Punto di non ritornoIl successo dell’Ucraina al G7 e l’inesorabile sfacelo diplomatico della Russia

La visita di Zelensky a Hiroshima ha consolidato il prestigio di Kyjiv nei massimi consessi delle relazioni internazionali. Mentre Mosca è sempre più isolata dai leader delle economie più avanzate

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Nella vita internazionale la parola «aggressione» colloca il peso dell’approvazione morale dalla parte dell’ordine politico che l’aggressore viola e a favore delle sue vittime. Questo concetto essenziale è racchiuso nel comunicato finale del Gruppo dei Sette riunitosi nei giorni scorsi in Giappone, laddove è spirato forte il vento di guerra in Europa. Per difendere quest’ordine, l’impegno collettivo è anzitutto a difesa della vittima, cioè volto a «sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario, di fronte alla guerra d’aggressione della Russia». Il concerto delle potenze più industrializzate del pianeta ha così ribadito, con chiarezza formale, dopo quattrocentocinquantatré giorni di guerra, l’asserita coincidenza ormai fatale tra la difesa dell’ordine e la difesa ucraina. Per questo motivo il sostegno all’Ucraina è stato il primo punto della dichiarazione finale della riunione ad Hiroshima. 

La centralità della guerra in Europa si è d’altronde mostrata, nel modo più eclatante, con l’ospitalità collettiva rivolta al presidente Volodymyr Zelensky da parte dei governi democratici delle potenze del G7. Il sostegno diplomatico offerto all’Ucraina si è catalizzato nei confronti di India e Brasile, anch’essi co-invitati al vertice per tentare di smussarne le posture di neutralità rispetto alla guerra in Europa e provare ad allargarne il consenso verso l’ordine difeso dai Sette e dai loro alleati. Il bilancio di questo sostegno è sospeso nell’incertezza di ciò che accadrà nel prossimo futuro, tra gli esiti dell’incontro svolto tra Zelensky e il presidente indiano Narendra Modi e quello invece mancato tra l’ucraino e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. 

Se dunque, in questo senso, non si può ancora trarre ancora alcun bilancio chiaro, si può però notare un fatto di tutta evidenza. Nel giro di otto anni, ossia dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2014, l’esclusione della Russia dalle attività del G7 nei suoi vari formati si è infine trasfigurata nell’inedita e inimmaginabile inclusione della sua vittima. Da questo punto di vista i fatti della guerra contro l’Ucraina, catalizzati nella riunione in Giappone, confermano l’ineguagliabile portata del repentino sfacelo della diplomazia russa nei confronti delle potenze maggiori. Di converso, però, s’aggiunge oggi un ulteriore tassello del successo diplomatico del governo ucraino nell’affermare il prestigio del proprio Stato ai massimi consessi delle relazioni internazionali.  

Il vertice tenuto ad Hiroshima, col ricordo del bombardamento atomico celebrato dal G7, reca d’altronde anche un valore simbolico assai cospicuo per le circostanze in cui accade. Quel luogo si lega difatti nell’attualità proprio alla minaccia nucleare che la Russia esplicita, indistintamente ma in modo ricorrente, fin dagli inizi dell’invasione del 24 febbraio. Esso avvalora perciò, al tempo stesso, il ricordo di un passato funesto tradotto al presente, riproponendo un monito urgente e concreto verso un pericolo estremo che incombe. Hiroshima riporta all’oggi, alla sconcertante intimidazione russa di guerra termonucleare, la quale, tutto sommato, delegittima chi la minaccia pubblicamente più che inibire la volontà di resistenza di chi la dovrebbe subire.

Non è certo un caso che persino la Cina si sia espressa contro tale minaccia, malgrado il suo allineamento con la Federazione Russa. Non lo è neppure che il G7 si sia esplicitamente rivolto proprio alla Cina per chiederle «di spingere la Russia a fermare la sua aggressione militare», «incoraggiando» la Repubblica popolare a sostenere una «pace giusta e duratura» in Europa. Questa richiesta d’azione non s’inquadra, però, nel contesto del riconoscimento collettivo e condiviso di un ruolo costruttivo della potenza cinese. Al contrario, essa è correlata alla percezione delle potenze del G7 di una minaccia alla sicurezza internazionale. Da qui a una ferma presa di posizione critica nei confronti di tutta la politica cinese – tanto interna quanto estera. S’esprime così, a chiare lettere, l’attrito sulla questione di Hong Kong, lo Xinjiang, il Tibet e naturalmente Taiwan. 

Ma è soprattutto la postura del G7 verso gli scambi commerciali con la Cina che certificano un mutamento di scenario ormai consolidato dal protrarsi della guerra in Europa e dalla crisi di sicurezza a essa correlata, scenario di un’epoca di radicale cambiamento. «Diversificazione» e «riduzione del rischio» rispetto all’economia cinese sono le due parole-chiave poste dalle potenze del G7 a conclusione di un passaggio finale lapidario. Dopo aver riconosciuto «la necessità di proteggere certe tecnologie avanzate», l’impegno più generale ricorda a tutti la direzione del cambiamento: «Ridurremo le dipendenze eccessive nelle nostre catene di approvvigionamento critiche». Resta così la sensazione che sia ormai acquisita una consapevolezza comune, ben più grave delle dichiarazioni: se l’obiettivo dell’allineamento tra Russia e Cina è insidiare l’ordine attuale, le potenze del G7 e i loro alleati mirano ormai più a cambiare tale obiettivo che a includere Russia e Cina in quest’ordine.  

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