Linguaggio indossabileCome la moda dà forma alla storia (e alla nostra personalità)

In "Dress code" (Il Saggiatore) Richard Thompson Ford spiega quanto sia sottovalutata l’importanza specifica dell’abbigliamento nelle relazioni sociali e gli sviluppi politici. I nostri abiti ci possono trasformare da sudditi a cittadin

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La moda è un linguaggio indossabile, hanno fatto notare attenti osservatori come il semiologo francese Roland Barthes e la stilista italiana Miuccia Prada. Oltre a ciò, è un’esperienza tangibile: il modo in cui i nostri abiti influiscono su come ci muoviamo e sulla nostra presenza fisica è tanto importante quanto ciò che cercano di comunicare. Nel momento in cui gli abiti coprono, accarezzano, abbracciano e costringono il nostro corpo, influenzano come percepiamo noi stessi e il nostro rapporto con il mondo. Una donna in abito sexy non si limita a evocare o lasciar trasparire l’idea di sensualità: la incarna come nessuna lingua potrebbe fare. Inoltre, se la donna non solo appare ma si sente anche sexy, allora sperimenta su se stessa quest’incarnazione mentre la esibisce per chi la ammira o la disapprova. Nello stesso modo, una donna che indossa un completo d’affari o una tuta da meccanico può incarnare la libertà dalle convenzionali aspettative di genere e mostrare il suo ampio potenziale, con la postura stabile e i movimenti liberi da qualsiasi ingombro che evidenziano fisicamente la liberazione dalle costrizioni del patriarcato.

Queste esperienze di moda rispecchiano e ispirano le nostre visioni del mondo. La relazione tra abbigliamento e idee, vestiti e significato sociale, è una strada a doppio senso – o forse più una ressa caotica – con le sensazioni estetiche e tattili degli abiti inseparabili dai concetti, idee, valori e modi d’essere più astratti che associamo loro.

La Grande rinuncia maschile, per esempio, rispecchiava gli ideali illuministi di praticità, uguaglianza civica e operosità, ma, aspetto altrettanto importante, il nuovo abbigliamento maschile promosse un nuovo rapporto tra gli uomini e il loro corpo, cambiando il modo in cui essi si ponevano e si muovevano nel mondo: la libertà fisica tangibile offerta dalla leggera finanziera del gentiluomo inglese del xviii secolo suggerì e incoraggiò una liberazione dai vincoli politici. In modo simile, quando gli schiavi neri all’inizio del xix secolo indossavano con orgoglio l’abbigliamento raffinato dell’aristocrazia europea, trasformavano i loro corpi – screditati come bruti e animaleschi – in un rifiuto tangibile e inattaccabile della supremazia bianca.

La riforma dell’abbigliamento femminile nel tardo XIX e primo XX secolo non solo rispecchiò gli ideali dell’uguaglianza di genere, ma li incarnò liberando le donne da un abbigliamento fisicamente ingombrante e dall’onere simbolico dello sfoggio per procura. In questi e in molti altri casi, più che un mezzo di espressione, la moda è stata un atto di autocreazione. La moda non solo comunica ma ci permette di incarnare e sentire fisicamente i nostri ideali e le nostre aspirazioni sociali. Nuove mode hanno trasformato l’esperienza del quotidiano e, così facendo, in maniera sottile e lenta ma a passo sicuro, hanno influenzato nuove correnti di pensiero che, a loro volta, hanno ispirato cambiamenti sociali. Questo aspetto tangibile e tattile dell’abbigliamento è peculiare: giustifica il fascino della moda, l’eterna ansia che la circonda, e la diffusione delle regole che la riguardano.

Di rado l’importanza specifica dell’abbigliamento viene riconosciuta negli studi che si occupano di relazioni sociali e sviluppi politici. In una certa misura, ciò può essere il frutto di un cieco materialismo che esalta la ricchezza e le risorse a fronte di questioni meno misurabili come la cultura, il prestigio e la stima psicologica, ma riflette anche il naturale pregiudizio idealista di scrittori, accademici e intellettuali: le persone che lavorano con idee e parole hanno tendenza a considerarsi in termini cerebrali, come «cervelli su trampoli» la cui natura essenziale risiede in un’anima incorporea, in una coscienza eterea la cui consapevolezza di sé deriva unicamente dai suoi pensieri (Cogito, ergo sum). Oppure, nell’immaginario odierno, una coscienza che potrebbe essere presto catturata nei bit di un’intelligenza artificiale.

Il modo in cui copriamo, abbelliamo e presentiamo il nostro corpo influenza la comprensione del nostro ruolo del mondo. I nostri abiti ci possono trasformare da sudditi a cittadini, possono riplasmare le nostre interazioni da una bestiale lotta per la sopravvivenza a un’illuminata competizione d’eccellenza, possono elevare la nostra sessualità da istinto animale a espressione di connessione poetica, possono trasformare un obbligo sociale in un’incantevole avventura, una quotidianità solitaria in un’affascinante biografia personale. Le nostre esperienze, aspirazioni e ideali sono inseparabili dal nostro corpo e da come lo presentiamo al mondo.

Da “Dress code – Come la moda dà forma alla storia”, di Richard Thompson Ford, Il Saggiatore, 496 pagine, 45 euro

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