Un omaggio ad Arnaldo PomodoroUna storia d’amore e architettura raccontata attraverso una mostra romana

Che cosa lega lo scultore e orafo classe 1926 al marchio Fendi? La risposta è in una grande esposizione curata da Lorenzo Respi e Andrea Viliani al Palazzo della Civiltà Italiana di Roma

L'Ambizione (Clitennestra). Courtesy of Fendi e Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Fino al primo ottobre a Roma c’è una mostra: si intitola Il Grande Teatro delle Civiltà ed è prodotta da Fendi in omaggio allo scultore Arnaldo Pomodoro, nato in provincia di Rimini ma trasferitosi neanche trentenne a Milano. In questa città, dove tutt’ora vive (compirà novantasette anni il prossimo 23 giugno), si trova un’opera molto rappresentativa del paesaggio urbano, ovvero il Grande Disco di piazza Meda, che un tempo ruotava su sé stesso e che per via del suo bagliore i milanesi hanno ribattezzato il “Sole”. Perché raccontiamo questo? Perché l’esposizione allestita da Fendi negli spazi del Palazzo della Civiltà Italiana, nel quartiere romano dell’Eur (sede dell’azienda dal 2015), ha una storia curiosa che comincia proprio a Milano, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Courtesy of Fendi e Fondazione Arnaldo Pomodoro

Prima di trasferirsi sui Navigli, questa istituzione – voluta dallo stesso artista per conservare le proprie opere e promuovere la scultura in generale – ha occupato per anni un’ex acciaieria situata al numero 35 di via Solari. Qui, al piano inferiore di questo edificio che una volta produceva turbine idrauliche, Pomodoro realizzò Novecento, un obelisco in bronzo di 21 metri di altezza che il Comune di Roma gli aveva commissionato per omaggiare il secolo passato e che nel 2004 fu posizionato all’Eur, di fronte al Palazzo dello Sport progettato da Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi.

La cosa che forse non tutti ricordano è che nei sotterranei di via Solari si trova l’Ingresso nel Labirinto, un’opera ambientale suggestiva e magica creata da Pomodoro ispirandosi all’Epopea di Gilgamesh. Attraversare questo luogo significa addentrarsi – e forse anche perdersi – nei meandri della mente dello scultore, che tramite segni e simboli ripercorre la storia dell’umanità.

Movimento in piena aria e nel profondo. Courtesy of Fendi e Fondazione Arnaldo Pomodoro

Oggi via Solari 35 ospita il quartier generale di Fendi a Milano e non c’è dubbio che la liaison tra l’azienda e l’artista sia sorta qui, al confine tra alto e basso, luce e ombra. Il Grande Teatro delle Civiltà è perciò quello messo in scena da Fendi che, in un gioco di rimandi tra Roma e Milano, porta all’esterno e all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana una trentina di opere realizzate da Pomodoro tra la fine degli anni ’50 e il 2021. Queste, insieme a materiali d’archivio – lettere, fotografie, libri d’artista, disegni, modellini, molti dei quali inediti –, formano una mostra che attraversa quasi un secolo di storia.

Dalle macchine sceniche create per L’Orestea di Gibellina dell’amico Emilio Isgrò (rappresentata dal 1983 al 1985 nel paese distrutto dal terremoto del Belice, nel 1968) e poste ai quattro angoli esterni dell’edificio si passa ad ammirare i costumi per il teatro e gli altri lavori dedicati alle battaglie, alla memoria, al tempo e allo spazio. L’imponenza del Palazzo della Civiltà Italiana sembra quasi ridimensionare le sculture, che pure non sono piccole.

Queste a loro volta attribuiscono nuovi significati a un edificio che, come è noto, fu ideato nel 1936 per materializzare gli intenti propagandistici del regime. Come Fellini, Antonioni o Greenaway che nei loro film hanno reinventato completamente l’immagine dell’Eur, così le opere di Pomodoro collocate dentro e fuori il Palazzo hanno il potere di mistificare lo spazio architettonico, sovrapponendosi a esso e rendendolo per certi versi il protagonista nascosto della storia che raccontano.

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