Maui in cenereL’incendio di Lahaina è il peggior disastro naturale nella storia delle Hawaii

Il bilancio delle vittime sale a cinquantatré, anche la Casa Bianca stanzia fondi per l’emergenza: i dispersi sono ancora un migliaio. Le fiamme sono state alimentate dai venti dell’uragano Dora e le ha favorite la forte siccità

Lahaina vista dal mare dopo gli incendi
Lahaina vista dal mare dopo gli incendi (AP Photo/Rick Bowmer)

Il presidente americano Joe Biden ha firmato la dichiarazione di disastro naturale. Lo è, lo sciame di fuoco che si è mangiato l’antica capitale hawaiana di Lahaina, sull’isola di Maui e tale lo ha definito anche il governatore Josh Green. Le foto dell’abitato, dall’alto, dal mare dentro cui si è rifugiato chi scappava dalle fiamme, fanno impressione: sembrano i resti di un bombardamento, una città fantasma.

La conta delle vittime è salita a cinquantatré rispetto alle trentasei di ieri. Era inevitabile salissero, con i soccorsi in corso. C’è il rischio lo facciano ancora: i dispersi sono ancora un migliaio. Secondo i rilievi delle autorità, il rogo ha consumato l’ottanta per cento della superficie del centro urbano, molto visitato dai turisti proprio per via del suo patrimonio storico. In questa conta dei danni, più di millesettecento edifici risultano distrutti.

Migliaia di persone – quattordicimila solo tra i turisti – sono state evacuate e undicimila persone, sulla costa occidentale, sono senza corrente elettrica. I tre principali incendi non sono ancora stati spenti del tutto dai pompieri, ma sono sotto controllo, anche se resta l’allerta. «È come se una bomba avesse colpito Lahaina», conferma alla Cnn il governatore Green. È bruciato anche il ficus donato dall’India nel 1873, un’attrazione che ormai occupava un isolato.

Per salvarsi dal fuoco, come detto, diverse persone si sono buttate in acqua. La guardia costiera, a bordo di tredici elicotteri, ne ha recuperate diciassette al largo della città, bagnata dall’Oceano Pacifico. Altri quaranta sopravvissuti sono stati individuati a riva e soccorsi. Ma quali sono le cause del dramma?

Probabilmente è stata letale una combinazione di fattori. Il National Weather Service ritiene che le fiamme siano state alimentate dall’uragano Dora: è passato lontano dalle Hawaii, a cinquecento kilometri, ma ha investito l’arcipelago con raffiche di vento fino a quasi cento chilometri orari. Con il turismo di massa, sono state abbandonate le colture tradizionali (per esempio di ananas): al loro posto, l’erba – seccata dalla stagione calda – che ha fatto da terreno di propagazione.

Poi la siccità. Circa il quattordici per cento dello Stato soffriva di siccità «severa» o «moderata», secondo l’osservatorio americano Drought Monitor, che classificava come «insolitamente secca» la condizione dell’ottanta per cento delle Hawaii. Sempre il servizio meteorologico nazionale, il mese scorso, aveva diramato un’allerta per i primi focolai, a causa dei quali era stata chiusa temporaneamente un’autostrada.

Un avvertimento ripetuto alla vigilia della tragedia, per via delle alte temperature accompagnate da bassa umidità e dal vento. Fattori che accrescono il rischio d’incendio. L’ultimo grande rogo era avvenuto nel 2018 in una situazione simile, con l’uragano Lanee. All’epoca, però, erano bruciati solo duemila ettari e trentuno automobili. Nulla di paragonabile all’incubo vissuto da Lahaina.

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