Parola d’ordine gratuitàLa parabola della sinistra, dalla teoria del plusvalore a quella del superbonus

Le misure feticcio del Movimento 5 stelle, sposate in pieno dal Pd, sono l’espressione di un sinistrismo immaginifico e immaginario, che finisce per essere fin troppo simile alle posizioni della destra

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Anche nelle critiche più severe del riflusso verso le antiche mitologie anti-capitaliste, c’è un eccesso ingiustificato di ottimismo sulla condizione della sinistra italiana e in particolare di quella sinistra teoricamente adulta, rappresentata dal Partito democratico. Proprio il dibattito per le primarie ha squadernato questa oggettiva convergenza nel peggiorismo social-populista, peraltro annunciata dalla ricerca dell’accordo con il movimento 5 stelle di Conte, che ormai nessuno al Nazareno ritiene discutibile o negoziabile, fosse solo per ipotesi di scuola o amore della conversazione.

Si diceva della condizione della sinistra e del fatto che l’abiura del liberal-progressismo blairiano e renziano non è stata solo in favore delle rigidità dell’ideologia (post)comunista, ma soprattutto della prodigiosa versatilità di quella sorta di stregoneria economica di scuola post-grillina, che ha rubato il cuore a tanti elettori e praticamente a tutti i dirigenti democratici: quelli che fanno e sostengono politiche stupide, non quegli altri che ne discutono i limiti in convegni intelligenti e inutili, ma che non toccano palla.

Neppure nella dottrina leninisticamente più bigotta, infatti, la questione della produzione della ricchezza sociale e della sua distribuzione è mai evaporata nei fumi di quel nirvana ideologico, in cui la sinistra sembra essersi rifugiata.

Se il marxismo riconosceva alle forze produttive della società una potenza frenata dai rapporti di produzione capitalistici e quindi faceva coincidere la fine dello sfruttamento del lavoro con la piena liberazione dello sviluppo economico-sociale, la sinistra italiana post-comunista è ormai diventata una sinistra post-produttivista, non solo nelle sue manifestazioni eco-decresciste, ma anche in quelle nominalmente laburiste.

Nell’oltremondo di pace, di giustizia e di bonus per tutto e per tutti, che ha sostituito il socialismo come sole dell’avvenire della sinistra, non è il conflitto sociale a generare sviluppo e libertà, non è la riappropriazione da parte dei lavoratori del plusvalore estratto dal proletariato salariato, non è insomma la lotta al livello dell’economia reale a determinare l’emancipazione rivoluzionaria dell’umanità e a sprigionare la superiore produttività degli uomini finalmente uguali, ma sono i magheggi al livello dell’economia virtuale a propiziare una miracolosa auto-generazione di ricchezza per tutti, un effetto moltiplicatore universale che parte dalla spesa pubblica e torna al bilancio pubblico, facendo tutti più ricchi, lo Stato più florido e la società più felice.

I due feticci del Movimento 5 stelle – il reddito di cittadinanza e il Superbonus 110 per cento –, che anche il Partito democratico e tutto il cucuzzaro progressista hanno ormai sposato senza se e senza ma, sono l’espressione di questo sinistrismo immaginifico e immaginario: il reddito statale oltre il lavoro personale e non solo il rimborso, ma pure la ricompensa, a spese di tutti, dell’investimento privato di qualcuno.

Rappresentano però qualcosa di diverso e peggiore dalla degenerazione super-statalista del tradizionale welfarismo socialista. Incarnano l’idea, diffusa anche tra i sovranisti della destra, che i miracoli economici siano l’altra faccia dei machiavelli linguistici, che tutto si possa sciogliere con la formula magica di un abracadabra. Res sunt consequentia nominum.

In particolare, il superbonus, che il Partito democratico non ha adottato, come il Reddito di Cittadinanza, dopo il matrimonio con il Movimento 5 stelle, ma che è stato il vero figlio dell’amore demopopulista, è la copia progressista di quella “moneta fiscale” che i no euro leghisti e sovranisti (Borghi & Co.) pensavano di associare all’euro, persuasi che bastasse battezzare “moneta” una passività dello Stato cedibile e utilizzabile come mezzo di pagamento, per dissolvere le conseguenze di centinaia di miliardi di oneri scaricati sul bilancio pubblico.

Infatti, qual è la parola talismano di questa sinistra così poco di sinistra e così tanto di destra? Non è più uguaglianza, è gratuità. I lavori in casa sono gratis per i cittadini, perché li paga lo Stato, ha detto testualmente il fortissimo riferimento ex trumpiano della sinistra. Visto che sono gratis, hanno quindi concluso a sinistra, sono anche socialmente buoni e poco importa, tanto per fare un esempio, che – lo ha ricordato il direttore dell’Ufficio Studi di Azione, Gabriele Franchi – per rifare le villette di duecentomila famiglie non esattamente disagiate, a spese dello Stato e col dieci per cento di mancia per proprietari, si sia speso il triplo che per il reddito di cittadinanza.

La tesi è che poi in fondo pure lo Stato, che in teoria rinuncia a uno sproposito di miliardi di mancate entrate, si arricchisce anch’esso della valanga di soldi messi in moto dal meccanismo alchemico che trasforma la carta, su cui le leggi così miracolose sono scritte, in oro. Dove l’infedele liberale vede incentivi criminogeni, effetti fiscali regressivi e distorsioni di mercato, i devoti progressisti del “gratuitamente” vedono l’alba di un nuovo mondo.

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