Pensieri su cartolinaIl progetto di mail art partecipativo per l’anniversario della morte di George Floyd

La mostra “A Postcard for Floyd. A Blind Sight story” (Milano, Assab One) verrà inaugurata proprio il 25 maggio e, grazie al contributo di artisti, attori e cantanti, punta a stimolare una riflessione a trecentosessanta gradi sui pregiudizi razziali

Pietro Colosio (Courtesy of ddl studio)

Sono passati quasi tre anni dall’omicidio di George Floyd, la scintilla delle “nuove” proteste contro il razzismo e del movimento del Black Lives Matter. I nove minuti sotto il ginocchio dell’agente di polizia Derek Chauvin (poi condannato a oltre vent’anni di carcere), «I can’t breathe», i video della morte diffusi online, le piazze colme di gente: attimi che rimarranno indelebili nella storia americana e che hanno scosso anche un’Italia appena uscita dal primo lockdown per l’emergenza Coronavirus. 

Quel 25 maggio ha avuto ripercussioni politiche e giudiziarie, ma non solo. Anche il mondo dell’arte, infatti, sta provando a portare un contributo permanente alla causa, nella speranza che nessuno dimentichi l’omicidio di Floyd e tutto ciò che ne è scaturito. Un esempio virtuoso è quello di A Postcard for Floyd. A Blind Sight story, mostra milanese aperta dal 25 maggio al 18 giugno (Assab One, via Privata Assab 1, zona Cimiano) che – partendo dalle riflessioni sulle neuroscienze comportamentali – vuole abbattere tutti i pregiudizi, soprattutto quelli razziali. 

Si tratta di un progetto partecipativo di mail art (arte postale), un movimento artistico popolare che prevede la realizzazione di opere in formato postale (lettere o cartoline) da inviare poi a un altro artista. L’obiettivo è quello di unire competenze, idee e processi creativi diversi e dare vita a pezzi nuovi, originali e mai banali. La mostra, curata da Luca Panaro, nasce da un’idea del visual artist e fotografo Giangiacomo Rocco di Torrepadula, che ha avuto l’illuminazione guardando le immagini diffuse sul web relative all’omicidio di Floyd: ha scattato una sequenza di una candela privata della sua fiamma, da cui sono nate nove fotografie che mostrano il fuoco spegnersi gradualmente. 

Partendo da lì, l’artista ha spedito circa seicento cartoline ad altri artisti, fotografi, celebrities, poeti, scrittori e creativi, chiedendo loro di restituirle con una frase, un disegno o una foto a tema razzismo. Da un lato, esibiscono uno scatto della sequenza della candela, dall’altro il contributo di chi ha ricevuto l’opera in formato postale. Il risultato? In risposta sono tornate 382 cartoline colme di riflessioni, opere, collage, sentimenti e persino un Qr code che rimanda a canzoni e video.

Christian Mattarollo (courtesy of ddl studio)

Tra i nomi noti che hanno partecipato, segnaliamo i fotografi Oliviero Toscani, Maurizio Galimberti, Mario Cresci, Francesco Cito; gli attori Cristiana Capotondi, Giuseppe Cederna; i musicisti Max Casacci (Subsonica), Andy (Bluvertigo); i giornalisti Gad Lerner, Carlo Verdelli, Michele Buono; i curatori Denis Curti, Fortunato D’Amico, Roberto Mutti; lo scrittore Maurizio De Giovanni; gli artisti Ercole Pignatelli, Max Marra e Fondazione Pistoletto; il rapper Amir Issaa e il writer Flycat.

E ancora: gli architetti Giulio Cappellini, Italo e Margherita Rota, Ilaria Marelli; il direttore d’orchestra Riccardo Chailly; gli illustratori Emilio Giannelli, Beppe Giacobbe, Sandro Fabbri e tanti altri ancora. A corredo delle cartoline sono inoltre presenti i saggi di alcuni attivisti ed esponenti di punta della comunità nera quali Luisa Wizzy Casagrande (Metissage Sangue Misto founder), Rahma Nur (poetessa), Angelica Pesarini (University of Toronto), Adama Sanneh (CEO Moleskine Foundation).

Enrico Caracciolo (Courtesy of ddl studio)

«L’artista avrebbe potuto rielaborare parti del filmato che mostra Floyd immobilizzato dall’agente di polizia, invece decide di muoversi diversamente, ritiene opportuno lavorare sull’assenza, realizza immagini che rasentano l’astrazione, sceglie la strada della metafora. La fotografia che solitamente adempie alla funzione di informare, qui suggerisce invece uno stato d’animo, il riferimento a Floyd è diretto ma non esplicito, perché l’arte contemporanea può permettersi di comunicare in modo metaforico, questa è la sua forza e la funzione sociale che spesso trascuriamo», sottolinea il curatore Luca Panaro. 

«L’arte arriva alle persone in modo trasversale, provoca sensazioni che hanno luogo sotto il livello della coscienza; a volte sono troppo deboli per essere avvertite, ma sufficienti a influenzare l’inconscio e condizionare il comportamento di un individuo. Le nove fotografie installate all’interno dello spazio espositivo sono un’efficace introduzione al progetto, creano la giusta condizione d’animo per entrare nel tema, ma senza il rumore mediatico provocato dall’informazione. L’espressione artistica favorisce un’esperienza silente ma profonda, dove le parole sono rarefatte e l’immagine rimane l’indiscussa protagonista», conclude. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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