Diritto alla saluteIl falso mito dell’eccellenza sanitaria lombarda

Il modello di privatizzazione ha creato delle realtà di eccellenza, ma si sta mostrando inefficiente nel curare in maniera ottimale tutti i tipi di pazienti. Emilia-Romagna, Toscana e Veneto sono molto più efficaci nel fornire ai loro cittadini i livelli essenziali di assistenza

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Quella dell’“eccellenza sanitaria” della Lombardia è un’espressione autocelebrativa che è stata molto usata dai tre presidenti della giunta regionale, tutti di centrodestra, che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo: il berlusconiano e ciellino Roberto Formigoni in carica per 18 anni (poi condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi per corruzione nel processo per il crac delle fondazioni Maugeri e San Raffaele – una corruzione fatta di cene, viaggi e gite in barca e anche un acquisto agevolato di una villa in Sardegna), e poi i leghisti Roberto Maroni e Attilio Fontana, che dal 2018 intona il mantra dell’eccellenza con regolarità.

Un mantra così radicato da dedicargli anche una pagina web regionale, «Lombardia Speciale. I dati e le eccellenze della Lombardia in tempo reale», che in una rassegna stampa dedicata, in collaborazione con il quotidiano di Confindustria «Il Sole 24 Ore», mette in fila tutti i successi di «una Regione concreta, attiva, trasparente» secondo le parole dello stesso Fontana. Mettendo però da parte le pompose parole usate dai governatori per autocelebrare un modello troppo spostato verso infrastrutture private ormai maggioritarie rispetto a quelle pubbliche – e sostenute con soldi provenienti dalle tasse –, si può davvero affermare che il modello lombardo sia un esempio? Sta dando risultati sul fronte dell’efficienza?

Al di là della grande qualità di singole strutture sanitarie pubbliche e private, i risultati sono soddisfacenti sul piano della prevenzione, dell’epidemiologia, dell’igiene pubblica, dei servizi di base? Sono giustificati l’enorme spazio di manovra e i copiosi finanziamenti che il governo regionale ha dato e dà alla sanità privata?

La risposta la fornisce la classifica delle Regioni italiane in base ai Lea (Livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario è tenuto a fornire a tutti i cittadini con le risorse pubbliche): secondo la Direzione generale della programmazione sanitaria del ministero della Salute, la Lombardia, dal 2012 in poi, riporta un punteggio che la colloca regolarmente al quarto posto, dietro a Emilia-Romagna, Toscana e Veneto.

Insomma, benché la cessione di spazi ai grandi gruppi sia stata perseguita anche dalle giunte Maroni e Fontana, la Lombardia è tra le prime della classe ma non è la prima della classe, e soprattutto il modello della privatizzazione della sanità si sta mostrando inefficiente dal punto di vista dei pazienti e del loro diritto alla salute. I cittadini per lo più non se ne rendono conto, ipnotizzati dal mantra dell’eccellenza. Solo il caos accaduto durante l’emergenza sanitaria ha squarciato il velo.

Di fatto l’infrastruttura pubblica del sistema, quella che dovrebbe garantire la capacità di programmazione, è stata destrutturata, se non distrutta. La docente dell’Università Statale di Milano Maria Elisa Sartor, nel suo libro La privatizzazione della sanità lombarda dal 1995 al Covid-19, fornisce prove in grado di dimostrarlo: si tratta delle scelte politico-amministrative – dai grandi piani alle singole delibere – che la Lombardia ha adottato dal 1995 in poi. L’autrice, in un corposo lavoro di oltre due anni e più di 500 pagine, le ha messe in fila cronologicamente e analizzate, riuscendo così a dimostrare che nulla è accaduto e sta accadendo per caso. Semmai ci sono state tattiche e strategie ben studiate per arrivare a un sistema di leggi e regole che scardina il modello originario del Servizio sanitario nazionale.

(…)

Si tratta di un nuovo paradigma, in cui la sussidiarietà orizzontale si svolge nell’ambito del rapporto tra autorità e libertà e si basa sul presupposto secondo cui alla cura dei bisogni collettivi e alle attività di interesse generale provvedono direttamente i privati cittadini mentre i pubblici poteri intervengono in funzione “sussidiaria”, di programmazione, di coordinamento ed eventualmente di gestione. Un paradigma ideato per far entrare sempre più il privato profit e no profit laddove possibile in sostituzione del soggetto pubblico. Paradigma che di fatto ha aperto le porte del Servizio sanitario regionale (Ssr) alle imprese, inducendo erroneamente a pensare che la sussidiarietà orizzontale in versione lombarda fosse la traduzione del principio introdotto in Costituzione. Ma non era e non è così.

Laterza

Da “Assalto alla Lombardia Sanità, trasporti, ambiente: tutti i disastri di una classe politica”, di Michele Sasso, Editori Laterza, 256 pagine, 20 euro

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