Ora e sempre populismo! Il Pd narciso di Schlein si specchia nell’acqua e vede Conte e Bersani

Alla direzione nazionale del Partito democratico di oggi vedremo se la minoranza riformista continuerà stancamente a lamentarsi per l’ondivago movimentismo e l’autoreferenzialità del gruppo dirigente del Nazareno oppure se otterrà qualcosa

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La linea politica del Partito democratico è diventata quella di Articolo 1, il partitino di Pier Luigi Bersani nato da una scissione e scioltosi ufficialmente la settimana scorsa. Questa linea è irriducibilmente ostile al riformismo dell’epoca Renzi e poi Gentiloni, fautrice di una alleanza strategica con il Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte, tendenzialmente contraria al sostegno militare all’Ucraina, abbastanza filo-giustizialista (il problema della subalternità alla magistratura e a Repubblica è di antica data). 

Arturo Scotto, Alfredo D’Attorre, Cecilia Guerra più Sandro Ruotolo (ex Sel come Marco Furfaro) con alle spalle Andrea Orlando e Peppe Provenzano compongono la squadra che al Nazareno comanda e apparecchia la tavola per Elly Schlein, libera di agire entro quei binari secondo il suo personale istinto politico che è quello di una professionista e non di una scappata di casa come alcuni vogliono far credere. 

Se è così, è evidente che questo Pd è un altro Pd rispetto a quello di questi 15 anni, un partito più vicino a Nichi Vendola e Alexis Tsipras che al socialismo europeo con punte di populismo maturate nella fase zingarettiana. La conseguenza politica è che un partito così non è nemmeno pronto ad andare ai blocchi di partenza per la gara elettorale ma punta a fare una corsa tutta sua rimirandosi nell’acqua come Narciso, con uno scatto che può anche portare nei sondaggi uno o due punti in più ma che è del tutto inutile sul piano della battaglia politica. 

Nel momento in cui Giorgia Meloni tenta di allungare il passo mirando a rappresentare settori più moderati e centristi questa tattica populista di Schlein appare particolarmente suicida perché consegna quei settori appunto alla leader di Fratelli d’Italia mentre lei si ritira nella curva sud dell’estremismo nostalgico. Non era questo il mandato delle primarie vinte da Elly. 

Al massimo in quel sostegno alla newcomer svizzero-americana-bolognese c’era la domanda di un profondo rinnovamento nell’immagine e anche nel modo di condurre la lotta politica, lontano dagli stilemi classici dei precedenti segretari e nel segno di una nuova apertura all’esterno; ma non c’erano certo i presupposti di un’oscillazione sull’Ucraina, per esempio. 

Ora, il fatto di essere passata «per un saluto» (formula inedita nella storia dei partiti politici) alla manifestazione di Giuseppe Conte contro la precarietà e, sullo sfondo, per il no al sostegno armato a Kijiv (sullo sfondo fino a un certo punto, essendo questa la ragione per cui è stato invitato a parlare Moni Ovadia) segnala un ulteriore slittamento del Pd verso “sinistra” con le virgolette, cioè la “sinistra” declinata in senso populista, antiamericana e manettara. Per cui viva il Reddito di cittadinanza, dubbi sui finanziamenti per le armi, Nordio come drappo rosso per la democrazia. 

Il punto allora è questo: ci troviamo davanti a qualcosa di irreversibile oppure ad un posizionamento di breve momento? E, secondo, questa linea schleiniana modellata sugli indirizzi politici di Articolo Uno e Sel andrà avanti senza ostacoli o incontrerà una resistenza interna? 

Oggi si comincerà a capire nella riunione della Direzione se la minoranza riformista (forse con qualche nuovo innesto) si limiterà alle tradizionali lamentazioni o se riuscirà a ottenere almeno un pezzettino di autocritica della segretaria e un po’ più di collegialità. Di rimostranze ce n’è a iosa, a partire dall’autoreferenzialità del gruppo dirigente e della segretaria in persona. 

C’è chi ha tratto conclusioni definitive come Alessio D’Amato, ex candidato alla Regione Lazio, che ieri si è dimesso dalla Assemblea nazionale perché non si riconosce nell’attuale linea del Pd, ma è chiaro che questo non è il prodromo di nulla, non è affatto alle viste una scissione organizzata: non solo perché non si vuole lasciare il Nazareno a Elly Schlein ma poi per andare dove? 

Per questo alla fine non succederà niente di particolarmente eclatante. Il Pd continuerà su questa linea bersaniana innervata sul movimentismo della segretaria, che comprende anche un certo corteggiamento nei confronti di Carlo Calenda per coprirsi a destra scommettendo che prima o poi Matteo Renzi andrà con la maggioranza. 

Schlein oggi rilancerà al massimo la soggettività del suo partito grazie a una serie di mobilitazioni, in un crescendo che dovrebbe creare le condizioni migliori in vista delle Europee, quando la segretaria, seguendo le indicazioni di Francesco Boccia, tenterà di mandare in campo persone come Michele Emiliano, Stefano Bonaccini, Dario Nardella, Nicola Zingaretti, tutta gente acchiappavoti. Sperando di superare Giorgia Meloni. Vaste programme.

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