Ritorno al futuroCosì la Generazione Z si è innamorata della musica anni Ottanta

I suoni che emozionavano quattro decenni fa tornano alla ribalta nella produzione pop odierna, anche grazie a social, film e serie tv

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“Running Up That Hill” di Kate Bush in Stranger Things, “Save a Prayer” dei Duran Duran in Bones and All, “Never Let Me Down Again” dei Depeche Mode in The Last of Us e “Careless Whisper” nell’italianissimo Bang Bang Baby. Tre indizi non fanno una prova, ma quattro citazioni (e non sono le uniche) mostrano una tendenza. La musica anni ‘80 è diventata la colonna sonora delle novità del grande schermo.

Sonorità e musiche vintage viaggiano attraverso generazioni. Sono sempre di più gli sceneggiatori cresciuti in quella decade che attingono dalla loro infanzia suoni e atmosfere, riproponendoli nelle loro serie tv. Ad aprire la porta della retromania è stato James Gunn coi “Guardiani della Galassia” del 2014 in cui il protagonista ascoltava una musicassetta (‘Awesome Mix vol. 1) con le hit degli anni ‘80. Nove anni dopo quella porta socchiusa verso il passato è stata sfondata e ora il citazionismo dilaga.

Si è parlato tanto di “Running Up That Hill (A Deal With God)”, pezzo di Kate Bush pubblicato il 5 agosto 1985, è la canzone preferita di Maxine Mayfield, una delle principali protagoniste della seconda stagione di Stranger Things, interpretata dall’attrice Sadie Sink.
Nella quarta stagione la ragazza viene salvata dal sottosopra proprio da questa traccia, che le fa riaffiorare alla mente ricordi di momenti passati con i suoi compagni di avventure.

Questa dimensione onirica non sembra travolgere solo Max. La canzone era già stata rilanciata durante la cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Londra nel 2012, ma niente a che vedere con il successo ottenuto grazie alla serie di Netflix: una settimana dopo l’uscita dell’ultima stagione il brano è stato scaricato e riprodotto innumerevoli volte, volando in vetta alle classifiche ufficiali britanniche nel giugno 2022, 37 anni dopo la prima uscita del brano.

A 63 anni Kate Bush è diventata così l’artista più anziana a vantare un primo posto nelle Official Singles Chart, rimpiazzando Cher.

Oltre ad aver emozionato il pubblico over 40, la canzone ha catturato anche una nuova audience, la Gen Z, che si è dimostrata sensibile e nostalgica nei confronti di un passato che non ha vissuto, fatto di walkman, mullet e camicie in flanella e che se solo potesse «farebbe un patto con dio e lo convincerebbe a fare cambio di posto».

In molti attribuiscono il successo del brano alla serie tv, ma i trend che ripropongono le sonorità in stile 80s fanno pensare a un fenomeno di più ampio respiro.

«I revival sono fenomeni che ciclicamente tornano, riproponendo sonorità appartenenti a decenni passati», racconta a Linkiesta Carlo Massarini, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico esperto di musica.

Grazie all’avanzamento delle sperimentazioni tecnologiche in ambito musicale, gli anni ’80 hanno visto nascere nuove sonorità: batterie digitali, campionatori e sintetizzatori iniziavano a sostituire archi e tastiere, proponendo un prodotto così innovativo e dai tratti così distinguibili che sarà riconoscibile anche a distanza di anni.

Secondo Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry), in Italia, i brani musicali anni ’80 e ’90 sono ascoltati dal ventotto per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni.

Spinte dagli algoritmi delle piattaforme social, tornano alla ribalta ballate romantiche come “Every Breath You Take” dei Police o “Should I Stay or Should I go” dei Clash, ma anche “Material Girl” di Madonna.

Il fenomeno, però, non riguarda esclusivamente pezzi vecchi che trovano spazio negli Spotify Wrapped degli utenti, ma investe anche gli esponenti del mondo pop, che si approcciano sempre di più alle vibes anni ’80.

“As it was” è la traccia synth-pop dell’artista britannico Harry Styles, diventata virale su TikTok, fungendo da colonna sonora a video strappalacrime in cui gli utenti documentano il loro cambiamento negli anni attraverso una carrellata di foto.

Canzoni e frame, che vengono estratti dal contesto narrativo in cui sono inseriti – sia esso musicale o cinematografico – acquisiscono un senso molto più partecipativo e comunitario: situazioni, personaggi e battute assimilano altri significati una volta esportati sulle piattaforme social.

Il trend ha assunto un altro valore durante il periodo della pandemia, riempiendo le home degli utenti con video che ricordavano con rammarico quanto prima la vita fosse diversa, raccontando con nostalgia i ricordi di un passato migliore («you know it’s not the same as it was»). “Harry’s House”, l’ultimo album dell’ex membro degli One Direction, quello di “As it was”, propone nuovi strumenti e suoni campionati che si rifanno a un’influenza anni ’80 riadattata al pop moderno.

Un esempio italiano del fenomeno è quello del progetto artistico Nu Genea, duo composto da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, che attraverso cori, chitarre acustiche e sintetizzatori ha rispolverato le sonorità del funk napoletano anni ’70 e ’80. Su Spotify il gruppo vanta oggi più di ottoventonovantamila ascoltatori mensili e il pezzo “Marechià” ha superato i dodici milioni di ascolti, proponendo un mix di sonorità caraibiche, mediterranee e talvolta africane.

Queste commistioni e sperimentazioni in ambito musicale non sono estranee neanche ad artisti di fama mondiale. “Physical”, brano della cantante e compositrice britannica Dua Lipa, si ispira alla musica disco ed elettronica tipica degli anni ’80.

Stesso discorso vale per l’artista canadese The Weeknd, che con “Out Of Time”, propone un campionamento dell’ultima versione di “Midnight Pretenders”, traccia del 1983 prodotta dalla cantante giapponese Tomoko Aran, riproponendo suoni dalle influenze del city pop, un sottogenere giapponese nato a fine anni ’70 e diventato popolare nel decennio successivo.

Anche grazie agli algoritmi delle piattaforme, brani come “Plastic Love” della cantante giapponese Mariya Takeuchi hanno guadagnato decine di milioni di visualizzazioni su Youtube. La traccia, pubblicata nel 1984 all’interno dell’album “Variety”, oltre ad essere stata aggiornata con un video musicale attuale dall’etichetta discografica Warner Japan, è stata anche ristampata in vinile.

Un report dell’organizzazione Riaa (Recording Industry Association of America attesta che negli Stati Uniti nel 2022 sono stati venduti oltre quarantuno milioni di dischi in vinile, per una cifra di 1,2 miliardi di dollari. Il ritorno all’utilizzo dei giradischi a puntina ha registrato una crescita delle vendite per il sedicesimo anno consecutivo, che rappresenta il settantuno per cento del guadagno musicale in formato fisico. Anche in Europa il trend viene confermato: alcune stime prevedono che il mercato del vinile raggiungerà i novantuno milioni nel 2024.

I suoni che emozionavano quarant’anni fa tornano alla ribalta nella produzione musicale pop odierna, portando a chiederci se si può effettivamente parlare di revival o se si tratta ormai di un genere a sé stante.

«Non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio revival anni ’80», racconta Massarini. «Stiamo assistendo a delle semplici fiammate di ritorno, dei veri e propri trend. È difficile che le mode tornino tali e quali a prima: i suoni si evolvono e insieme a loro anche i testi e le atmosfere. Cambiano troppe cose e quello che si può fare, al massimo, è citare brani passati».

Un fenomeno simile si sta riproponendo anche per altri prodotti culturali pop, come il cinema e le serie tv: molte properties famose diventate culto negli anni ’80 stanno tornando alla ribalta. Tra queste, troviamo la saga di The Karate Kid resuscitata dallo spin-off Cobra Kai, Ghostbuster nella versione gender-swapped del 2016 o la sopracitata Stranger Things.

Diversi sono invece i nuovi contenuti ispirati al passato, che provano a ricreare un’atmosfera anni 80s con uno sguardo nostalgico e sognante, spesso attingendo ad atmosfere che sono parti integranti della storia e letteratura cinematografica.

«In Stranger Things c’è tantissimo di Stephen King e in questo caso abbiamo a che fare con due autori che sono millenials», racconta a Linkiesta Attilio Palmieri, critico cinematografico.

I fratelli Matt e Ross Duffer, registi, sceneggiatori e produttori televisivi statunitensi, infatti, hanno tentato di riproporre un immaginario che ha plasmato la loro infanzia, facendo tornare gli anni ’80 sotto forma di sogno adolescenziale o pre-adolescenziale.

Un esempio italiano è Bang Bang Baby, serie creata da Andrea Di Stefano con la supervisione artistica del regista Michele Alhaique e distribuita da Prime Video il 28 aprile 2022. La serie racconta la Milano degli anni ‘80, descritta attraverso riferimenti televisivi e commerciali iconici. Da Pac Man al Cubo di Rubik, dai paninari all’aerobica, la storia si sviluppa in un perfetto contesto vintage.

Queste ambientazioni e immaginari però, non riguardano esclusivamente la classe creativa che ha vissuto infanzia e adolescenza in quegli anni, ma conquista anche chi quell’epoca non l’ha vissuta.

Questo spiegherebbe il successo di Sex Education, serie ambientata nella contemporaneità, ma legata strettamente al teen drama e a situazioni narrative tipiche di quegli anni. «L’immaginario 80s è il contesto perfetto per raccontare i giovani», continua Palmieri. «A livello cinematografico viene usato come periodo storico in cui si è passati dagli anni ’70, anni dell’impegno, dei conflitti e della politica, agli anni ’80, che hanno esplorato sensibilità diverse, più fantasiose e creative: un contesto più disimpegnato, perfetto per raccontare il sogno, come dimostrano Indiana Jones o Stand By Me».

Nel tempo, queste storie di formazione e crescita adolescenziale si sono canonizzate trasversalmente: se un tempo erano strettamente legate al periodo degli anni ’80, oggi sono funzionali al racconto della perdita dell’innocenza e il conseguente passaggio all’età adulta in altri spazi temporali.

Oggi si sta tentando di trainare il pubblico verso il cinema o la tv a partire da qualcosa di conosciuto, interessante dal punto di vista creativo, ma che dall’altra parte penalizza le idee veramente originali. «Se non si ha una property molto importante alle spalle si vive di prequel, remake e sequel: è tutto intasato da contenuti che fanno parte di reti e universi narrativi già conosciuti che attingono al passato», conclude Palmieri.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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