Aerei, burger e Ucraina Il giorno in cui finalmente ho potuto immaginare il sapore della vittoria

Per qualche ora, grazie alla marcia di Prigozhin verso Mosca, ho vissuto senza sentire addosso l’aggressione russa contro il mio paese. Ora che le cosche mafiose si sono messe d’accordo bisogna tornare a far sì che quello che ho sperato accada il prima possibile

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Per più di un giorno, ho vissuto il presentimento dell’inizio della fine, un pregustare quel momento atteso con così tanta fatica. Eccolo! Sta succedendo, lo stiamo vivendo davvero, la fine possibile della guerra, perché la Russia sarebbe stata impegnata in un combattimento interno tra cosche mafiose e avrebbe (possibilmente) ritirato le sue truppe dal fronte ucraino oppure i soldati ucraini avrebbero colto l’occasione del caos russo per spingere fuori dai nostri confini l’esercito dei ruba lavatrici. Un piano che avrebbe potuto risparmiare così tante vite dei militari ucraini.

Per più di un giorno, sono tornata a vivere quei momenti in cui non ti stacchi dal cellulare, quando controlli le notizie ogni minuto e quelle sono lente ad arrivare perché a Mosca mancavano ancora 300 chilometri. Per un ora e mezza di volo da Napoli a Malpensa non sapevo più stare nella poltrona e, in tutto quel tempo passato con il cellulare spento ma con la testa sempre attiva, mi sono accorta che se fosse davvero successo, se la guerra fosse già finita appena scesa dall’aereo, non sarei stata per niente pronta.

Non avevo mai pensato cosa avrei fatto il giorno della vittoria dell’Ucraina, non avevo mai pensato a un rituale da fare quel giorno, come consigliano gli psicologi per tirare andare avanti. Impegnata nel mio piccolo fronte dell’informazione italiana da ormai sedici mesi, non avevo mai pensato come sarebbe stato quel giorno.

La speranza non l’ho mai persa, sono solamente entrata nel regime di risparmio emotivo nel quale centellinavo le emozioni per saper arrivare alla fine almeno con qualche lacrima in tasca, dopo averle versate fino a sfinirmi tra febbraio e marzo 2022. Dopo l’atterraggio, sono andata a mangiare in un fast food americano perché volevo ricordare così il giorno della possibile definitiva caduta dell’impero: mangiare un hamburger e le patatine fritte, bevendo una Coca Cola e guardando dall’alto il terminal 1 delle partenze di Malpensa.

Due cose che non sono permesse nel Paese criminale perché ha invaso la mia patria: volare liberamente nel Paesi civili e mangiare in quel fast food che dopo l’invasione si è ritirato in fretta dal mercato russo.

Man mano che le notizie arrivavano, la speranza cresceva e avevo capito che mangiare un fast food era davvero poco per celebrare il grande giorno. Ci voleva qualcosa di grandioso. Poi sono arrivate altre notizie sull’accordo tra le cosche e l’improvviso ruolo del dittatore bielorusso in veste di mediatore.

Per quel giorno avevano finito con i colpi di Stato. Dopo aver letto e riletto tutte le analisi possibili e impossibili, nel bene e nel male, niente, però, mi ha saputo togliere quella sensazione dell’inizio della fine. Per un giorno ho sentito com’era vivere senza sentire addosso una guerra, e quando quel giorno arriverà per davvero sarò decisamente pronta e farò qualcosa di grandioso, come consigliano gli psicologi. Ora, però, si torna nella modalità di risparmio emotivo, si torna in trincea, ognuno nella sua, e si va avanti per far arrivare quel giorno il prima possibile.

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