Loro di MoscaSchlein non s’è accorta che la nuova discriminante antifascista è quella antiputinista

Il relativismo a doppio taglio sull’Ucraina mina la credibilità del Partito democratico. Servono punti fermi, schiena dritta e una leadership che se ne renda conto

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I punti fermi. Ecco ciò che ancora manca nel Partito democratico: dal che tante oscillazioni, incertezze, contraddizioni. Spesso per sapere cosa pensa bisogna giocare la tripla 1X2 come ha scritto Gianni Del Vecchio, condirettore di HuffPost. Invece i punti fermi ci vogliono, come la bussola per chi va per mare. E non si può dire che si va a tutte le manifestazioni («anche di Calenda», pensa un po’): a quelle di Fratelli d’Italia con cui pure si è d’accordo per esempio sull’atlantismo non ci si va. Cioè, questo relativismo di Elly Schlein è chiaramente a doppio taglio e si rivela come prodromico alla confusione, come nel caso del saluto della segretaria alla manifestazione di Giuseppe Conte che non si è capito nemmeno dopo la riunione della Direzione. Eppure non dovrebbe essere difficile. 

Come un tempo si parlava della discriminante antifascista alla base di ogni intesa per una iniziativa o anche solo per firmare un documento politico oggi si deve parlare di discriminante anti-putinista, essendo il putinismo una versione aggiornata della prepotenza e della violenza fasciste, fino alla guerra, che della violenza è espressione suprema. Per il Pd dovrebbe essere automatico porre questa premessa davanti a ogni ipotesi di alleanza o anche solo di incontro con altre forze. Purtroppo abbiamo scritto “dovrebbe” perché in realtà così non è. 

Nella testa del gruppo dirigente del Pd, e quindi nella pratica, si passa con disinvoltura sopra il discrimine anti-putinista, che, come ha spiegato giustamente Pina Picierno, rappresenta la declinazione contemporanea del pacifismo e dell’europeismo. Non è insomma una questione tra le altre, men che meno un punto punto negoziabile. 

Chi non ritiene che la responsabilità della guerra sia esclusivamente del Cremlino dovrebbe restare fuori dai radar del Pd. Ma invece Schlein e il suo gruppo dirigente in gran parte di provenienza non-Pd insiste nel vedere nel M5s l’alleato numero uno, con Nicola Fratoianni e Carlo Calenda come orpelli rispettivamente a sinistra e a destra: la solita logica politicista del cartello o campetto largo che offusca e anzi nega le ragioni e le premesse ideali di un’alleanza politica, e in fondo è la stessa logica che a destra tiene insieme gli atlantisti di Giorgia Meloni e i savoinisti-salviniani della Lega.  

Purtroppo anche la componente riformista, che pure mantiene alta e seria la tensione a favore della Resistenza ucraina, non rinuncia a considerare il M5s alleabile, magari un domani quando la guerra sarà finita e si potrà dire scurdammoce o’ passato. Per questo l’unanimismo minimale e di facciata raggiunto in Direzione lascia qualche dubbio. I paletti andavano fissati. Perché la sinistra è diversa dalla destra proprio perché antepone gli ideali alla mera ricerca del potere e la sua è principalmente una battaglia di valori, quei valori che bisogna portare al governo. 

Dovrebbero essere cose scontate, banali. Non lo sono però nel momento in cui la giovane leader del Pd invece di massacrare Conte per la sua ambiguità – eufemismo – sulla guerra lo va a baciare sotto lo sguardo degli italiani, con due membri della segreteria (Marco Furfaro e Alfredo D’Attorre) che sfilano con moniovadiani, santoriani e grillini. «Ma siamo insieme contro la precarietà»: che discorso è? Si scelgono i temi à la carte? Negli anni Settanta quelli di sinistra dicevano che con i fascisti non si parla. Ecco, appunto. Con i putiniani nemmeno: punti fermi, e schiena dritta.

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