Lettere al continenteDal sud del mondo guardiamo l’Europa come se fossimo voyeur

Secondo Kamel Daoud, il modo migliore per definire la democrazia europea è vivere sotto una dittatura. È ciò che nel mondo arabo viene preteso mimato. È anche quello che viene rifiutato in nome delle identità segregate e del diritto di essere diversi dopo le decolonizzazioni

Unsplash

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

Cinque scrittori di diversi Paesi hanno immaginato il futuro dell’Europa attraverso una catena di lettere iniziata da Arnon Grunberg e proseguita con Drago Jančar, Lana Bastašić, Oksana Zabužko e Kamel Daoud.

Caro Arnon,
a rischio di sembrare troppo familiare o di pretendere di condividere idee con estranei su un argomento troppo vasto, mi è piaciuta molto la metafora dell’Europa come “club per scambisti”, per diversi motivi. Prima di tutto, quando si vive nel mondo che voi chiamate “arabo” si sperimenta intimamente, e in modo violento, la confusione che attribuiamo all’Europa tra libertà sessuale e libertà in quanto tale. Nel cosiddetto mondo arabo, essere liberi a volte non ha tanto a che fare con il votare liberamente, quanto con il poter baciare in pubblico la persona amata sulla bocca. Inoltre dalle nostre parti i fondamentalisti hanno fatto presto a sfruttare i malintesi culturali per conquistare la simpatia dei conservatori, dei maschilisti e dei patriarchi. La licenza erotica, la fornicazione, il peccato, il male, la dissoluzione dei costumi sembrano essere i frutti della democrazia liberale, se non la democrazia liberale stessa; la salvezza verrà quindi dall’evitarli: da Dio, dalla Dittatura. Il secondo motivo per cui mi piace la metafora è che in un club per scambisti a volte si possono incontrare dei voyeur: una specie solitaria che va lì per guardare, in silenzio, un testimone senza corpo del corpo altrui. È così che mi sono sempre considerato quando viaggio in Occidente: un voyeur della democrazia europea. Non mi è permesso toccarla, sono un esteta, un ammiratore, un recluso.

Cuciture irregolari
Quindi, sì: devi vivere fuori dall’Europa per diventare europeo, per sognarla e definirla. E questo altrove può essere l’America. Ma il modo migliore per definire l’Europa è vivere sotto una dittatura. È da qui, da questo punto cieco, che possiamo identificare la democrazia europea, un po’ per difetto, per contrasto. Per farlo bisogna accettare ingenuità, scorciatoie e analisi spicce. È un prerequisito per credere nella democrazia: vista troppo da vicino, se ne nota la trama, le imperfezioni certo, le cuciture irregolari. Queste riserve sulla democrazia europea hanno importanza quando si sopravvive in una dittatura? No.

Quindi, nel cosiddetto “mondo arabo” l’Europa esiste e anche la sua democrazia: è, una volta per tutte, quello che non abbiamo. È quello che pretendiamo o che mimiamo. È anche quello che rifiutiamo in nome delle nostre identità segregate e del diritto di essere diversi dopo le decolonizzazioni. Una persona che è stata decolonizzata è sempre permalosa e la sua diffidenza è quella di un sopravvissuto. Questa è una teoria grezza e ingenua, un po’ truffaldina, perché chiude la discussione che dovremmo avere. Ma è anche essenziale per mettere le cose in prospettiva. Mi accontento di questo sogno dell’Europa. Il resto delle mie riserve verrà dopo, se riuscirò ad avere un futuro. Per quanto riguarda i miei dubbi, preferisco utilizzarli nella letteratura piuttosto che in definizioni definitive.

Voyeur nel club degli scambisti europei
Cosa c’è di così importante in questa democrazia che sto sbirciando da voyeur in questo club? È importante per la legge delle conseguenze: quando la democrazia si indebolisce in Europa, viene messa in discussione dagli eccessi, si riduce per effetto delle invasioni barbariche interne dei populisti; in questo modo rafforza la dittatura e l’autoritarismo e svilisce l’ideale della democrazia a casa mia. I nostri dittatori hanno alimentato questa scorciatoia per lo spettacolo dell’Europa: «La democrazia? È il caos, tenete a bada i vostri desideri sconsiderati», ripetono. Un po’ ingiusto, un po’ predicatorio, ero solito ripetere, spesso nelle conferenze agli europei, che «i vostri compromessi sono i nostri disastri». Mettevo in guardia sul significato della democrazia europea e su ciò che va oltre la sua geografia, i suoi confini. Ho parlato di fondamentalismo islamico incoraggiato dal senso di colpa coloniale, di populismo alimentato dalla nostalgia di un’identità esclusiva. È una retorica esagerata, ma ha il vantaggio di essere allo stesso tempo brutale e responsabile: la democrazia europea è una necessità che la trascende.

Naturalmente ci preoccupano molte altre cose: la democrazia è ancora un’esclusiva dell’Europa occidentale? Può essere esportata dagli sbarchi o dalle ong? È una storia locale o un’universalità ingannevole? È una specificità culturale o umana? Nel cosiddetto mondo “arabo” la ricerca di definizioni è infinita e non la finiamo di rinchiuderci in caste diverse. E alla fine spesso optiamo per l’esilio. Perché è meglio vivere in una democrazia mal definita che in una dittatura dove ci si sfianca nel cercare di definire la democrazia.

Troppa democrazia?
«La democrazia non sa difendersi», mi diceva un amico tunisino. Lo vedo: che strano paradosso quello per cui l’obiettivo di una terra di comfort rimane quello di raggiungere l’equilibrio delle forze attraverso un rammollimento generalizzato. Seconda ovvietà: troppa democrazia uccide la democrazia? Non lo direi mai ad alta voce, ma vivo nel “Sud” e questo è un motivo sufficiente per essere deluso. Quando guardo le notizie sugli “attivisti del selfie” che difendono il diritto delle zanzare di divorarci, che spalmano pomodori sui quadri di Vincent Van Gogh o che si incollano i palmi delle mani sui cofani delle auto per salvare il mondo, mi chiedo se troppa democrazia non stia uccidendo la democrazia. Terzo punto ovvio? Forse ho diritto ad almeno una citazione, ed eccola: è di Jorge Luis Borges. In una delle sue poesie, dice: «Chi guarda il mare vede l’Inghilterra». L’effetto di condensazione è geniale e suscita un’immediata fantasia: l’impero, la vastità, l’Inghilterra, l’avventura, tutte le navi costruite, i nodi marinari e la fine del mondo conosciuto. Un intero Paese è definito dall’annullamento dei suoi confini. Tutto si incastona nel mare e si dissolve in esso. Per una volta due cose diverse, il mare e l’Inghilterra, rappresentano la stessa cosa, pur rimanendo due cose distinte.

Democrazia inconsapevole
E così è per la democrazia e l’Europa: se guardi verso il mare dal Sud del mondo, vedi l’Europa. Per uno scrittore è una poesia di Borges o una deliziosa metafora. Per un immigrato clandestino che aspetta il bel tempo per remare verso la Spagna è tutto in quelle poche parole e una volta per tutte: il mare è l’Europa, che significa libertà, l’aldilà senza il cadavere, l’altrove, la fuga, l’infinito, il sesso senza peccato, lo scambismo e il voyeurismo, la ricchezza.

L’Europa è ancora una democrazia, ma non lo sa. Questo è l’ultimo capriccio della sua bellezza. Questa specie di innocenza che irrita e diventa crudeltà. Ma noi del “Sud” lo sappiamo: possiamo definire la democrazia. Del resto, quando vengo invitato in Europa, è per esprimere meglio l’essenza della democrazia. Perché vengo dalla barbarie cosmica del resto del mondo, perché so quanto costa. Perché so dove comincia e dove finisce. Perché un voyeur attento e discreto ha più cose da dire di uno scambista impegnato ad accarezzare o mordere il prossimo. E, in questo caso, la metafora va ancora oltre: quel che minaccia l’Europa è soprattutto il fatto che questo luogo fondamentale non prova più desiderio per se stesso.

Quindi, sì: difendiamo la democrazia liberale europea. Per noi che veniamo dal “Sud”, dalle dittature, è l’unico posto verso cui nuotare quando i nostri Paesi crollano. Ed è l’unico posto in cui possiamo gridare che la democrazia non esiste senza essere arrestati dalla dittatura che adora scimmiottarla. Per la democrazia, quindi, spartiamoci il lavoro: voi avete bisogno di dubitare di essa per poterla migliorare e io devo credere che esiste dalle vostre parti per poter sperare un giorno di averla dalle mie. Per il momento nel cosiddetto mondo arabo l’unico club per scambisti possibile è il paradiso terrestre. E questo dopo la morte o l’omicidio di uno fra noi due.

Per secoli l’Europa si è espansa. Attraverso la colonizzazione e l’invenzione dell’universalità. Oggi si ritrae in sensi di colpa e scuse. Sono i “barbari” che vi si impongono per convertirla alle sue credenze un tempo superiori. L’europeo ha un’anima o un’animalità? La sua nudità è primitività indecente? Deve essere velata o svelata? Devono essere convertiti o rieducati? Sappiamo tutti come va a finire questo tipo di incontri fuori dagli schemi: molto male per uno dei due. L’Europa appare soprattutto come una geografia insulare. Non importa che abbia dei confini. Contemplarla significa guardare l’intero mare. Quello che sogniamo, nella buona e nella cattiva fede dell’attivista democratico del “Sud”, nell’ingenuità e nello sforzo richiesto, è che sia ovunque. Che rimanga la prova che l’altra riva esiste. I migranti clandestini nel Maghreb guardano al mare come i credenti guardano al cielo. E con le stesse false speranze.

Cari Lana Bastašić, Drago Jančar, Oksana Zabužko, questa non è ovviamente una risposta. La prima regola di un voyeur è quella di rimanere in silenzio.

Pubblicato in collaborazione con Voxeurop.eu.

Kamel Daoud, Orano (Algeria), 15 maggio 2023

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter