati sono dei diversi, ma per i borghesi rientrano nella categoria dei folli, gente da evitare e da allontanare; anche la loro vista. Suscitano talvolta momentanea pietà ma gli occhi si distraggono altrove per dimenticare.

Il comportamento sociale di ognuno di noi, la nostra fotografia per l’altro è per lo più percepita per i nostri tratti comportamentali più comuni, come gesti o espressioni verbali, concetti. Già Aristotele scriveva «noi siamo le nostre abitudini», concetto che implica che anche noi percepiamo noi stessi dalle nostre abitudini.

Le abitudini sono come uno specchio in cui noi ci riconosciamo. Dal punto di vista delle basi neurologiche, l’abitudine indica che alcuni circuiti nervosi si sono rinforzati a causa delle ripetizioni di funzione a cui sono stati sottoposti con il risultato che le loro connessioni sinaptiche sono diventate più stabili ed efficaci; si può dunque concludere che l’abitudine fa parte dell’apprendimento.

Se si volesse azzardare un confronto non corretto ma descrittivo si potrebbe dire che l’abitudine è una via, forse un’autostrada, verso la robotizzazione del sistema nervoso.

Io penso che l’abitudine, intesa qui come routine, sia una strategia di economia dell’attività cerebrale mirata ad assicurare e a consolidare comportamenti ritenuti consoni o addirittura necessari. Può avere alla sua origine opportunità di vita sociale, l’ipocrisia, la pigrizia mentale e l’età.

L’abitudine descrive o si riferisce a un gesto o a una serie di gesti o di parole che vengono ripetuti in maniera automatica o semiautomatica e che vengono innescati da stimoli, parole, eventi ecc. che non hanno fini di necessità particolari per la sopravvivenza dell’individuo o della specie (in tal caso sarebbe un istinto). L’abitudine, come sopra definita, è l’insieme delle organizzazioni di funzionamento cerebrale mirate al successo sociale o alla sicurezza.

La caratteristica della «borghesia» è la prevedibilità, con i suoi difetti ma anche con i suoi vantaggi. Mi accorgo di guardare con occhio assai strabico e ingiusto ai diversi tipi di persone preferendone consciamente uno. Come dice Gesù nel discorso della montagna:

«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire a tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello (Mt 7,1-5)».

Un invito all’autocritica, al dubbio sul proprio pensare e sul proprio agire dovrebbe essere uno stigma della memoria nelle piccole e grandi cose del quotidiano.

Giudicare ed essere sicuri di essere nel giusto è allo stesso tempo arroganza e limite del pensiero: ad esempio il tentativo di esportare la democrazia e le proprie leggi assumendo che esse sono per definizione giuste, spesso si aggiunge per grazia di Dio, sorvolando magari sulle disuguaglianze sociali della società in cui si vive, oltre che essere razionalmente discutibile, ha di fatto avuto esiti negativi, talvolta disastrosi.

Copertina del libro "Solo i folli cambieranno il mondo"
Da “Solo i folli cambieranno il mondo. Arte e pazzia”, di Lamberto Maffei, 140 pagine, 14 euro